Appunti Sparsi Retrò

pensato da Jonlooker il domenica, 08 febbraio 2009,19:53
â–ºJovanotti e gli anni ’80 insegnavano ai ragazzini il rispetto verso il gentil sesso.
Prima cosa, è d'uopo invitare a casa una ragazza che è lì con lo specifico intento di circuirci. Appena in casa fingersi sorpresi della visita, guardarle in sedere e parlare gesticolando come una scimmia attaccata dalle mosche. Poi sarebbe il caso di dimostrare la propria maturità intellettuale facendo giocare la languida ospite con Super Mario; l’occasione è perfetta per cimentarsi in squisite metafore cavalleresche che scoprano appena appena le nostre intenzioni; che so, dirle che per “arrivare alla principessa” bisogna “superare un sacco di ostacoli” e naturalmente, anticipare “un sacco di salti”. Ah e il polipo, mi raccomando: la modalità octopus è d’obbligo.
La donzella, che era pronta a concedersi ancora prima di suonare al citofono, si convincerà del tutto a “un sacco di salti”. Tanto che, quando si risponderà al telefono mentre si è con lei (altra mossa imprescindibile) e si dimostrerà di non avere idea di come cavolo si chiami, la ragazza riderà divertita e continuerà a giocare con concentrazione professionale.
Mi chiedo quanti calci negli stinchi siano stati assegnati dalle dirette interessate dopo l’applicazione del metodo Nintendo.

[Detto questo, quella console e quel Mario erano l’idea di videogioco più bella che sia mai esistita.]


â–ºHo trovato lo spot che portava i bambini degli anni ‘80 a conoscenza dell’esistenza dell'Acqua Watch, un inutile (quindi un must have, mi pare chiaro) orologio con l’oscuro potere dell’ecologia di ricaricarsi con l’acqua, un riscatto dei punti del Mulino Bianco.

Lo spot è splendido: dei ragazzini sono al bancone del bar con l’atteggiamento vissuto del cacciatore e i loro bicchieri d’acqua/acqua e menta (o Anitra WC Gel, unica alternativa per densità e colore), comportandosi in modo del tutto illogico per la loro età, vale a dire guardando con sospetto interesse una bambina che è ovviamente una futura top model, ma che in quella fase della vita di un ragazzino ha lo stesso perché di una busta di plastica in mezzo all’oceano.

Il motivo per cui lei si trova lì, d’altronde, è ben lontano dal suscitare ammirazione per la sua beltà;  è pacifico che lo scopo sia sfoggiare il suo orologio che si rigenera tramite annegamento.
E, grazie allo stesso oggetto, gli equilibri tornano nella rassicurante consuetudine di identità quando i playboy undicenni vedono che l’orologio della nuova venuta si carica con l’acqua: al che smettono totalmente di interessarsi alla sua esistenza e iniziano a morire dietro al meraviglioso regalo del Mulino Bianco, conquistabile con venti miseri punti; diciassette, per l’esattezza, visto che per pena loro te ne regalavano tre. Non so se ci rendiamo conto. Chili su chili di merendine confezionate, presumo ingurgitate  tramite imbuto e a tempo record per non far scadere la promozione, per ricevere un orologino in plastica mostruoso, ornato di quella mascotte di Italia Novanta, un pupazzo vodoo cubista/omaggio a Rubik, che penzolava dai portachiavi dell’italiano medio come un cadaverino impiccato.
Non c’è bisogno di dirlo, io L’AMAVO.




Ci sono eh! ..A singhiozzo, ma ci sono. Contro il demone Adsl ho vinto io; quanto a quello esami universitari sessione invernale, sto riunendo le truppe sinaptiche.
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Speed Non Era Niente A Confronto

pensato da Jonlooker il giovedì, 15 gennaio 2009,20:50
Nel mio girovagare in asfalto montano (= tante, tantissime curve) m’è tornato alla mente un prodotto che presumo esista ancora, ma che una volta andava decisamente di più: il Travelgum.

