Orsù, Bimbi, Tutti Qua: C’è Il Circo Giù In Città!

pensato da Jonlooker il lunedì, 14 settembre 2009,08:33
La telenovela della desolazione prosegue sublimando in assoluta scempiaggine, segno che i pubblicitari ingaggiati hanno definitivamente intrapreso la via dell’alcol.
Nasce così l’ultimo episodio, che noi tutti nell’universo conosciuto speriamo essere l’ultimo, ma mi sa tanto di no.

Sul canale di YouTube che è costretto ad ospitare la “band” lo spot viene descritto così:

«La nuova canzone finita, un'ospite a sorpresa e un finale romantico inaspettato.»

Essendo queste stentatissime frasi le linee guida fornite direttamente dagli stolti interessati, mi ci aggrapperò come un marinaio nella tempesta all’albero maestro, sperando di non annegare nel nero oceano della loro mediocrità.



Episodio VIII


Capitolo I
La nuova canzone finita

Ovvero «Paris Hilton in confronto è Aretha Franklin»

Alan, che senso ha che ve lo dica, parla. Ci dice che i sogni che inseguiamo a volte si avverano.
Io dico che, mentre scappavano da loro, i sogni non correvano abbastanza forte.

 Il pezzo che Marco, nell’episodio VII, desiderava comporre con tutte le sue lombricose forze è finalmente pronto, non si sa come.
Viene dapprima da chiedersi a chi l’abbiano rubato, dubbio che svanisce quando si sente la canzone: non l’hanno rubata a nessuno, si vede che è robaccia loro, un po’ la totalità della loro cultura - un rimestio di filastrocche da gioco interattivo Chicco e una sigla dei Pokémon.


Capitolo II
Un’ospite a sorpresa

Ovvero «Oh che grazioso, hanno portato un mulo! Ah, no.. è Valentina.»

Mentre i miracolati incidono il loro pezzo, avviene il repentino e inatteso peggioramento (inatteso perché, fino a quel momento, chi l’avrebbe mai detto che si sarebbe potuti cadere più in basso?). 
Vale a dire che una ragazza, con un bracciale che sembra il mazzo di chiavi arrugginite del giardiniere, è entrata indisturbata e ha messo le sue manacce sulla strumentazione e, con recitazione che se me lo domandavate io vi prestavo la mia gatta che è più dotata, dice «Ok, fermi un attimo». 
Ora, dopo aver a stento capito che non appartiene al genere Equus, apprendiamo che si tratta (ricordatevelo, non di un pony, ma:) di Valentina, proprio quella che aveva piantato senza un motivo palese (ma sicuramente logico, visto lo scaricato) quel triste elemento di Marco.
Entra come Wanda Osiris ed esclama artefatta: «manca ancora qualcosa (smorfia da redini, senza nitrito però)... Ricominciamo?»

Non smarritevi, la situazione è chiara: la carriera di Valentina come cantante è un fallimento schifoso, lei è sul lastrico e, invece di darsi all’ippica (ok, ok, questa era l’ultima battuta sui cavalli, promesso) ha deciso di attaccarsi come una sanguisuga alla band di quel poveretto che le muore dietro, così si autoinvita spudorata nella registrazione e inizia a cantare e -ma pensa te!- sa già le parole. Se andate a ritroso e fate la rassegna dei giocattoli/pupazzi parlanti che avevate all’asilo, scoprirete che, al 90%, fino ai cinque anni la sapevate anche voi.


Capitolo III
Un finale romantico inaspettato

Ovvero «Inaspettato è che non vi abbiano ancora inseguito tirandovi le pietre»

La band, che ormai vanta la presenza di cani e porci (o piuttosto ..no dai, avevo promesso: niente cavalli) grazie al metodo di assunzione “questa è la danza del serpente”, esce come un’orda di barbari infuriati urlando «Abbiamo il nostro pezzooo!» con un’isteria che imbarazza e spaventa.

Fiammetta corre ad avvinghiarsi ad Alan vaneggiando qualcosa su una presunta bellezza della loro canzoncina.
Lui, con una battuta ardita à la Happy Days riesce a baciarla con trasporto (diciamo così), mentre lei finge disperata attrazione fatale, ripetendo tra sé e sé «Coraggio, Fiammetta, finisce subito, poi vai a sciacquarti a casa con l’Amuchina»

Ci piace ricordarli così, nell’ultimo fermo immagine dello spot, ognuno con le sue tipiche pose.
Luca che salta nell’angolo, inutile e magro come se non gli dessero nemmeno i tozzi di pane; Marco che fa sempre facce ridicole in cerca di attenzioni, Alan che salta garrulo come un moccioso delle medie che ha vinto il torneo di Magic e Fiammetta che mostra le mutande.






