Walker Texas Ranger

pensato da Jonlooker il domenica, 01 novembre 2009,21:00
Se c’è una cosa di cui tutti dovrebbero avere abbastanza, è Walker Texas Ranger.

Intanto, perché è uno di quei telefilm che occupa la sua fascia da troppo tempo, le pellicole delle prime serie sono così consumate che sembra di guardare Bonanza, ogni puntata è stata vista almeno due volte anche da chi non lo guarda.
Perché, fateci caso, per l’orario infido, a tutti capita di finirci su da tipo quindici anni.

Il secondo, valevole motivo per averne abbastanza è quella mania che ha preso a tutto il mondo di creare aforismi e freddure sulle sue presunte doti da superuomo, da “Non esiste la teoria dell'evoluzione, ma solo una lista di creature a cui Chuck Norris permette di vivere” a “Chuck Norris salta i fossi per lungo”.
No, veramente, basta. Basta calci rotanti che spostano l’asse terrestre o generano il Big Bang, per pietà.

Prima di affossare nel mio vasto dimenticatoio quanto appena esposto, mi permetto di illustrare, a chi non abbia mai goduto di questo capolavoro del preserale di Rete4, qualche notizia assolutamente inutile sul telefilm in questione.

L’attore che impersona il protagonista è il già citato Chuck Norris. Come tutte le volte in cui uno fa l’attore in una propria produzione, il suo personaggio è esageratamente eroico e/o soverchiamente idolatrato dai coprotagonisti.

E’ la legge di Hasselhof.

Già, David Hasselhof, il Mitch di quell’ottima esposizione di canotti da diporto che era Baywatch, il quale, a un’età in cui una persona con la dignità si ridimensiona, salvava fanciulle pettute con l’ausilio di una controfigura finanche per salire le scalette della vedetta e si esibiva in inframmezzi musicali in cui tutte le donne di Malibu sotto i venticinque gli si spolveravano addosso in costumi fluorescenti che a quei tempi probabilmente andavano; oggi li indossa Borat, per capirci.

Per la legge di Hasselhof, dicevamo, Norris interpreta un uomo coraggioso, bravo, buono, generoso, affascinante, giusto.. se le canta da solo, insomma - e non è un modo di dire. Quella sigla a infrasuoni che ci perseguita dal lontano 1993, in cui lui resta nella stessa posizione mentre alle sue spalle cambiano le stagioni o mentre salva bambini da esplosioni multiple, è cantata proprio da lui.
Impersonerebbe anche la sua fidanzata, se non avesse la barba.
Lui, intendo.

Cordell Walker è un Texas Ranger, che non è il RangerSmithSignore di Yoghi, quella guardia forestale sfigata in balìa di ursidi rivoltosi, bensì un tutore della legge texano, un pistolero munito di stelletta sceriffesca. E’ una specie di Odino americano, per di più assolutamente inespressivo, tanto che si può affermare con certezza che tiri più calci di quanto muova i muscoli facciali. Si intuiscono i sentimenti guardando le espressioni di quelli che stanno intorno a lui.

Inoltre, siccome Chuck Norris dice di essere un Cherokee, anche Walker lo è; così, di quando in quando, va nella riserva, si veste di cuoio a frange pettinato e ha visioni mistiche indotte dal vapore. Di solito, gli episodi con tale premessa si concludono con un anziano pellerossa con le trecce che, pur di non averlo più tra i piedi, decide che è arrivato il momento di ricongiungersi ai suoi antenati e va a morire di sete nel deserto.

Cordell soffre di una rabbia repressa che sfoga nei confronti di ogni malvivente che incontra, a volte sembra che vada apposta a pescarli nelle bettole per far rissa.
Presumibilmente preso da sensi di colpa, fonda periodicamente gruppi di preghiera, palestre di arti marziali in cui si pratica la non violenza (non lui, lui è giustificato, può sempre spaccare qualche cranio) e organizza campeggi per bambini disadattati.

James Trivette è il Ranger afroamericano che affianca il protagonista; a mio parere, esiste perché il Texas ha, grazie a qualche episodio indimenticabile di cretinaggine umana, un po’ la nomea di Stato razzista e in questo modo si è tentato di bilanciare le rappresentanze etniche dei protagonisti, per raggranellare uniformi consensi. Generalmente non formulo mai teorie di bassa lega come questa ma stavolta non mi do altra spiegazione.
Sì, perché se il Texas Ranger medio è indomito, sprezzante del pericolo, ottimo kickboxer e quant’altro, non si spiega come Trivette sia lì, essendo chiaramente più inetto del commissario Winchester. Quando si compone un momento di distensione nel telefilm, nove volte su dieci è perché lui ha detto una vaccata e si mette una melodia scherzosa suonata col fagotto. Chiunque lo incroci lo prende in giro. Una tristezza.

Per lo stesso motivo è stato creato il personaggio di Carlos, simpatico messicano dai boccoli d'ebano, che ha anch’egli dato prova d’essere sufficientemente maldestro. Walker lo usa in due occasioni: la prima, quando organizza uno di quei campeggi di cui vi parlavo, spedendolo insieme a bambini disagiati in posti che brulicano di orsi assassini, organizzazioni sovversive di paramilitari dipendenti dalle anfetamine e fuggitivi muniti di armi da taglio - il tutto proiettando inquietanti ombre sulla conoscenza del territorio da parte dei Ranger. Il secondo impiego di Carlos è spalla debole per Trent Malloy. Costui è il figlio che Walker non ha mai avuto, dedito alle arti marziali, essendo queste valevole mezzo di indottrinamento di bambini emarginati.
Immaginatevi decine di preziosi minuti persi a riprendere cinquanta infanti di età tra i sette e i quindici anni, in kimono, che spaccano mattoncini urlando una patetica frase di motivazione.

Uno ad uno.
Più Carlos.

La noia mortale si evita quando, Dio li benedica, arrivano gli amichetti dei bambini più disadattati di loro, che sparano a casaccio e ne feriscono uno.
Di qua la strada è una soltanto:
  1. non si sa chi sia il giovane attentatore
  2. la piccola vittima finisce in coma
  3. succede una cosa miracolosa per cui la vittima si sveglia da coma irreversibile tra cori di angeli gospel mentre Walker è presente (“il quarto segreto di Fatima era Chuck Norris” non l’ha inventata ancora nessuno? No?)
  4. la vittima, ancora con cannula nasale in loco, tossisce e indica il bambino colpevole mormorando: «io ti perdono!». Tutti piangono di commozione.