Sono andato allora a cercare lo spot di cui mi ricordavo e sono felice di averlo trovato, prima di tutto perché merita ammirare come la madre del bambino gli abbia acconciato i capelli per plasmarlo ad immagine e somiglianza di Ken di Barbie.
Ma anche per tutto il resto.

Non so voi, ma se io mi presentavo a scuola come i protagonisti dello spot, me ne trovavo quattro in bagno ad aspettarmi; qui invece i bambini sono tutti vestiti da micro-nonnetti. Ma siccome noi non ci fermeremmo mai davanti alle apparenze, nevvero, diciamo che si comportano pure come tali. Composti come se fossero legati col cordame al posacenere, come se avessero una chilata di plastico sotto il sedile. Fermi. Le espressioni, poi, sono meravigliose: si guardano con complicità maschia e cantano Azzurro come se da questa canzone dipendesse il loro voto in educazione musicale.
La metà destra del pullman, invece, ha come elemento di massima vivacità un battito di mani analogo a quello imposto ai bambini allo Zecchino D’Oro, quando noi pensavamo che si divertissero. Si divertiva più la Romania quando c’era CeauÅŸescu, secondo me. A posteriori, chiedere di provare onesta allegria mentre canta «mi accorgo di non avere più risorse senza di te» è un po’ troppo per un bambino di otto anni.
La maestra seduta davanti ondeggia per pura legge fisica, per i primi dieci secondi ho sinceramente creduto che fosse morta.
Il tutto mentre il pullman curva e ricurva simpaticamente a picco sul mare.

Questo scenario di puro idillio rischia di essere offuscato proprio da quel guastafeste di Ken che, complice la concentrazione canora e quella dei clorofluorocarburi della lacca che ha in testa, si sente male, diventando in bianco e nero; sebbene ciò sembri l’effetto di un portale tra epoche che tramuta il nostro eroe in una trasmissione Rai antecedente al ’75, semplicemente Ken deve vomitare e subito.
Già con la testa bassa e la vergogna sul volto perché sa di disturbare la quiete del gruppo, si avvicina agonizzante agli adulti e con voce che muoverebbe a pietà Mangiafuoco miagola: «Per favore, PER FAVORE, possiamo fermarci? Mi fa male il pullman... »

E qui arriva il momento da film horror. L’autista, vestito da Ambrogio dei Ferrero Rocher, si gira di scatto con sguardo pazzo, smette di prestare attenzione alla strada muovendo il volante con isteria e gli ride in faccia, dicendo che «oggi non serve fermarsi». La maestra si disinteressa completamente, lascia che un uomo ammiccante dia farmaci a un bambino sotto la sua custodia e che in quel momento vive e respira in due colori e che, perché no, prenda il rimedio da chissà dove, lo tolga dal blister e glielo porga, senza curarsi per un attimo del fatto che ci si stia avvitando sul Grand Canyon.

Ken prende obbediente il suo antiemetico (che gli conferisce un sorriso assai sospetto) e torna alla rassicurante identità a colori, cosa che gli permette di riunirsi al coro del bingo, stavolta con un entusiasmo che sa di controindicazione; e via, tutti verso la nebbiosa campagna moldava.

A proposito di controindicazioni.
Molti anni fa soffrivo un po’ il mare e ricordo che una volta mi comprarono il Travelgum, più per placebo che per reale necessità.
Da bravo bambino lessi il foglietto illustrativo e alla voce effetti collaterali c’era scritto “morte”.
Del tutto rassicurato, quel giorno mi resi magicamente conto di essere guarito da ogni male.
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Né Carne, Né Pesce

pensato da Jonlooker il giovedì, 11 dicembre 2008,21:10
Per il ciclo operazione nostalgia, di cui, ricordo, importa solo ed esclusivamente a me, ho pensato di riportare alla luce della nostra memoria il primo spot Spuntì, vale a dire l'allestimento di una delle scenette più improbabili che mente umana abbia mai concepito.

La location è la solita villa miliardaria con annesso giardino, analogo a quello della regina di Alice nel Paese delle Meraviglie; prego, tra l’altro, i cortesi spettatori di notare come la raccolta magione comprenda una gran quantità di acri di ulivi e campi rasi, tale da far pensare che alla famiglia in questione appartenga tutto il mondo agreste conosciuto.