Ringrazio la sempre attenta e presente Aladel per il link, smack*!

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Tim – La Trilogia

pensato da Jonlooker il domenica, 14 giugno 2009,10:10
Da quando ha infestato il nostro Paese con i telefonini per tutti, la Tim ha spesso usato la trovata di creare delle storie a puntate che si sviluppano spot dopo spot; idea che sarebbe anche interessante, se non fosse per il contenuto delle storie, sempre insipide, sempre brutte, sempre peggio.

L’ultima telenovela da mezzo soldo è quella di tre sedicenti musicisti che devono raggiungere chissà quale PalaLottomatica per suonare chissà quale ottima musica.
Di seguito, i tre episodi finora propinati di questa inutile saga post-adolescenziale.



Episodio I
Il Tastierista Rinsavito


I tre hanno il bisogno di star fermi in mezzo alle strade sterrate per contemplare la campagna, di modo che possano sbriciolarci addosso i loro pensierini da seconda elementare.
Vi prego, guardate come ce li presentano.

«Come comincia questa storia? Beh [come si schermisce, è l’artista umile], da un sogno, il sogno di farcela insieme».
Per prima cosa, nessuno, ma proprio nessuno, ti ha chiesto come comincia la vostra traversata della provincia per raggiungere un bar per motari.
Ma, visto che insiste, continua a raccontarci lo sviluppo di questa robetta stravista dei ragazzi che vogliono avere successo nello showbiz, quello che negli ultimi anni vogliono farci credere l’unico sogno disponibile, poveri illusi.

Quello che non riesce a tenere la boccaccia chiusa è Alan, il batterista che con trenta gradi all’ombra c’ha lo sciarpone e la felpa con la zip, Alan che guarda i compagni sorridendo raggiante come un papà guarda i suoi figli (ritengo opportuno un test delle urine). Alan che ci tiene a presentarci Luca, il bassista solitario che deve provare nelle radure; non mi stupirei se ululasse, nelle notti di luna piena.
Poi c’è Marco, il nostro Pete Doherty col cappelluccio delle grandi occasioni, che si siede sui sassi a fingere di suonare. E’ il trascinatore, lui, mica uno qualsiasi, così determinato a farcela che si accorge che forse non è il caso di raccogliere margherite e prendere zecche, se li aspettano al locale; per i suoi accordi fasulli, trae ispirazione fissando sbavoso la foto di una tizia nuda che l’ha piantato di recente.

Infine, il mio personaggio preferito, il tastierista: uno che ha detto loro: «Andate avanti, che poi vi raggiungo» e non s’è fatto mai più vedere, tirando pacco con un sms.
Ciò causa nel povero vocalist una fastidiosa sindrome dell’abbandono moderatamente isterica, per cui si lagna di essere mollato da tutti.
Meglio ancora, chiama il pub per lamentarsi anche un po’ con loro, dicendo che il tastierista li ha lasciati in mezzo a una strada, come se avesse succhiato la benzina con la cannuccia per lasciarli a secco.

Risponde una misteriosa bionda, che ci fanno vedere solo di spalle o da inquadrature malandrine, in modo da incollarci alla saga per vedere quanto valga la pena cercare le sue foto in internet.
La ragazza, per curiosa coincidenza, "con le tastiere ci sa fare".

Con rinnovato entusiasmo, i tre rientrano nel trabiccolo e speculano su come sarà, la signorina. Il professionale trascinatore dichiara che l’importante è il talento, lo strafatto in sciarpa non vede l’ora di metterle le mani addosso.
Innovativi più che mai, iniziano a cantare Con Te Partirò, una canzone che non piaceva neanche a Bocelli mentre la cantava [1].

No, bello, eh, che esordio promettente.



Episodio II
Può una ragazza essere bella e talentuosa nello stesso tempo?
Certo che sì! Ma non è questo il caso.


Il successivo, triste episodio si apre con i nostri eroi che arrivano al “pub”. In realtà è un capanno per gli attrezzi gigante o un punto di ristoro per i guardiani dello zoo, non c’è altra spiegazione per cui una casetta di legno stia sopra una collina in campagna in mezzo al nulla.
Alla band non interessano questi dettagli, devono vedere la nuova tastierista; Alan, che non ha mai conosciuto una donna, sta praticamente per avere un infarto e farfuglia profezie per cui sente dalle viscere che quella che si ritrovano davanti è la ragazza che cercano. Vedi te, cretino, ci avete parlato al telefono, l’altra è dietro il banco perciò è la barista, per il resto c’è solo lei là dentro.