Alex Cahill è l’assistente del procuratore distrettuale ma potrebbe vivere benissimo girando il mondo esibendosi come “la donna più sfigata della Terra”. Ad ogni santa puntata, l’avvenente giurista viene rapita dal criminale di turno, o perché Walker l’ha arrestato (e il bruto decide di rapirla per abusare di lei), o perché durante l’udienza s’è segato le manette e si serve della poveretta come ostaggio (e, visto che c’è, decide rapirla per abusare di lei) o è completamente scoppiato (e decide di rapirla per abusare di lei).

Mia sorella puntualmente mi ricorda che Alex, al suo matrimonio ha ricevuto una pallottola in pieno petto; quando poi lei e Walker sono riusciti a sposarsi «sono saliti su un aereo e lì hanno avuto problemi perché uno voleva dirottare l’aereo o stupidaggini del genere».

Una volta in cui si trovava chiusa sigillata in una baita in mezzo alla foresta, presumo perché giù a Dallas si aggirasse un malvivente deciso a rapirla per abusare di lei, un enorme Grizzly indemoniato ha sfondato la porta (sì, non ha rotto la finestra, non ha grattato i basamenti, ha buttato giù la porta), immagino per rapirla e abusare di lei. Walker la trova sempre e impedisce alla fauna e alla flora di violare la sua bionda metà, come a dire che certe cose può farle solo lui.

Trovo che questo telefilm sia di un buonismo a volte grottesco e dal messaggio insanamente contraddittorio, ammettendo comunque, senza riserve, che la predica del sii pacifico sembri convincere il pubblico anche se il protagonista prende a calci pure gli idranti.
I personaggi sono tutti creati su modelli di lealtà posticci e poco credibili, a volte l’unico scopo sembra impartire una lezione sui valori pseudo religiosi che uno dovrebbe avere per essere ritenuto degno di nota, malamente mascherata da telefilm d’azione. Ragion per cui, da sempre, Walker Texas Ranger è ben riassumiblie nel calzante titolo alternativo: Settimo Cielo con le pistole.

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Chiuso Sarebbe Ancora Meglio

pensato da Jonlooker il domenica, 17 maggio 2009,10:10
Su gentile richiesta di chi me ne aveva parlato malissimo, giacché mi impongo di non occuparmi mai di ciò che non conosco, ho guardato una certa quantità di puntate -no, non di edizioni: puntate- di Studio Aperto.
Se vi va, oggi ci spenderei qualche parola.

Come presentarlo a chi non lo avesse mai visto? Possiamo dire che:
 
in un mondo di utopie, casette di panpepato e unicorni, non dovrebbe esistere;
in un mondo di ottima qualità, sarebbe una rubrica di cronaca locale, dopo il Tg della provincia di Milano;
in questo triste e ingiusto mondo è un telegiornale vero e proprio.

Gli argomenti sono sempre gli stessi, potete ammirare le percentuali nel grafico a torta.








36% Milano e i suoi satelliti.

Include: movida (ragazzi buttati sui marciapiedi che dicono che quelli che abitano accanto ai locali sono dei cretini a lamentarsi per il rumore), fiere campionarie, fattorie in Brianza (tre minuti di servizio a guardare mucche che ruminano).

Ora, vorrei precisare ai miei lettori milanesi, supponendo ne abbia, che non ho niente contro Milano. Anzi, ogni tanto capita che mi organizzi, prenda il mio sporco trenino per ore e mi faccia un giretto in giornata, mangi al Panino Giusto e torni a casa felice. Detto questo: chissenefrega di cosa fate agli aperitivi, se preferite le pizzette o i vol-au-vent, se la notte all’Hollywood vi siete divertiti o se Adriano aveva prenotato tutti i tavoli? A voi importerebbe minimamente di quello che faccio io, se mi sono piaciuti i regali di Natale o se li scambierò su un sito internet? Beh, cavolo, scommetto di no.

 25% Situazione Meteo Nell’Asse Milano-Torino

““”Giornaliste””” con l’ombrello, intrecciate in inutili collegamenti, mentre dicono che piove o non piove più. Se nevica, le riprese si fanno da dentro l’auto coi tergi vetri in funzione, siamo matti a uscire con ‘sto gelo?!
Il meteo in zone considerate equatoriali, come Roma e Napoli, ha senso solo se fa molto, molto caldo (intervista al brontosauro: «era dal Mesozoico che non faceva un caldo così»; domande ai vecchietti in strada: «ma Lei ha caldo?»)  o molto, molto freddo (interviste ai barboni, se non rispondono sono inutili e si passa avanti).

22% Donnette Di Spettacolo

Un’ex velina cerca il salto di qualità nel backstage del suo prossimo calendario, Kate Moss fa la lap dance in bianco e nero, Michelle Hunziker e il servizio fotografico di dieci anni fa in cui finge di leccare liquirizie e bastoncini di zucchero giganti.
L’elogio del “lato B”, con sondaggio estivo su quella propagazione maligna di Studio Aperto che è TgCom: chi ha il sedere più arrapante? I bambini si divertono tanto.

6%  Amici Animali
Cani abbandonati o randagi, cani che salvano i padroni, gatti buffi.
Si segnalano periodi in cui i cani smettono di essere i migliori amici dell’uomo e diventano killer assatanati di sangue di neonato.

3%  Quest’anno Vanno I Pantacollant.

Intervista a  Elena Santarelli, che dice quanto vadano quest’anno i pantacollant («bello schifo» non lo dice mai nessuno, come mai?)

8%  Cotto E Mangiato

Rubrica di chiusura, sedicente di cucina, in cui Benedetta Parodi prepara piatti dello stesso grado di elaborazione del pane e Nutella. Dopo aver detto «benvenuti nella mia cucina» (che suona un po’ come «lasciate ogni speranza voi che entrate») e «oggi prepariamo i cracker all’aceto balsamico, tra l’altro io ci aggiungo sempre un paio di acciughe perché mi piacciono tanto», ringrazia chi le ha fornito la ricetta di turno: «questa ricetta me l’ha data un pakistano che vende elicotteri telecomandati in piazza San Babila». Poi prepara il tutto, costantemente intralciata da cameramen; credo che lo scopo sia dare dinamismo e senso di immediatezza alla scena - invece è una porcheria, che ve lo dico a fare.
Alla fine dice: « cotto… .e mangiato!», lo spazio lasciato dai puntini sospensivi è la trasposizione ortografica del momento in cui la Parodi jr ficca il dito in quello che ha preparato e se lo succhia. Non credo che, se aggiungessi qualcosa, la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente.