Ma rimaniamo nel cuore del focolare, diciamo trecento miglia circolari tra giardino e cucina, ove si svolge la parata dell’inverosimile. Sì, perché due fratelli, armati di una cesoia ciascuno, stanno potando le siepi. Il primo elemento di perplessità è che si divertano con la spensieratezza di chi sa che “del domani un v'è certezza”; il secondo elemento, assai inquietante, è che il fratello piccolo (vestito da contadinello casual con tenera salopette) abbia circa undici anni, quello maggiore (vestito da anziano viticoltore in ritiro) circa ventisette. E non ditemi che è il padre: troppo giovane per un 1982 in cui i ruoli e le età erano definiti secondo schemi inderogabili.

La madre, con l’aria di chi trova tutto questo assolutamente normale, si offre di preparare uno spuntino ai suoi amati pargoli, preannunciando una novità, da brava misteriosa burlona. Dopo di che si ritira in cucina ed apre un paio di scatole di cibo per astronauti, poltiglie rosee che spalma, chilo per chilo, sulle fette di pane. Questi prodotti convenzionati NASA sono colloquialmente indicato come:

Spuntì alla carne
: per il fuori pasto appetitoso;
Spuntì al tonno: per il fuori pasto gustoso.

La differenza tra i due aggettivi è troppo sottile –e troppo irrilevante- per contare qualcosa, diciamo che hanno macellato una pantegana e le hanno nominalmente attribuito un paio di gusti.

La prova del nove della sperimentazione è tutta nell’assaggio delle inconsapevoli cavie.
«Indovinate cos’è!» Ma perché, ci dev’essere da indovinare? A quanto pare sì.
«E’ tonno!» esulta il figlio minore (comunque il cervello del duo fraterno), con anfetaminico entusiasmo.
Anche il figlio maggiore vestito da pensionato vuole dire la sua, contento come non mai di aver azzeccato il gusto della sua melma: «E’ carne!» urla col la bocca piena di pastone e con una smorfia da troll diabolico (che mi ha ricordato troppo il grande eroe Jean Claude).
La mamma ribatte: « E’ Spuntì!» con il raggiante trionfo di chi dentro di sé dice: «Né l’uno né l’altra, sciocchi ingenui!»

La prossima volta che avrò intenzione di fare un discorso su “le buone e sane merende di una volta”, dovrò ricordarmi di quando una proprietaria terriera sfamava i suoi figli con trito di topo in scatola.
Mentre io ringhiavo contro mia madre che mi costringeva a mangiare frutta, accidenti. Mi sa che le devo un favore.
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Le Fette Della Svolta

pensato da Jonlooker il giovedì, 20 novembre 2008,21:22
Avete presente la sensazione di aver individuato un punto di rottura, una svolta? A me è capitato guardando questo spot. Fino ad allora, per quel che mi ricordi, la figura della “mamma” aveva sempre sotto controllo le situazioni: che si trattasse di merenda, minestra di verdure, cera per pavimenti, la regina della casa riusciva sempre a trovare un modo per, rispettivamente, nutrire con gusto, far trangugiare, far risplendere.

In questo spot della Kinder Fetta Al Latte, invece, non c’è traccia di quel sergente dal cuore gentile che educa il figlio da precettrice pluripremiata. Il figlio arriva già con una scia di spocchia, ragliando «Mamma, mamma! Ho fame!» La mamma, o per meglio dire la versione ammogliata di santa Maria Goretti, sta componendo un bouquet, attività tipica di ogni mamma che non sia intenta nel ricamo di fiori di loto su stole di seta davanti alla finestra, mentre ammira il paesaggio innevato e dice che sarebbe bello avere una figlia con la pelle bianca come la neve, le gote rosse come il sangue e i capelli neri come l’ebano (<j>state pronti a tutto, anche alle recensioni di favole</j>). Codesta pura madre, dicevo, ribatte timida: «ma non è ora di merenda..!» come a scusarsi del fatto che l’orologio biologico del figlio non corra preciso secondo le aspettative. Inaspettatamente, il bambino riesce a disarmare un argomento così granitico: «ma io ho fame!» perifrasi interessante dell’ormai abusato «e chissenefrega!», corredato da spallucce che in altri tempi significavano il lancio sicuro nella fossa dei leoni, ma che per Mamma Goretti sono l’irresistibile zuccheroso quid che serviva per precipitarsi verso il frigo e dargli una Fetta al Latte, con uno sguardo carico d’orgoglioso amore.