Qui inizia ad avvertirsi il potere empio dello squallore: come se all’improvviso fosse partita You Can Leave Yor Hat On di Joe Cocker, la bionda -sempre di spalle- si scioglie i capelli e scuote la chioma dorata, poi, fingendo di non averli visti e di non aver preparato questa scenetta patetica di chi è in cerca di attenzioni, si volta di scatto e dice:
«Siete voi?»
«Sì, siamo noi, sei tu?»
«Sì.»

Ma che cavolo di dialogo è? Io sono io, voi siete voi, noi siamo noi? E se la ragazza stesse aspettando anche il Trio Pagliacci Sadomaso? Siete sempre voi?

Si continua con le presentazioni:

«Ben arrivati, io sono Fiammetta»
«Ah, Fiammetta, ecco perché sento caldo!»

No, deficiente, senti caldo perché è maggio e tu hai la sciarpa di lana e la felpa di vellutino. Mentre tutti gli altri nella stanza alzano gli occhi al cielo e si vergognano, Fiammetta è onoratissima da questa battuta e ridacchia, che amarezza. In tal proposito, fanciulla cara, sei senza dubbio molto carina, ma non sei la più sexy dell’universo, quando sorridi a volte sembri uno squalo tigre e ti atteggi un po’; ti suggerisco di osservare i manifesti pubblicitari che ti ritraggono affissi nelle città, per farti un’idea: ti sembra il caso di fare sempre quello sguardo da porca vogliosa? Magari sei anche una ragazza perbene, ma se continui ad imbarazzare così non ci crede più nessuno.. Scendi dal cubo, su su, da brava, ecco, è tutto finito.

La sera, il pub è stracolmo di gente che assiste cantando e scatenandosi all’irresistibile ritmo di Con Te Partirò, sembra un raduno scout nella baita.
In tutto questo, prima di gasare Fiammetta con le luci della ribalta, nessuno le ha chiesto di provare le tastiere: siccome è bella, è assunta. Ma forse avrebbero dovuto, perché è chiaro che saperci fare con le tastiere non è uguale a saperci fare con i tastieristi, così dobbiamo tutti assistere all’assalto fisico da parte della ragazza (ricurva come una strega sul calderone, che portamento) ai tasti, pestati e graffiati con le unghie. Ho capito subito chi è il suo modello ispiratore, Olive di Little Miss Sunshine (andate al segmento 1:56-2:00, ditemi se non è lei!).
Oh: e canta al microfono con una voce maschile, com’è poliedrica.
La splendida performance termina con un suo sguardo assatanato rivolto ad Alan, che ormai è talmente abbindolato da innalzare telepatici calici al suo inesistente talento musicale.



Episodio III
Come Cambiano I Sogni


In questo appuntamento della saga si riprende la recita dell’asilo, in qualità di sottofondo per i petulanti pensierini di Alan. Tutti hanno in odio Fiammetta –scientificamente corretto- ma per me lui è ancora peggio, perché parla per frasi fatte e luoghi comuni, credendosi sto grande poeta del nuovo millennio. Com’è bello far parte di qualcosa, com’è bella la Tim Tribù (ancora?! Ma hai trent’anni, che te ne fai della Tim Tribù?), avrò Messenger e Facebook sempre con me, bella lì.

Stridula come una gallina col proprio uovo in gola, Fiammetta urla complimenti al trascinatore depresso, ma si rabbuia subito perché, nonostante il rimestio di boccoli, non viene calcolata di striscio; Marco ha visto la sua ex, sì, quella della foto nuda, che ha assistito al suo show e scappa giustamente schifata, sgommando su una Cinquecento.
Ed io che credevo che il binomio morettina indecisa e confusa - strimpellatore sfigatello e innamorato avesse raggiunto l’apoteosi con I Cesaroni.

Fiammetta ci tiene a sapere chi sia, questa Valentina che le ruba la scena. Alan le risponde che per saperlo deve entrare nella band, all’insegna del: “Provarci sempre e comunque”.


Caro Alan, visto che erano parole tue: te lo ricordi, vero, che questo è il sogno di farcela insieme, non quello di fartela tu?








[1] Questa è di Houston, che ringrazio.
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Al Peggio Non C’è Mai Fine

pensato da Jonlooker il sabato, 30 maggio 2009,10:57
Mi cadono le braccia.
Veramente, mi mancano le parole.
La melodia è quella che verrebbe fuori se Manu Chao avesse l’hobby della salumeria.
E già di per sé rende difficili delle visioni consecutive.