Stravolgimenti Imprevedibili Non Incasellabili
Se il tempo non ha niente di straordinario e in via Torino non ha aperto un nuovo Calzedonia, si rispolvera con professionalità la cronaca nera: che twin set sceglierà di indossare la bella ed enigmatica Amanda Knox alla prossima udienza?  Ma quanti porno si guardava ogni settimana Alberto Stasi?



Alla luce di questi dati assai precisi, si può avere la sfacciataggine di dire che Studio Aperto è un telegiornale? No di certo, piuttosto è la rubrica di se stesso.
Circa la professionalità dei giornalisti, mi sentirei scorretto se non premettessi che il livello in Italia è imbarazzante: quello che una volta era il giornalismo ora non esiste più; il vocabolo ha mutato senso, per indicare oggi il mestiere di una persona, il più delle volte schifosamente ignorante, che non ha idea di come si scriva (ci si faccia un giro sui siti di certi quotidiani, salvo rarissimi casi sintassi e contenuti sono banditi dal regno - sembra di leggere i pensierini di un’adolescente al cellulare con l’amichetta) ma non aveva di meglio da fare o non era capace, a fare di meglio.
Avvilisce rendersi conto di come il saper scrivere bene non valga più assolutamente nulla, di come i lettori siano avidi di gossip e storiacce inutili di persone infime, con buona pace di chi in passato ha scritto grandi cose.

Esaurita questa noiosa ed evitabile digressione, di cui mi scuso, c’è da dire che il fatto che siamo messi assai male non autorizza l’intervistatrice rasta (sulla cui capigliatura a nido di vespe sorvolerei, trattenendo a stento le lacrime) a fumare mentre regge il microfono, così, per educazione, se non altro.
Né autorizza Silvia Vada a dire: «è stata colpita al volto tre volte, con un ferro da stiro come questo», tirando fuori a sorpresa da dietro la schiena un ferro da stiro col cavo elettrico serpeggiante.
Non autorizza nessuno di loro a importunare gente sotto shock dopo un terremoto, allo scopo di chiedere come faranno mai, ora che hanno perso tutto.
Né autorizza chiunque di noi a guardarlo.

Ma questo non è un mondo nemmeno lontanamente accettabile, così accade che Studio Aperto abbia i suoi ascolti perché parla di ciò che importa al nostro Paese oggi.

Continuo ostinatamente a sperare che un piccolo pezzo di utopia arrivi un giorno a portarsi via tutto questo; nel frattempo, mi privo di questo ed ogni altro telegiornale e, vi dirò, si mangia anche meglio.


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Gilmore Girls

pensato da Jonlooker il domenica, 25 gennaio 2009,22:24
Non lo fanno più da un po’ di tempo, ma alzi la mano chi non ne ha visto nemmeno un episodio (ovviamente non fatelo, che mi si smonterebbe la logica del discorso).
Ed è molto amato anche in Italia, per cui sarebbe interessante parlarne un po’.

Gilmore Girls, da noi italianizzato con l’assai intrigante Una Mamma Per Amica, è la storia di Lorelai, figlia ribelle di due ricchi ma asfissianti genitori (immaginatevi, una pena), che a sedici anni ha dato alla luce Lorelai numero due (per comodità di tutti Rory), con la quale da sempre vive sola, in una casa che, come ogni elemento della sua vita, gestisce da sempre senza l’aiuto di nessuno.

Vivono in una piccola cittadina, Stars Hollow, in realtà inesistente, ma così ben ricostruita per personaggi, tradizioni locali e tessuto urbano da sembrare, a volte, reale; il che credo sia un pregio della serie. Finisce però per essere un luogo incellophanato, dove non succede mai niente: non muore nessuno sotto i novantotto anni, le liti più accese (una volta una ha osato dire: «No, hai torto!». Uno scandalo che ha turbato la comunità per decenni) ci sono per che decorazioni scegliere per la festa (non importa quale, lì c’è una festa per ogni cosa), ci sono negozi di caramelle grandi come ipermercati, i barboni sono fini cantautori che vengono reclutati con entusiasmo dai discografici che passano di là, tutti sono felici e tutti amano le ragazze Gilmore.

Queste due sono particolari. E intendo dire svitate. Mangiano porcherie e bevono caffè tutto il giorno, sembra che non abbiano niente da fare, eccetto la madre che verso la fine della storia è proprietaria di un albergo e ogni tanto il caffè lo beve là.
Sentirle parlare per più di due minuti genera crisi convulsive, chi le conosce lo sa. Per chi non le conosce: parlano in questo modo, velocità inumana e contenuti da ricovero psichiatrico. Sarebbe già gravoso assistervi così, ma per qualche strategia che non comprendo, questo modo di rapportarsi contagia chiunque parli con loro, ragion per cui ogni puntata segue pressoché uniformemente questa struttura.  Non importa che stiano parlando col fidanzato, col meccanico o col cane. Anzi, non serve nemmeno che le protagoniste siano presenti: l’isterico mutuo rovescio di parole accatastate si ripete puntuale chiunque ne sia partecipe, cascasse il mondo. Se per voi ciò ha qualcosa di familiare, ma non ricordate in che altro contesto si sviluppi lo stesso genere di dialoghi, allo stesso ritmo, vi aiuto io: Pulp Fiction. Ditemi voi se non è uguale.

Oh, escludendo le parti in cui nessuno parla. Lì lo spettatore ha il piacere di sentire accordi-base di chitarra acustica mentre una voce di donna fa «Lalla-laaah, lalla-lalla-laah» in sostituzione di ogni parola della canzone che sta maltrattando; il ciò unito a immagini crude di paesaggi autunnali, dolcetti o dolore profondo perché Rory ha preso 9 anziché 10.

Logorrea insensata a parte, l’una non ha ereditato niente dall’altra.

La madre, più che un’autentica ribelle, è un’autentica rogna: per indispettire i genitori –a quarant’anni, giova ricordarlo- o chiunque altro le sia davanti, interrompe i discorsi a tavola, dice frasi stupide, insomma credo che nel mondo reale qualcuno le avrebbe già bucato le gomme. Lì no, anzi: è considerata un bengala di simpatia a beneficio di tutti. Nessuno la trova irritante, non me lo spiego. Non mi dilungo sulle sue vicissitudini amorose, ciò che conta è che alla fine sta con quello del fast-food. E ci credo, con tutto quello che ci ha mangiato, se non lo sposava diventava socia, come minimo.