La voce narrante soccorre la compromessa credibilità genitoriale, cercando di convincerci che la signora cede in nome della nutrizione, della pastorizzazione del latte, del miele di montagna, della piramide degli alimenti, dello sviluppo psicofisico della progenie (lo stesso per cui siamo stati tutti cresciuti a Nutella, perciò ringrazio e porto a casa!). Non da ultimo, la garanzia migliore: «si conserva in frigo, come lo yogurt».
O come il lardo di Colonnata, ma non vado dicendo che con quello e un po’ di pan di Spagna un bambino crescerà sano.
Anche se.. vuoi mettere il nutrimento e il gusto?
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Difendere I Colori

pensato da Jonlooker il venerdì, 14 novembre 2008,12:12
Benché i loro nomi e lo sfondo orribilmente giallo portino a pensare il contrario, i Luca e Paolo di cui parliamo oggi non arrivano da Camera Cafè, bensì dalle più recondite reminiscenze sui detersivi; ero convinto di averlo rimosso, ma il ricordo era lì, pronto da versare, riveduto e corretto, ahimè, da tutti gli anni che sono passati.

Nonostante la giovane età, i due hanno già il gravoso compito di difendere la maglia azzurra,  non sapendo di indossare una maglia fasulla, dato che è di un blu notte (ma notte notte) che non ricordo tipico della squadra azzurra, che non a caso non si chiama “blu”.

Ora che ho terminato questa acuta e brillante analisi psicocromatica, vi prego di soffermarvi sui due soggetti.

Noi, esperti rivoltatori di spot, sappiamo dal primo fotogramma chi è il vincente, lo sgamato. Potrà mai essere Paolo, il moretto bassino, morbidoso e palliduccio? Ma certo che no, visto che alla nostra destra impera Luca, il nordico Sigfrido in erba, con i capelli biondo spiga di grano volumizzati in barba alle leggi della fisica, che ha già imparato che le Lampados sono la via per un aspetto sano tutto l’anno. Ma andiamo avanti ugualmente per scoprire dove vanno a parare.
Essendo giocatori di calcio professionisti, i due compagni di squadra si riempiono di fango ed erba fino a ridursi come porcari. E’ il principio delle divergenze insanabili: la mamma di Paolo è costretta a lavare la maglia in acqua calda; quella di Luca, sotterraneamente intesa come più brava e furba (ad ogni modo, è sicuramente bionda) lava la maglia in acqua fredda con Ariel Bucato A Mano. La conseguenza sul piano fattuale è che i due vincono un mondiale dopo l’altro, ma i frequenti lavaggi rendono la maglia di Paolo più chiara e sbiadita (a nessuno importa che sia più simile a quella universalmente nota come maglia ufficiale), mentre quella di Luca rimane blu sciacquo di petroliera. Il risultato è che la coppa del mondo resta in mano all’esultante Luca, sempre più calato nelle sembianze del bambino della vecchia confezione Orzoro, mentre Paolo ha il morale sotto il livello del mare e non riesce a godersi la vittoria; d’altronde provate voi, a otto anni, a reggere lo spaventevole raffronto colore delle divise.
Son cose che tutti i bambini del mondo temono, avete presente? «Ti prego, mamma, lasciami una lucina accesa, che ho paura che venga un lavaggio in acqua calda a portarsi via i colori».
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Antiche Battaglie

pensato da Jonlooker il lunedì, 27 ottobre 2008,07:06
Gentili amici, tra l’indifferenza generale, ritorna ostinata la rubrica Operazione Nostalgia.
L’appuntamento di oggi è l’occasione per rievocare il meraviglioso gioco, intriso di azione e suspense, che porta il glorioso nome di Forza Quattro, che in realtà è la sintesi della strategia applicata alla vita, il training indispensabile per far crescere con le giuste basi un bambino degli anni Ottanta, in vista di un mondo tanto crudele.