Ma no, non bastava.
Serviva l’elenco puntato


a) sono bello (vorrei ricordare a tutti che stiamo parlando di animali dell’aia tagliati a fette)
b) sono snello (guarda, se dicevi anche qualche vaccata sull’apparato urinario ti scambiavo per la Chiabotto)
c) voglio fare carosello (come quando Cicciolina si mise a fare politica.. Uguale uguale)
 
ma (Dio che suspance, non posso immaginare quanto bello sarà il seguito, con queste premesse)

a)  pochi grassi (non necessariamente un bene, se sei una fetta di maiale)
b)  poco sale
c) per la linea niente male! (qui vi do ragione, a chi sarebbe importato delle coronarie)
d) fai la spesa col cervello (ma non dimenticarlo all’iper se poi devi andare ad ideare uno spot, dico così per dire)
e) metti Snello nel carrello
e qui ragazzi arriva il bello (Noo! Vuoi dire che può andare meglio di così?!)
Rovagnati lancia Snello (bravissimi, ritengo tuttavia che non fosse assolutamente necessario sfrangiarci le gonadi con questo musical del centro di recupero)
sani, buoni, appena nati (come sopra)
dall'intuito Rovagnati (uellalà, intuito, c’abbiamo il detective Conan)
ne van matte anche le zie (non avevate una rima per "calorie", l’ho capito. Ora come ora non posso aiutarvi, perché dopo tre visioni di questa roba mi viene in mente solo “agonie”)
tanti saluti calorie! (e salutate anche la decenza che se ne va, che poi si offende)

Ma no, non bastava.

Ci volevano i personaggi simpatici, la vostra idea di simpatico.
Come il tizio che balla con frenesia ilare, sì, quello con le lenzuola color LSD alle spalle, quello che comunica solitudine e disagio mentale; o quelle persone che fanno la stessa cosa in gruppo, o la mia preferita: la giovane in calore che si dimena davanti alla telecamera nel pensare a un prosciuttino ipocalorico. Non la giudico, magari è la fame che la riduce così. E come non commuoversi pensando a quello che gli amici del ragazzino in felpa arancio gli faranno, quando lo riconosceranno?
Vorrei poter parlare bene della signora in menopausa che dà di matto, di quelli con gli ombrelli sotto il sole o della segretaria che si allena per il secondo lavoro al night ma la verità è che ne parlerei male.

Qualcuno potrebbe ribattere che, pur essendo questo spot non esattamente una meraviglia, una riflessione dal titolo ”Al peggio non c’è mai fine” verta troppo al catastrofico.
Risponderei che il titolo è sorto scoprendo che il rete questo spot è amato da tutti. Chi non lo ama è un cretino. Per dire.
Ne converrete con me, dunque: al peggio non c’è mai fine!
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Almeno La Mia E’ Una Storia Vera

pensato da Jonlooker il mercoledì, 13 maggio 2009,23:42
Il Lidl negli spot

Quasi quasi ve lo risparmierei. Anzi, con tutto il cuore, non dovete guardarlo per forza.
Intanto perché la canzoncina da menestrello del terzo millennio con melodia oratifacciopiangere respinge il coraggioso, ma poi non vale la visione: dai, quanto verosimile è la scena del gruppetto di adolescenti che rimorchiano al discount? Per non parlare degli ottantenni che, alla ricerca delle primizie di Madre Natura, si sfiorano le mani nell’agguantare il frutto proibito nello stesso tempo.. un brivido, sul serio, potrebbe essere tranquillamente una jam session tra Lilli e il Vagabondo e un horror coreano.

Non merita di più lo scapestrato padre che tiene nel carrello un'intera covata di figli, a cui dà confezioni di biscotti a nastro mentre loro si divertono tra gli scatoloni di cartone con un’euforia cretina che pare contagi un po’ tutti.
L’esagerato arriva quando uno dei marmocchi in questione si materializza davanti a un dipendente del Lidl, che si riconosce per la divisa blu da capitano di Star Trek e per la gioia con cui sistema le confezioni inginocchiato come un penitente, lo guarda e tanto basta: il buon commesso capisce la sua richiesta da un'occhiata e gli consegna un pacco di merendine, che il ragazzino abbraccia.
Non so, davvero, come si sia concretata questa idea bislacca di un bambino che cerca affetto in un pacco di croissant.
Poi scappa, forse a baciare un mocio.