La figlia è dipinta come una specie di santa, che alle feste legge i classici americani perché si annoia; fino a un certo punto, in cui gli sceneggiatori decidono che è pronta ad avere una carta di credito e ad ubriacarsi come ogni ragazza della sua età (unico segno distintivo rispetto alle elementari e alle medie, altrimenti era uguale. Anzi no: prima aveva la cartella, poi una borsa di Hermès. Brutta, ma Hermès), si rapporta solo alla madre e pochi altri ed è di un moscio inenarrabile, sfodera personalità solo quando deve dare lustro alla carriera accademica, con una sicurezza da reporter tendenzialmente arrivista che psicologicamente fa a pugni con il personaggio. Passa dall’essere una scolaretta dimessa e innocente all’essere una riccona spenditutto e firmatissima in un attimo, niente traumi; ci fanno credere che è rimasta la stessa, perché vuole sempre bene alla sua “ordinaria” amica coreana, ma un cervello medio-basso si rende conto che in realtà sguazza benissimo nel lusso che finge di sopportare a malapena. Sorvolo sui suoi scarni fidanzatini (anzi no, togliamoci in pensiero: il garzone del supermercato, il Fonzie dei giorni nostri tutto da alfabetizzare e il nano-Paris Hilton, che quando investe male i capitali mette il broncetto, prende il jet e va a farsi un giro per smaltire il nervoso, povero cucciolo), l’essenziale, anche qui, è alla fine: lascia il fidanzato milionario (il nano, per intenderci) perché non ha tempo da perdere in stupide faccende sentimentali a scapito di una fulgida carriera: è stata arruolata nel vagone stampa della campagna elettorale di Barak Obama.

Le due donne, poi, hanno un rapporto troppo stretto, un cordone ombelicale perenne, per cui si scambiano qualsiasi cosa indossino o mangino e parlano di qualsiasi argomento senza il filtro naturale che si dovrebbe avere per creare quel minimo di autorità materna.
Prova ne è che, la prima notte in cui Rory deve dormire al campus di Yale, chiama disperata la madre, che deve farsi i chilometri per mangiare cinese con lei e le sue compagne di stanza, per terra, sulla moquette. Poi, quando (per smuovere un po’ il tutto, presumo, dato che per evoluzione della storia non ci stava proprio) la ragazza ha una crisi spirituale e decide di fare la mantenuta qua e là per un po’, basta un timido dissenso della madre nei confronti del comportamento infantile della figlia, a far sì che quest’ultima le tolga il saluto e la odi per un tempo esagerato. Inutile dire che rinsavirà, senza che questo lasci un’increspatura nelle acque tranquille del loro rapporto.

Aggiungete qualche mela caramellata, un cane sporco da fare schifo, scuole private e regali giudicati troppo impegnativi ma che vengono sempre arraffati lo stesso.

Mi rendo conto che, come introduzione amichevole alla visione di un telefilm stravisto, è stata un po’ confusa, perdonatemi le imprecisioni.

Ma quando la nonna di Rory ha comprato un’auto perché era la stessa di Jay-Z ed io ho pensato che ciò fosse assolutamente ragionevole, ho capito di aver guardato sette stagioni di troppo e mi sono rifugiato nel più rassicurante Pulp Fiction.
Che, se non altro, finisce prima.

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Delurking Day

pensato da Jonlooker il giovedì, 08 gennaio 2009,15:01
Sono appena tornato, con la gioia e il brio tipici di chi sta per tuffarsi tra le lame di un Minipimer.
Ritorno tra l’altro funestato, ieri sera, dalla visione di Gossip Girl, la più colossale boiata dopo quei ragazzini che giocavano a tennis e quelli che andavano a scuola di surf in Australia.
Vabbè che l'ho visto a spezzoni, perché ero impegnato a deprimermi per la fine delle vacanze, ma l’ho trovato terrificante. Classici (televisivamente parlando) ricchi dall’intelligenza diabolica votata al sulfureo intrigo, madre e figlia che vivono in hotel, brunch come massimo della vita; il tutto legato da un'odiosa blogger sconosciuta che passa la sua vita a parlar male degli altri (tipo me, dai).

Gli elementi chiave degli episodi, qualora ve li foste persi e voleste guardare quelli di stasera, sono i seguenti:

  • La bionda che tutti dicono essere bellissima (meno scotch ai brunch, eh..) ha conosciuto in senso biblico il ragazzo della sua migliore amica. In una chiesa.
  • La madre della bionda ha/ha avuto una relazione con l’80% degli uomini sopra i trentacinque finora apparsi.
  • C’è un ragazzo, tale Chuck, che all’inizio colpisce per la somiglianza con il ben più capace Joaquin Phoenix, poi rimane nel cuore perché tenta di aggredire carnalmente ogni ragazza gli capiti a tiro. Finora, le ragazze gli sono tutte miracolosamente sfuggite, ma tornano senza rancore alle sue feste e assicurano i propri fratelli che «stanno bene». Sostanzialmente ha uno ius primae noctis ad libitum che, a quanto pare, solo io trovo agghiacciante e criminale; per i protagonisti è una peculiarità caratteriale.
  • La bionda, delusa perché la sua ex-migliore amica mora non le vuole più bene (per il futile motivo di cui al punto primo), cammina sola di notte per la città, guardando con malinconia sul cellulare la foto che le ritraeva insieme felici. Dopo di che, per dare un colpo di spugna al passato, getta il telefono da trecento dollari nel cestino dei rifiuti.

Vedete da voi come le premesse siano irresistibili, come la trama sensibile e spessa catturi dal primo all’ultimo istante.. ovviamente non lo guarderò mai più. Al pari, le adolescenti lo adoreranno.

Ah, oggi è il mio primo Delurking Day.
Se vi fa piacere, palesatevi: ne sarei felice. Anche in caso decidessero per il contrario, ringrazio tutti quelli che passano e leggono ogni giorno, senza commentare. Siete più di quanti mi sarei mai aspettato all’inizio e ne sono onorato. E, anche se vi piacesse Gossip Girl, vi vorrei bene lo stesso!
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Quantum Of Sola

pensato da Jonlooker il domenica, 30 novembre 2008,22:12
Tre settimane di distanza sono troppe per parlare a caldo di Quantum Of Solace, l’ultimo residuo del fondo del barile Fleming, ma volevamo sprecare un titolo di post così frizzante e spiritoso? Oh, certo che no! Mi perdonerete, dunque, se ci spenderò ugualmente qualche parola.