Chi di noi non ha passato ore ad infilare quei dischetti di plasticaccia? Chi di noi non s’è fatto onore nelle battaglie preliminari per chi doveva prendersi quelli rossi, chi non ha imparato la diplomazia fra grandi potenze con la formula internazionale “okay, ma il prossimo giro i rossi li prendo io”?

Lo spot esplicativo dava un saggio dell’importanza di questo gioco, presentandoci due bambini in una riunione G2, da svolgersi in un bel salotto bianco impreziosito da un tavolo porta servizio con le sembianze di un elefante, colto richiamo al colonialismo inglese in India. Che i dettagli ambientali hanno il loro peso.
I due leader siedono l’uno di fronte all’altro, nella contesa del titolo; la scelta della lingua è l’inglese britannico, come il codice cavalleresco impone ai Lords.

La situazione tattica si mostra immediatamente a favore del bambino. D’altronde, persino uno stratega di basso livello sapeva che è bene iniziare per primi, perché mettere il primo disco al centro voleva dire essere a metà dell’opera. Ma c’è anche da dire che la bambina gioca in modo squinternato, infilando dischi a caso e decidendo così la sua prematura ma meritata sconfitta. Il bambino continua a concentrarsi nel gioco con smorfie da pensatore acuto (e con un taglio di capelli a scodella che digita da sé il numero del Telefono Azzurro), ma al secondo giro il metodo Kasparov non dà i suoi frutti, poiché la bambina, spinta da napoleonico spirito, si riprende grandemente e vince in modo inaspettato e strategicamente brillante, tant’è che, educatamente, spiega all’avversario com’è riuscita a stenderlo «qui.. in diagonale!» mostrando la fila vittoriosa con un elegante gesto dell’inanellata mano. La disfatta è inaccettabile e il bambino, non avendo a portata il candido guanto di sfida, si lascia andare ad un’espressione verbale cavalleresca, colpevolmente ignorata dal doppiaggio italiano, ma che ditemi voi se non sembra essere il diplomatico «Aw, shit!»

Si ricordi ad imperitura memoria il motto Forza4 MB:
«E’ la forza della fantasia e dello spirito di osservazione che ti fa vincere in questo gioco», che allora era semplice da mettere in atto.
Ma oggi che la fantasia non c’è più, chi sarà mai in grado di distinguersi  ancora nella strenua battaglia?
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Uno Più Buondì Dell’Altro

pensato da Jonlooker il mercoledì, 15 ottobre 2008,07:10
Bentornati, amici delle stagioni passate.
Quello che riesumeremo oggi è un vecchissimo spot dei Buondì Motta, merendina sfortunatissima quando dev’essere pubblicizzata; basti ricordare quell’inquietante uomo in pigiama che ripete ossessivo «Buondì Buondì Buondì!», solo che lo fa a bocca disgustosamente piena. Ah, guardi.. che voglia di fare colazione che mi ha messo, lei non ha idea.

Come potete vedere, le origini già non erano confortanti.
Per cominciare, il jingle frastorna: la melodia sfracella i timpani sul muro del suono e le parole stanno insieme senza dar vita a un senso compiuto. Ora, tutto questo funziona benissimo con le canzoni di Tiziano Ferro, con il resto del mondo non so.
Tutti i protagonisti (che ho il sospetto essere due soltanto, ma assai abilmente travestiti per sembrare di più) sono vestiti con maglioni a righe, per riprendere il pattern delle confezioni monoporzione; già questo è di una genialità perversa. E, se dopo la visione dello spot, chiudete gli occhi, vedrete righe, non dite che non vi avevo avvertito.