E non arrivate alla fine, non serve, c’è un altro bambino/a (io non ho capito il genere e non mi sono sforzato; in ogni caso, se fosse un maschio, che gli taglino i capelli, a ‘sto piccolo Lord) che fa campanaccia con la testa sillabando Li-dl. Inguardabile. E non divisibile in sillabe, secondo me.


Il Lidl vicino casa mia

Mentre due signore enormi si lamentano perché le mutande in offerta sono tutte piccole, scacciandosi dalla faccia gli insetti che arrivano dalle cassette di frutta poco lontano,  la dipendente del discount, che si riconosce dalla divisa blu di cui sopra (ma guarnita da orridi inserti gialli) e dall’accidia con cui muove ogni singolo passo, barcolla tra i cartoni spostandoli con i piedi. Un altro dipendente la incrocia e le chiede: «Allora, come va oggi?». Lei si porta le mani alla testa, la scuote ed esclama a voce tonante: «Mah, non tanto bene, sai? Dev’essere perché quando torno dal bar la sera sono sempre ubriaca».
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Nessuno E’ Al Sicuro

pensato da Jonlooker il mercoledì, 06 maggio 2009,08:29
Mi è stato chiesto, da più parti, di occuparmi dello spot Miel Pops. Sarò sincero, la cosa non è facile. Per recensire uno spot, anche se in maniera astrusa come è uso qui, bisogna guardarlo più volte.
Orbene, già alla seconda visione di questa.. questa cosa, l’essere umano inizia a dare segni di sconforto; alla terza cala l’atmosfera gioiosa e distensiva di Qualcuno Volò Sul Nido Del Cuculo.

E come si può descrivere uno spot in cui ci sono api che sculettano? Si osserva un momento di commiserazione per come dicono «Pop!» (La prima hot line per insetti, bisogna ammettere che è originale, quasi un servizio pubblico)? Lo possiamo dire, è un po’ da mente malata far realizzare un balletto di ancheggiamenti preso in prestito da quelli di Passaparola; d’accordo, storia vecchia, ma anche i Miel Pops esistono da quand’ero piccolo io, quindi proprio nuovi non sono, come invece ci preannuncia l’impresario delle api operaie, che è vestito finemente, tra l'altro. Una sapiente commistione tra un cantante country in pensione e il petroliere dei Simpsons.

Il peggio ovviamente è la canzoncina, uno di quei mezzucci -spesso vincenti- di ipnosi catodica che tolgono la volontà di cambiare canale (scommettiamo?). Considerando che il cervello deve lavorare pochissimo (o, più cinicamente, serve una nenia subdola per instupidire i bambini e convincerli di avere voglia di Miel Pops), ci vengono illustrate le caratteristiche principali del prodotto, così non dobbiamo nemmeno guardare la scatola.

Per prima cosa, è bzz bzz bzz, bzz bzz bzzz. Giusto, no? Tra l’altro si dà il caso che tutto lo spot sia una grandissima bzz bzz bzz.

Ma anche l’aspetto è importante. Esperti del settore classificano i Miel Pops come pff pff pff, pff pff pff, motivo per cui io adesso prendo la giacca ed esco a comprarli. Cioè, non si immagina niente di meglio di un pff.

Risolte le informazioni principali, è palese che siamo tutti incantati e desiderosi di pallette di miele, così ci vengono date le denominazioni corrette per l’acquisto:  M - I- E  -L :  M I E L  P O P S, così noi rincretiniti, assoggettati al mezzo coercitivo sonoro, possiamo scrivere con esattezza il nome di tale innovativa bontà.

E per gli scettici, per i gretti San Tommaso che non si fidano ancora, c’è l’asso nella manica: Miel Pops è splish splash splash, splish splash splash. Ecco, esattamente, cosa mi viene a significare splish splash splash? Da che altezza bisogna scagliare i cereali per far fare quell’onomatopea spaventosa al latte?

Poi andiamo sulle specifiche di consistenza: crunch crunch crunch, crunch crunch crunch. Ora, per me, sentir pronunciare un’onomatopea americana all’italiana, con la U anziché con la A, è un po’ come il gesso sulla lavagna; preferisco mi s’insinui il dubbio che i Miel Pops abbiano anche il loro rumore caratteristico quando li si sgranocchia, sarebbe patetico al quadrato e voglio crederci.

Quanto all’espressione gnam gnam gnam, si tratta del linguaggio tecnico dei migliori degustatori, una citazione un po’ fine per il grande pubblico, ma si vede che al loro prodotto ci tengono.

Infine, veniamo alle note dolenti. Se questo spot vi piace (no, non è impossibile, basti leggere i commenti su YouTube: folli folle in delirio), siete fortunati, perché potrebbe non finire qui.