Premettendo che il genere mi piace, devo dire che questo film è, tecnicamente, di una noia assassina. Già la sigla è la versione cantata del Prozac. In Casino Royale c’erano carte da gioco e qualche allegoria grafica di pregio, qui Alicia Keys e Jack White strillano nenie killer, mentre lo spettatore si pente di essere lì. Il titolo della canzone è: "Another way to die", ora sì che è tutto spiegato.

Esaurite le premesse di rito, miei signori, sono sul punto di elargire spoiler: chi volesse godersi il film con tutte le sue sorprese (...) non legga. D’altronde, sia qui che lì s'ignorerà malamente la trama, direi che si può anche correre il rischio.

Bond è quello sbagliato. Britannico per oscure congiunzioni astrali, il nuovo 007 non ha quell’eleganza smargiassa e incosciente che traspariva in Sean Connery e che faceva in fondo il personaggio di Bond. Piuttosto è un Robocop dai natali ceceni, che può sbattere e infilzarsi su qualsiasi corpo rovente contundente e tagliente, per tornare come nuovo, gli basta cambiare la camicia.


Come in Casino Royale, c’è anche Giancarlo Giannini nei panni di Mathis, che in quel film era cattivo, invece in questo si scopre che era buonissimo e diventa amico del cuore di Bond. Lo so, è una descrizione infantile e fumosa, ma chi ha delineato il personaggio era altrettanto infantile e sicuramente fumato.

Olga Kurylenko è Camille, la Bond Girl numero uno, molto ma molto più bella nel film che nelle locandine promozionali. Sembra la versione umana di Nadia de Il Mistero Della Pietra Azzurra, con qualche trascurabilissimo difetto rispetto all’anime: mantiene sempre la stessa espressione da bimbetta scocciata al saggio di nuoto sincronizzato, ostenta broncio perenne e accento straniero indefinito; se ne sta tutto il tempo imbambolata come una stecca, ogni tanto sottolinea la sua vendetta con quattro parole male assemblate.

A titolo informativo, c’è anche la Bond Girl numero due, tale Fields. La sua unica utilità è quella di andare a letto con Bond, poi viene uccisa e intinta come una pralina nel petrolio grezzo e fatta trovare all’agente nello stesso letto, unico posto dove l’avrebbe cercata. Indispensabile ai fini della storia come un ramo secco è utile a sostenere un’altalena.

Dominic Greene è il cattivo viscido, molto simile a un rospo, un gran talento per gli affari criminali e un gusto per festicciole ed eventi vari che me l’ha reso stimabile per un settimo di secondo. Accento francese da chef, mais oui.

M è il capo di Bond; in questo film non ha fatto altro che spalmarsi creme anti età mentre sgridava il suo agente preferito col vivavoce, cosicché, di quantum in quantum (ho i brividi per quanto sono spiritoso quest'oggi), appariva un tantino stanca del suo lavoro. Ha i capelli bianchi, ma non quel bianco montato a neve che fa tanto dolce nonna e fiabe davanti alla cioccolata calda, bensì quel bianco fata turchina e suoi primi centododici anni. Ogni dove ho letto che Judy Dench è stata superba in questo film. Risponderei: sì, brava è bravissima, ma in questo film non è che avesse un ruolo esorbitante la preparazione di un bagno caldo. Beh, certo, eccettuando il fatto che ha passato metà film a istigare l’agente più irascibile e violento che abbia mai avuto: «Ma come, non ti sei ancora vendicato della morte di Vesper?! Vendicati, vendicati!».
Ah però, che sottile psicologia.

Per quanto riguarda la storia, perdonatemi ma non ricordo più i dettagli, fuorché qualche perla meritevole che mi accingo ad illustrare.

Per il capitolo: a zonzo per l’Italia, vale la pena di ricordare (sorvolando l’esordio in cui i carabinieri pasticcioni rotolano giù per la cava con una camionetta) Siena, ove James ed M decidono di torturare un misterioso nemico mentre si svolge il palio. Sono così ben addestrati e capaci, che il signore in questione fugge nel bel mezzo della giostra, dando vita a un inseguimento molto colorato tra il pubblico. Essendo senza scrupoli, il malvagio fuggitivo si mette a sparare tra gli spettatori e uccide una donna. Questa cosa non importa a nessuno perché, poco dopo, nutriti gruppi di senesi muniti di bandierette corrono per le strade urlando «s’è vinto, s’è vinto!» con artefatto accento toscano, noncuranti del cadavere ancora caldo in piazza del Campo, che probabilmente sarà stato smaltito nell’umido senza troppe lacrime.
Bond e il cattivo si inseguono rovinando una città, abbattendo tegole con calzature inglesi e smembrando un edificio in restauro, dove si saggia l’invincibilità di bond con la sua pelle a maglia di ferro a prova di tutto.

A Talamone, invece, si imbastisce uno spaccato assai imbarazzante. Bond va a trovare Mathis, che vive in una bella casa con Lucrezia Lante della Rovere. Lo so, non ha senso ma è lei. Mentre i due parlano di cose così importanti che le ho dimenticate, lei si stende su un lettino di vimini a forma di foglia e li interrompe con una frase che pressappoco era questa «Mathis, ti prego vieni a spalmarmi la crema, che ho bisogno di sentire le tue mani sul mio corpo». Gelo e raccapriccio in sala. Per non rievocare tali sensazioni, esaurisco l’argomento Mathis dicendo che verrà sul serio smaltito nell’umido, nientemeno che dal suo amato amico Bond, che si giustifica con «A lui non importerebbe»; amico che gli prende anche cento euro dal portafogli e se ne va lasciandolo morto in mezzo alla spazzatura. Fa sempre meno ribrezzo della scena sulla foglia di vimini, so anche questo.
 
Per il capitolo: tutti gli americani guardano l’Opera in Austria, c’è un inseguimento bellissimo (credo sia l’unica parte del film che meriti davvero) al Teatro dell’Opera di Bregenz, nel bel mezzo della Tosca, ma solo dopo che i personaggi più crudeli del globo si sono riuniti per parlare di come rovinarlo, con il brillante espediente di parlarsi con piccole trasmittenti mentre fingono di guardare l’Opera. Wunderbar!