Ma entriamo a grandi passi nel bioparco, in cui troviamo, nell’ordine:

Gli sportivi: giocano a baseball, sport così popolare in Italia da essere secondo solo al lancio delle forme di formaggi stagionati dalle colline. E noi che siamo italiani e c’abbiamo lo stile, non giochiamo con le divise di squadra, ma col cardigan a filo intreccio a righe bianche e blu, che sta con tutto.
Lei, battitore designato versatile, assesta un colpaccio di mazza sulla faccia del ricevitore. Posso dire a sua difesa che se il ricevitore le stava ancora più attaccato nove mesi dopo avevano un figlio.
Lui non la prende bene e con fair play sfoggia il repertorio gestuale della Vuccirìa e per poco non la prende a sberle. Lei, di rimando, gli ride in faccia come se avesse di fronte l’ultimo dei vermi.

La confusa: quella che azzardo essere il battitore di prima sotto mentite spoglie. E’ una trentacinquenne che si veste come se avesse otto anni, trucco da gran soirèe e scanzonati codini di raso. Abbella, curati! (mi si conceda lo sfogo popolano).

Il secchione: si concede una pausa dall’ardua soluzione di conti elementari addentando un Buondì; lo vedrete per un nanosecondo, perché non giova esteticamente all’insieme (che di per sé ha la delicatezza dello sbarco in Normandia), ma i piccoli matematici in incognito sono capaci di captare il messaggio in codice e sono messi al corrente che il Buondì è sufficientemente nerd per loro.

Il cretino
: è al parco con un dolcevita a righe bianche e rosse, seduto per terra con un libro in mano. Sarebbe tutto più o meno sopportabile, se non fosse che ascolta musica agitandosi come un tarantolato e sputacchiando briciole di Buondì come se fossero fuochi pirotecnici.

Voi capite, nel dubbio che siano i Buondì a fare danni così gravi, non sono più tanto sicuro neanche di me, che un paio nella mia vita dovrò pur averli mangiati. Mi sono salvato dall’abuso di quei cosi solo perché a me piacciono le farciture generose.
E, diciamolo, la farcitura sta al Buondì come la ragazza stava alla battuta.
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L’amore Ai Tempi Del Mugnaio

pensato da Jonlooker il lunedì, 06 ottobre 2008,07:29
Cari amici, bentornati all’ormai consueto angolo riservato agli spot più datati.
A grande richiesta (incredibile ma vero), parleremo oggi del  celebre Mugnaio Bianco, quell’uomo dalle dimensioni di un Puffo e dalle fattezze di Gargamella in salsa Irish, che vive in una valle felice, in un mulino circondato da spighe infestanti d’ordinanza, confezionando merendine; ciò non per prodigalità ma per, diciamo, far breccia nel cuore di una fanciulla che potremo descrivere come Ilona Staller in versione Loacker, intenta ad imbiancare staccionate (e che nessuno si azzardi a cimentarsi in parallelismi).
Il mugnaio la spia morbosamente con l’ausilio di un telescopio ottico e, quando il momento è propizio, corre a portarle il Tegolino; come potete anche voi notare, egli raggiunge l’amata con la collaudata tecnica cosiddetta "di Supermario", saltando sui funghi  ed animali nemici, accompagnato da una colonna sonora avventurosa e coinvolgente. Senza prendere la bandierina (non lo biasimo, neanche io ci riuscivo da piccolo e mi sa che ora sarebbe peggio) arriva alla staccionata e la merenda arriva fortunatamente nelle mani della Giovanna di Saratoga ante litteram, che si avventa sul Tegolino tra mille congetture su chi sarà stato il mittente. Il nostro eroe invece è miseramente ignorato e ricoperto di colore per esterni, che non è precisamente tutto salute. Ma non si scoraggia, confortato dal fatto che «col prossimo Tegolino sarà lui a farsi vedere» e non ci è dato sapere come.