A tutti gli altri, preparatevi a tempi bui, perché potrebbe nnon finire qui.

La Francia è stata invasa da questa cosa.

Se passa le Alpi, per noi è finita.

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No Woman No CRAI

pensato da Jonlooker il mercoledì, 21 gennaio 2009,11:30
Ieri ho assistito per l'ennesima volta a questo spot, che ammiro, in quanto dotato di mirabile e assoluta deficienza. All'apparenza, non c’è molto da descrivere: un idiota si impossessa del microfono e ringrazia il personale CRAI perché i loro consigli hanno dato buoni frutti, con inserto canoro.
Ma se proviamo a ricostruire i momenti antecedenti a questa pagliacciata, se usiamo gli elementi a disposizione e viaggiamo a ritroso fino alla sua origine, ecco che abbiamo la storia.

C’era una volta un ragazzo, uno di quelli imbranati con le donne che in altri luoghi chiederebbero consulenza a Hitch. Dopo aver letto senza esito numeri e numeri di Men’s Health, in cui ci si prometteva di diventare gli idoli di Wall Street, dei compagni della palestra e della ragazza di turno in cinque minuti (a meglio pensarci, forse la ragazza sarà la meno contenta, di quei cinque minuti), sembrava che il nostro eroe non potesse far nulla per riuscire nel suo intento: battere chiodo.

Così, disperato all’inverosimile, guidò errando (non nel senso di vagare, beninteso: nel senso che faceva una figura migliore restandosene a casa) sino al supermercato più vicino e, carrello alla mano, iniziò a tormentare coi suoi dubbi i dipendenti, già gioiosi all’inverosimile di stare lì a gratificarsi con quesiti intelligentissimi, ora grati al divino per essersi imbattuti in un gonadoclasta d’eccellenza.
Fu l’inizio di una splendida amicizia, un armonioso scambio, suggellato sovente dalla frase «Sì, io te lo dico, però poi te ne vai, eh?!»

Gli Dèi, mossi a pietà da questo struggimento sincero (sto parlando dei dipendenti del supermercato, ovviamente), decisero di far sì che il ragazzo trovasse, grazie ad un aiuto che stava tra l’incantesimo e il miracolo, uno straccio di donna che uscisse con lui a cena, in modo che egli non dovesse più chiedere consigli ai salumieri o alla cassiera.

Ma, come si sa, nulla avviene senza la corresponsione di una contropartita. L’altro volto dell’incantesimo era che, ogni giorno, il ragazzo sarebbe venuto a ringraziarli tutti, appropriandosi del microfono del supermercato, raccontando scene imbarazzanti di approcci finiti bene e finendo i presenti con una canzoncina che da sola basta a comporre il 113.

Ora, a noi è stato donato (grazie, tra l’altro, non dovevate. Nel senso che, porca miseria, non dovevate) solo un momento di questa storia.
Quello, cioè, in cui il ragazzo viene per la prima volta a costituire contropartita per gli ignari dipendenti.

Così, ha un significato nuovo, che commuove, il sorriso incredulo della cassiera, che s’illude di essersi sbarazzata per sempre di questo sfigato che la seguiva tra le corsie per sapere quale aranciata scegliere per la famosa cena; non sa che è solo l’inizio di un troppo severo controincantesimo, per mano del quale nessun supermercato passerà mai più indenne da imbecilli canterini.
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Speed Non Era Niente A Confronto

pensato da Jonlooker il giovedì, 15 gennaio 2009,20:50
Nel mio girovagare in asfalto montano (= tante, tantissime curve) m’è tornato alla mente un prodotto che presumo esista ancora, ma che una volta andava decisamente di più: il Travelgum.

Sono andato allora a cercare lo spot di cui mi ricordavo e sono felice di averlo trovato, prima di tutto perché merita ammirare come la madre del bambino gli abbia acconciato i capelli per plasmarlo ad immagine e somiglianza di Ken di Barbie.
Ma anche per tutto il resto.

Non so voi, ma se io mi presentavo a scuola come i protagonisti dello spot, me ne trovavo quattro in bagno ad aspettarmi; qui invece i bambini sono tutti vestiti da micro-nonnetti. Ma siccome noi non ci fermeremmo mai davanti alle apparenze, nevvero, diciamo che si comportano pure come tali. Composti come se fossero legati col cordame al posacenere, come se avessero una chilata di plastico sotto il sedile. Fermi. Le espressioni, poi, sono meravigliose: si guardano con complicità maschia e cantano Azzurro come se da questa canzone dipendesse il loro voto in educazione musicale.
La metà destra del pullman, invece, ha come elemento di massima vivacità un battito di mani analogo a quello imposto ai bambini allo Zecchino D’Oro, quando noi pensavamo che si divertissero. Si divertiva più la Romania quando c’era CeauÅŸescu, secondo me. A posteriori, chiedere di provare onesta allegria mentre canta «mi accorgo di non avere più risorse senza di te» è un po’ troppo per un bambino di otto anni.
La maestra seduta davanti ondeggia per pura legge fisica, per i primi dieci secondi ho sinceramente creduto che fosse morta.
Il tutto mentre il pullman curva e ricurva simpaticamente a picco sul mare.