Per il capitolo: facciamo esplodere un po’ di Bolivia (o almeno credo che fosse la Bolivia), un enorme complesso edilizio salta in aria man mano che Bond e Camille ci corrono dentro. Lei finalmente ha la sua vendetta e fa la fragile per qualche secondo, così Bond-Robocop può salvarla e portarla fuori.
007 invece è più sottile: dopo un film intero in cui ha sparato un po’ a tutti con noncuranza, decide di fare il creativo, mollando il rospo in mezzo al deserto con una lattina di olio per motore, da bere in caso di necessità.

Il film si inoltra alle battute finali quando Bond porta a termine la sua tremenda vendetta, presentandosi a casa dell’algerino fascinoso che aveva intortato Vesper. Il nordafricano in questione si intrattiene con una nuova agente da prendere in giro e le ha già regalato un nodo d’amore come quello che aveva donato, nell'episodio precedente, alla bella annegata di Bond, il quale apre gli occhi alla nuova fiamma che se ne va ringraziando (sul serio, dice «grazie», raccatta il golfino e se ne va) e consegna il playboy della kasbah ai servizi segreti britannici.

Come può finire un film così...così.. così?! James Bond, dopo essersi tormentato per la sua donna morta per lui, dopo aver ucciso e picchiato per lei (mentre M aizza: «Ti sei vendicato? Eh? Eh?!») prende il nodo d’amore di Vesper, (l’unico ricordo che ha, ci tengo a precisare) e lo schiaffa nella neve.
Titoli di coda.

E poi si stupiscono che in quasi due ore di pellicola non dica neanche una volta: «Il mio nome è Bond... James Bond». E certo.. Non ci crede neanche lui!
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CSI: Miami

pensato da Jonlooker il domenica, 16 novembre 2008,21:30
Come avevo da tanto tempo preventivato di fare, parlerò di CSI: Miami, il telefilm più seguito al mondo.
Lo sappiamo tutti che è inverosimile e pretenzioso, ma è anche così colorato e sfizioso che l’episodio passa velocemente. Ed è divertentissimo da commentare, non c'è bisogno di dirlo!
Come al solito, ho scelto di parlare di persone e avvenimenti in modo del tutto arbitrario, lo dico in modo che, se c’è (faccio un esempio per assurdo, eh) un’accanita fan della serie che vuole crocifiggermi, potrà farlo agevolmente, poiché tutti i fronti sono disponibili.

I personaggi

Ho scelto quelli che ritenevo più significativi.

Horatio Caine
Immaginate il folletto di San Patrizio, solo alto due metri. E che si veste a metà tra un bodyguard e il titolare di un’impresa di pompe funebri. Ha l’impulso irrefrenabile di adottare ogni delinquente/tossico/disadattato che gli ispiri simpatia, ha un figlio mariuolo e sfortunatissimo che sta in prigione e credo che ciò sia per lui una soddisfazione appagante.
Per guardare l’interlocutore, piega la testa come un allocco, solitamente per poi dire una frase d’effetto come «io non credo negli incidenti, signor Wolfe» senza mai togliersi quegli orridi occhiali da sole.

Calleigh Duquesne
Non lasciatevi ingannare dal fatto che il doppiaggio italiano le appioppi un vocione da centralinista erotica ultracinquantenne: in realtà la sua voce è quella di una cheerleader quindicenne alla terza vodka. Restando in tema, suo padre è alcolizzato: ciò spiega il perché sua figlia abbia un nome del genere -una persona sobria non gliel’avrebbe dato.
Nella prima stagione sfoggiava una capigliatura alla Raperonzolo, pian piano ha ridotto le lunghezze per non inciampare sui propri capelli mentre camminava. Tuttavia, continua a inquinare scene del crimine scuotendo la testa per riavviare la folta criniera. Esperta di balistica, gironzola ogni dove nei laboratori per fare domande inutili o raccontare quanto è brava a collegare il proiettile alla pistola che potrebbe averlo sparato.

Erik Delko
Personaggio dal decorso curioso; vi basti sapere che in una puntata gli sparano alla testa e l’ultimo fotogramma prima del buio ce lo regala con gli occhi sbarrati, mentre il lago di sangue si allarga sull’asfalto. Alla puntata successiva si scopre che non è per niente morto, ma il suo cervello è terribilmente compromesso. La puntata dopo il suo cervello gli fa solo inquinare le prove, ordine del giorno (per maggiori dettagli, leggere la voce "Valera"). Dalla puntata ancora dopo in poi tutto torna come prima e nessuno si ricorda che era morto (morto, vi dico! ).
Beh, escludendo quel giorno che ha risolto un caso grazie ai consigli del collega defunto.

Ryan Wolfe
Una specie di figliol prodigo, che viene pure licenziato e indagato perché gioca d’azzardo e finge di non conoscere i sospettati a cui realtà deve dei soldi, o qualcosa di simile (o tutto quanto appena detto più qualcosa di simile).
In realtà non è che faccia niente degno di nota, tant’è che pare sfottimento quando Horatio Caine lo chiama «signor Wolfe» sebbene l’abbia preso a cuore quei cinque minuti necessari a farlo rientrare nella squadra.

Natalia Boa Vista
Un fenomeno: si veste inguainata di tessuti fiorati pronti a rompersi, provati dal suo fisico giunonico. Per questo, quando si deve abbassare verso il pavimento a raccogliere prove, sembra che abbia il colpo della strega. Come Calleigh, spazzola vetrini e fialette con i suoi capelli fluenti e nessuno le dice niente. Ha l’autorizzazione a portare armi senza saper sparare, cosa, questa, miracolosa quasi quanto il fatto che Delko sia risorto. Alla sesta stagione si rende conto che è il caso di prendere lezioni (meglio tardi che mai, bella mia) e si disintegra una spalla con il rinculo.

Alex Woods
L’anatomopatologa, un personaggio fantastico. Immaginatevi una carneficina, con fontane di sangue, interiora che sbocciano sull’asfalto, facciamo un bel cadavere che zampilla da ogni arteria che conti. Lei arriva in bilico su tacchi vertiginosi, vestita con un tailleur Dior color ala di arcangelo e occhialoni da sole dello stesso stilista, con la sua valigetta che è in realtà un beauty metallico di Sephora. Si inginocchia, prende la testa mozzata che sta in una pozza di sangue poco lontano da dove sta il legittimo proprietario e le sussurra «E’ stata proprio una brutta giornata, non è vero tesoro?» Si rialza senza essersi minimamente sporcata e se ne va.
Ritornata all’obitorio, converserà con il morto per tutta la durata dell’autopsia, esclusi i momenti in cui Calleigh verrà a reclamare bossoli o a fare domande cretine.