Qualche anno e parecchi pedinamenti dopo, il piccolo mugnaio esce dalla sua legnosa dimora su di un monociclo, urlando sbarellato mentre porta una Crostatina (a questo punto il correttore ortografico mi suggeriva “prostatica”...sarebbe stato memorabile), deciso a conquistare la sua Ilona con l’ennesimo dolcetto industriale. La trova addormentata, con la caratteristica acconciatura dei tempi del Partito dell’Amore e ciò basta per galvanizzarlo sul modo in cui dovrà svegliarla.  Lei non se lo fila di striscio, perché intenta a sognare un principe nel Taj Mahal, non certo il fornaio tascabile che le alita addosso pronto a sfondare la porta dei sogni per raggiungerla.
Ma la fortuna aiuta gli audaci ed egli riesce nell’intento; gli anni di solitudine a contatto con i soli farinacei devono essergli pero stati nocivi, perché l’unica cosa che riesce a dirle, dopo l’agognato, castissimo bacio, è che è ora di merenda. La ragazza si sveglia e si ritrova una Crostatina (alta dieci centimetri -cosa che, a memoria, non mi risulta- e dal diametro sospetto) e, svanita com’è, è sempre convinta che esista un “favoloso innamorato” che le porta la spesa e che aspetta si distragga per  lanciargliela pezzo pezzo.

Quello che mi piace è che il mugnaio è sempre contento. L'amata non l’ha mai visto e non lo noterà mai, perché lui è troppo piccolo e lei troppo svampita. Ma a lui basta che la merenda sia stata di suo gradimento ed è felice ugualmente.
Questo era l’amore ai tempi del mugnaio.
E menomale che era qualche anno fa.
Mi sa che, se fosse appartenuto all’oggi, avrebbe tentato il tutto per tutto inviandole Bella Topolona.
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Nuove Frontiere Energetiche

pensato da Jonlooker il lunedì, 29 settembre 2008,12:39
Una volta gli orsi scaldavano gli esseri umani*..

Oggi  sono gli esseri umani, a scaldare gli orsi.

Visto che siamo in tema di orsi, ne approfitto per chiedere a chi si occupa degli spot Sky di non creare mai più cose così, ve lo chiedo per restituirmi la dignità. Piango come un idiota ogni volta che lo guardo.


[*Detto questo, quel «sembra vivo!» faceva molto Mary Shelley e ho avuto paura.]
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Meditate, Gente, Meditate!

pensato da Jonlooker il lunedì, 22 settembre 2008,11:41

Cari amici,

a voi, che ogni sera  che uscite bevete un succo di pompelmo perché l’ultima volta che avete preso la statale avete fatto scoppiare il palloncino alla pattuglia, dedico questo splendido spot, che fa ridere già così, preso da solo, senza che mi ci metta io. Però ormai sono qua, sapete com’è.

Renzo Arbore mette subito le cose in chiaro: quello che ci accingiamo a vedere non è un banale spot, ma un molto più elevato “discorso sulla birra”.

Esaurita brevemente una parentesi pseudo ecologista che ci suggerisce di far bene all’ambiente tracannando futuri vuoti a rendere, con il manifesto scopo di poterne comprare ancora di più, ci si concentra sull’importantissimo «quando si beve?». Lapalissiano: si beve SEMPRE. Si beve perché il signor Arbore non vuole essere rimbambito, visto che «ch’ha da fare» (e siamo a una..); ma anche quando (e due..), abbigliati con una tuta à la Kill Bill, ci si bea di non essere ingrassati, sfottendo voi, che stasera i il succo di pompelmo lo dovrete bere per forza e per giunta diventerete obesi, «lo sapevate?!» ; «oppure adesso che devo avere sprint e mente lucida», in realtà è solo nell’ennesimo bar (e tre..), ma essendo ben accompagnato possiamo dedurlo da soli, a cosa gli servono “lo sprint e la mente lucida”.

Novello Giovenale (o Homer Simpson, se preferite), Arbore  insiste con l’affermazione che tracannare ettolitri di birra sia la formula applicativa di mens sana in corpore sano. Insomma, piano con l’alcol ma sotto con la birra.

Detto questo, dopo tre birre dalle dimensioni di tutto rispetto, monta in macchina, ci consiglia di pensare bene alle sue parole e parte a tutto gas (volevo dire a tutta birra, ma mi sembrava un po’ da sagra come umorismo.. ormai è fatta, accidenti), rigorosamente senza cinture, probabilmente verso una pattuglia che lo accoglierà chiedendogli un autografo e che glielo regalerà, il palloncino.

 

Su provvidenziale segnalazione dell’ottima Antaress.

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