Questo scenario di puro idillio rischia di essere offuscato proprio da quel guastafeste di Ken che, complice la concentrazione canora e quella dei clorofluorocarburi della lacca che ha in testa, si sente male, diventando in bianco e nero; sebbene ciò sembri l’effetto di un portale tra epoche che tramuta il nostro eroe in una trasmissione Rai antecedente al ’75, semplicemente Ken deve vomitare e subito.
Già con la testa bassa e la vergogna sul volto perché sa di disturbare la quiete del gruppo, si avvicina agonizzante agli adulti e con voce che muoverebbe a pietà Mangiafuoco miagola: «Per favore, PER FAVORE, possiamo fermarci? Mi fa male il pullman... »

E qui arriva il momento da film horror. L’autista, vestito da Ambrogio dei Ferrero Rocher, si gira di scatto con sguardo pazzo, smette di prestare attenzione alla strada muovendo il volante con isteria e gli ride in faccia, dicendo che «oggi non serve fermarsi». La maestra si disinteressa completamente, lascia che un uomo ammiccante dia farmaci a un bambino sotto la sua custodia e che in quel momento vive e respira in due colori e che, perché no, prenda il rimedio da chissà dove, lo tolga dal blister e glielo porga, senza curarsi per un attimo del fatto che ci si stia avvitando sul Grand Canyon.

Ken prende obbediente il suo antiemetico (che gli conferisce un sorriso assai sospetto) e torna alla rassicurante identità a colori, cosa che gli permette di riunirsi al coro del bingo, stavolta con un entusiasmo che sa di controindicazione; e via, tutti verso la nebbiosa campagna moldava.

A proposito di controindicazioni.
Molti anni fa soffrivo un po’ il mare e ricordo che una volta mi comprarono il Travelgum, più per placebo che per reale necessità.
Da bravo bambino lessi il foglietto illustrativo e alla voce effetti collaterali c’era scritto “morte”.
Del tutto rassicurato, quel giorno mi resi magicamente conto di essere guarito da ogni male.
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Canto Di Natale

pensato da Jonlooker il martedì, 02 dicembre 2008,21:41
A Natale ci sono spot sul Natale. Una tragedia inevitabile. Ci sono i pandori e i panettoni, i canali satellitari che si sentono ciascuno il miglior regalo possibile, i portieri della nazionale che fanno sopralluoghi notturni per Babbo Natale,  la qualcosa mi porta forzatamente a parlare di tutto ciò.

Ma non mi dispiace affatto parlare di uno spot che ha messo a dura prova il nostro equilibrio psicofisico per tre lunghissimi anni di fila, tramutandosi per giunta, quest’anno, in una versione peggiorata e rafforzata. Per chi ne avesse sottovalutato il potere distruttivo, sto parlando dello spot Bauli, votato fino alla morte a suscitare commozione, con il malaugurato ausilio di un bambino irritante e di una canzoncina che non lascia spazio alla sanità mentale. Tale bambino (notare come si provi disperatamente a intenerire col biondo: missione fallita), si premurano di farci notare, vive in una casa opulenta e calda, circondato dall’affetto della mamma, ex modella di Postalmarket e dalla nonna che gli rifila fette su fette di pandoro. Giustamente il ragazzino non ne può più, così partorisce l’idea geniale di liberarsene mentre va a spasso sotto la neve; la parte geniale sta nel fatto che sceglierà un sottofondo musicale in cui una vocetta lagnosa dice che « E’ Natale, si può dare di più», facendo pertanto credere che la distribuzione di briciole di pandoro sorga dai dettami di un piccolo grande cuore magnanimo. Così, l’angelo del dolce porta una fetta inzuccherata a una bambina nel passeggino con grande gioia della sconsiderata madre (alimentazione infantile, questa sconosciuta), a un mimo, a due che litigavano per i fatti loro e lui doveva per forza mettercisi in mezzo con questo cavolo di pandoro, a un passerotto che per qualche strano motivo a Natale stava ancora là.