Valera
Nel CSI di Las Vegas c’è un addetto per ogni cosa: uno ai file audio, uno all’analisi pezzi di carta, una per il veleno di serpente (sul serio, io me la ricordo, era una giapponesina tatuata), uno messo apposta per irritare Grissom; a Miami no, fa tutto Valera, che ricordo aver raggiunto un considerevole numero di reclami, azioni disciplinari e quant’altro perché bypassa le regole o si dimentica di compiere azioni fondamentali. Eppure è ancora là a mandare all’aria i casi.


La trama

Si costruisce generalmente sul seguente canovaccio:

C’è della gente (= Top Models e Bagnini di Riace) che, su modello Satiri e Baccanti, balla alla festa di un discografico e della sua moglie diciottenne in vestaglia leopardata. Musica cubana rappeggiante, flûte pieni e vuoti, tutti quelli che vogliono coprirsi stanno in costume da bagno. A un certo punto, passa un’auto nera, diciamo un’Escalade, da cui un braccio malandrino scarica un paio di caricatori di un’arma automatica. Tutti scappano urlando, ovviamente. Resta a terra solo la vittima, una ragazza in bikini che è stata colpita al petto e, nonostante l’abbondante silicone, è morta all’istante. Arriva zompettando la squadra di cui sopra, in formazione variabile; Horatio piega la testa di lato, il poliziotto accanto a lui dice una cosa come «Povera ragazza, così bella» e Horatio risponde con uscite tipo: «la morte non si cura della bellezza».

(Sigla con urlo disumano iniziale.)


La morta è a colloquio con Alex, arriva Calleigh dicendo che vuole il proiettile. Ovviamente Alex “stava giusto per estrarlo” e tira fuori una protesi al seno da cinque chili e col bisturi estrae il proiettile, lo mette in un Frigoverre e glielo porge, aggiungendo: «Ma c’è di più: il secondo proiettile è stato deviato e ha colpito la rotula». «La rotula? Intendi quella cosa tonda sul ginocchio?» Segue spiegazione che in confronto Esplorando Il Corpo Umano è la versione colta di New Scientist.

[Inframmezzo di musica lounge in cui tutti spennellano corrimani e fanno calchi di impronte, trovano preservativi negli angoli più remoti (di cui cercheranno riscontro nel database mondiale dei preservativi trovando una corrispondenza dopo otto secondi netti), champagne, una stanza segreta per il sadomaso e una museruola nella lavastoviglie.]

Intanto, in una sala interrogatori di gran lunga più luminosa del mio soggiorno, si prende una rosa di sospettati: un cubano sfregiato che fa parte di una banda, un riccone con gli anelli d’oro e la camicia fantasia, una modella che arrotonda facendo la prostituta per un membro del Congresso. Sono accumunati dal fatto che sono i primi tre con l’Escalade nera nella lista stampata da Natalia. Il cubano non sarà lui (questo per dirci che siamo stati cattivi a pensare male del primo ispanico sul tavolo), restano gli altri due, che possono averlo fatto insieme o separatamente, senz’altro per un motivo cretino (tipo «non mi ha restituito la mazza da golf che gli avevo prestato l’anno scorso», «quel costume al negozio l’avevo visto prima io», eccetera eccetera).

Horatio guarda il colpevole con la testa di lato, gli dice una frase sulla fugacità della vita e lo sbatte in galera. Se invece il colpevole è la ragazza, le dice «posso aiutarti a cambiare vita», le allunga il suo biglietto da visita, le assegna un vitalizio e le dà il suo cognome.
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Numb3rs

pensato da Jonlooker il lunedì, 03 novembre 2008,09:13
Conoscete Numb3rs?
Si tratta di un telefilm americano, prodotto da Ridley Scott e dal suo fratello noioso Tony.

E’ la storia di due fratelli: il maggiore, Don, è un agente speciale dell’FBI. Il minore, Charlie, è un matematico geniale, ex bambino prodigio che veste malissimo e cammina come se avesse un procione morto nei pantaloni.
L’FBI di Los Angeles, città che fa da sfondo alla vicenda, apparentemente ritiene che i metodi investigativi tradizionali non siano abbastanza efficaci; così, per risolvere i casi più intricati, si avvale della consulenza, guarda  caso, del fratello del capo di una squadra dell’investigazione federale (ma sì che sono sicuro, non è ambientato in Italia). E come, visto e considerato che Charlie vive col papà a trent’anni suonati, nonostante sia ricco e stella dell’ateneo? Ma grazie alla matematica, naturalmente. Vi faccio un esempio tipo.

Un terrorista vuole far saltare Los Angeles. Nel tragitto si ferma al furgoncino del gelato e chiede un cono alla vaniglia ricoperto di cioccolato fondente e per caso il suo volto viene scansionato e riconosciuto da uno dei soliti aggeggi miracolosi del FBI, posizionato abilmente sulla statua di un padre fondatore.

I dati sono trasmessi all’ufficio di Don, che vanta la presenza di:

Megan, una specie di agente psicologa, che anche nelle uscite più brillanti sembra sempre tonta e dalla grazia di uno Yak;
un agente afroamericano dalla personalità di un tappo di sughero;
un australiano gonfiato all’elio che ricorda a tutti che stava nell’esercito (ma quando, esattamente, che c’hai diciassette anni?) e nel frattempo fa la spia per i cinesi;
forse da qualcun altro ma forse anche no.
Capite, son tutti importanti.

Quest’ufficio, dicevo, cade nel panico: si accendono i computer da ventimila dollari l’uno, si scrutano le foto in proiezione digitale come al cinema, si usano laser fotonici come puntatori per indicare oggetti che stanno a otto centimetri dagli interessati. Si fissa per un paio di minuti la fototessera del terrorista che gusta il suo ricoperto, poi si dice che chissà quali piani malvagi sta organizzando, sicuramente avrà seguaci psicotici travestiti da americano medio, di sicuro colpirà un centro commerciale, oh quante potenziali vittime innocenti. E’ il segnale: bisogna chiamare Charlie. Il genio idolatrato del California Institute of Science (so che morite dalla voglia di iscrivervi subito, perciò mi duole profondamente informarvi del fatto che è inventato di sana pianta), al momento in cui il fratello maggiore lo chiama mal celando disperazione, è impegnato sempre in una di queste attività:

  • tiene una lezione in cui fa ridere e intrattiene gli studenti  ammirati con battute sui quanti;
  • pranza all’aperto con il suo amico Larry, uno che dorme nel vano caldaia dell’università perché non vuole una casa, che la Nasa manda nello spazio e che ovviamente conquista il cuore di quella svanita di Megan (ma i test attitudinali e comportamentali non erano obbligatori, a Quantico?);
  • non coglie assolutamente i segnali della sua bellissima collega indiana Amita, (una che di mestiere fa la fisica-l'ingegnere informatico-la matematica) che gliela butta continuamente invitandolo a casa a cena. Lui prontamente le risponde «Vorrei tanto, Amita, ma sto creando un algoritmo sull’andatura delle anatre che attraversano l’interstatale».

Charlie abbandona seduta stante le elencate attività e si reca barcollando all’FBI, dove guarda l’immagine del pericoloso criminale per pochi secondi e gli viene l’illuminazione:  «Ma certo, è la legge di Opvyijansonn (parola incomprensibile che nella realtà non significa niente) quella per cui un ricoperto si scioglie con la temperatura media di stagione moltiplicata per la base maggiore di un trapezio scaleno diviso due.»
Si noterà come la suddetta legge di Sioxzgfiggenstein tenga conto di due o tre variabili graziose e facilmente convertibili in immaginette esplicative (un cono al quadrato meno infinito, vaniglia più vento libeccio alla meno sette) ignorando inspiegabilmente tutte le altre. Secondo l’autorevole consulenza di Charlie, la legge di Qudfkdompong esplica, senza ombra di dubbio, il luogo dell’attentato, la quantità di esplosivo e gli indirizzi del domicilio di ciascuno dei membri della cellula terroristica.
Il terrorista viene preso un attimo prima che schiacci il bottone del telecomando, il centro commerciale è salvo. Don gli spara quattro colpi al petto e viene messo in terapia per qualche puntata, tempo in cui il terapista cinico e scaltro gli fa capire che sparare a chiunque gli capiti a tiro sia per Don un modo per sfogare l’invidia repressa nei confronti del fratello genio, che da piccolo era al centro dell’attenzione perché bravissimo in algebra e ora risolve i casi al posto suo. Dopo qualche amena chiacchierata col terapista, Don torna a comandare la sua squadra senza alcuna ripercussione.

In definitiva, consiglio caldamente questo telefilm; mi permetto di segnalare, in particolare, quella puntata in cui il padre di Charlie entra a casa con i ribes e dice che costano meno dei mirtilli (o viceversa, non ricordo.. non sono un matematico, io), al che Charlie prende la giacca ed esce urlando che ha risolto il caso. Cose che vedevamo fare solo a Jessica Fletcher.
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..E Se..

pensato da Jonlooker il venerdì, 03 ottobre 2008,08:48
Sarò onesto: c’è moria. Pochi spot degni di essere smembrati, poca carne al fuoco, piattume diffuso. E aver sempre e solo un argomento inizia ad essere pesante per il povero piccolo J.
E se oggi (e mi sa pure qualche altra volta) dovessi.. che so.. scrivere di tutt’altro.. voi vi offendereste?
Io oggi ve la butto lì, per dirla in eleganza.

Consiglio da amico.
Non importa se avete voglia di buttare al vento due ore della vostra vita. Correte nei campi minati, intagliate un Gattino Virgola nella betulla, guardatevi una retrospettiva sugli abiti di Raffaella Carrà, ma mai -e dico mai- andate a guardare La Mummia - La Tomba Dell'Imperatore Dragone, uno dei film più fessi della storia del cinema.
Ecco un riassunto organico ed esauriente dei momenti imperdibili di questo film, che soddisferà la vostra voglia di trama.

Si chiamerà anche "La Tomba Dell'Imperatore Dragone" ma l'unico drago è nei titoli di testa. Ma niente paura, la mummia si trasforma in troll peloso, in Idra (e loro sanno che l'Idra non è un dragone, vero..?! Se no Ercole e San Giorgio son la stessa persona) e altri due animali che non ricordo perché vivevo la magia dell'assopimento.

Le battute mi han fatto  venir pena per gli attori e gli attori mi han fatto venir pena per le battute.

La parola Shangri La è stata inventata da uno scrittore inglese, ergo non può essere un diamante blu che con fare saccente pretendete «appartenga al popolo cinese». Cioè, può essere. Se ne hanno fatto un’imitazione in plexiglas.

Per un condottiero cinese “l’ultimo nemico da sconfiggere è la morte”. Grazie per aver buttato nel gabinetto millenni di filosofia orientale. Comunque vi confondete, quella è un’altra mummia, Cher.

Le armature degli antichi guerrieri cinesi erano riproduzioni fedeli delle armature che indossano i centurioni romani al Colosseo, quelli che si fanno pagare per fare una foto con i turisti che hanno capito tutto.
I cavalli di terracotta erano ossidati.

Il ventenne esperto archeologo, figlio del protagonista belloccio, si fa gabbare dal mentore ottantenne che si coalizza a dieci minuti dall’inizio con due militari non ben identificati, che girano in divisa pur non avendo uno straccio di superiore che li comandi, così, grazie al diamante in plexiglas, possono risvegliare una mummia che li bistratterà come garzoni nell’intento assai vago di conquistare il mondo. Cosa di cui ovviamente loro sono felicissimi.

Quando il cattivo muore la prima volta, vomita fango. Quando muore la seconda le palle degli occhi si infuocano ed escono gioiose dalle orbite. Mancava solo di sentire *pop!*.

La maga sta in una grotta da tempo immemorabile, in assoluta solitudine, ma parla cinese e americano indifferentemente (la mummia no, ignorantona!). Abbiamo ipotizzato che a star da sola tutti quegli anni ne avrà approfittato per ascoltarsi i corsi di lingua in audiocassette De Agostini.

Per cinque minuti buoni ho dormito.

La figlia della maga, in un momento di lotta sull’Himalaya in cui i buoni stanno facendo una figura da cioccolatai, urla formule magiche in cinese e viene subito soccorsa in aiuto da un branco di Yeti protettivi, che salvano i buoni dopo aver aspettato istruzioni ricevute in americano (audiocassette per tutti!).
Da quel momento in poi l’atmosfera era quella di “Harry Potter e la gita in montagna andata in vacca”.
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