E che furbizia, quando, tornando a casa, il bambino finge di essere triste perché è finito il pan dolce con cui può fingere di essere un apostolo, come simula sommo gaudio nella scoperta che c’è un’altra scatola tutta da distribuire. E chissà quante volte avranno provato in audio la frase «Bauli, buono come te» («Ok, era buona; ora provala più sofferente, più appassionata!»), per arrivare a questo pathos da robottino arrugginito che guarda insistente e con malcelata insofferenza il regista –o le vie di fuga, chi può dirlo.

Quest’anno, sinceramente, temevo segretamente il suo ritorno, ma Bauli ha voluto rincarare la dose di saccarina, portando all’ennesima potenza tutto ciò ch e era detestabile nel primo spot: la recita scolastica di Natale. Un concentrato di perfidia. Fattore bimbo moltiplicato per trenta, genitori e nonni a bloccare le uscite senza vie di scampo, addirittura la stecca inudibile iniziale da tremor da palcoscenico, la versione Melting Pot del coro dell’Antoniano, con costumi e scenari da far vergognare la Scala, tutti vestiti da Re e Regine, corone e diademi all’insegna della povertà della natività (e ve lo dice un non-cattolico), tutti che si tengono per mano. E pandoro, pandoro dappertutto. Ditemi se non è perfidia questa.

Cos’hanno ancora in comune questi due sterili spot per il grande pubblico? Il falsissimo (quanto amatissimo) concetto che: «A Natale si può fare, si può dare» e non inteso come «quello che fai a Las Vegas, resta a Las Vegas», no, perché qui si parla di generosità, amore e amicizia, almeno così la mettono loro. Universalmente, con la frase «A Natale si è tutti più buoni», ci si bea di quei frammenti di generosità dovuta e si torna a casa col cuore in pace; tutto il resto dell’anno non conta.

Quello che vi invito a fare io, dall’alto del mio assoluto nulla, è di non fare proprio niente, questo Natale. Niente elargizioni, niente pandoro distribuito per strada. Per quello ci sono tutti gli altri. Vi invito a subentrare tutto il resto dell’anno, quando l’ipocrita benpensante Natale odierno se ne sarà andato, lasciando tutti quelli che ne hanno bisogno a bocca asciutta. Così si scopre che il Natale è uguale a tutti gli altri giorni per una grande quantità di persone.

E, a pensarci bene, sorge improvvisamente il senso della canzone che infesta gli spot: «E’ Natale, si può fare di più per noi». Ah, ecco, era solo per noi!
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Uno Più Buondì Dell’Altro

pensato da Jonlooker il mercoledì, 15 ottobre 2008,07:10
Bentornati, amici delle stagioni passate.
Quello che riesumeremo oggi è un vecchissimo spot dei Buondì Motta, merendina sfortunatissima quando dev’essere pubblicizzata; basti ricordare quell’inquietante uomo in pigiama che ripete ossessivo «Buondì Buondì Buondì!», solo che lo fa a bocca disgustosamente piena. Ah, guardi.. che voglia di fare colazione che mi ha messo, lei non ha idea.

Come potete vedere, le origini già non erano confortanti.
Per cominciare, il jingle frastorna: la melodia sfracella i timpani sul muro del suono e le parole stanno insieme senza dar vita a un senso compiuto. Ora, tutto questo funziona benissimo con le canzoni di Tiziano Ferro, con il resto del mondo non so.
Tutti i protagonisti (che ho il sospetto essere due soltanto, ma assai abilmente travestiti per sembrare di più) sono vestiti con maglioni a righe, per riprendere il pattern delle confezioni monoporzione; già questo è di una genialità perversa. E, se dopo la visione dello spot, chiudete gli occhi, vedrete righe, non dite che non vi avevo avvertito.

Ma entriamo a grandi passi nel bioparco, in cui troviamo, nell’ordine:

Gli sportivi: giocano a baseball, sport così popolare in Italia da essere secondo solo al lancio delle forme di formaggi stagionati dalle colline. E noi che siamo italiani e c’abbiamo lo stile, non giochiamo con le divise di squadra, ma col cardigan a filo intreccio a righe bianche e blu, che sta con tutto.
Lei, battitore designato versatile, assesta un colpaccio di mazza sulla faccia del ricevitore. Posso dire a sua difesa che se il ricevitore le stava ancora più attaccato nove mesi dopo avevano un figlio.
Lui non la prende bene e con fair play sfoggia il repertorio gestuale della Vuccirìa e per poco non la prende a sberle. Lei, di rimando, gli ride in faccia come se avesse di fronte l’ultimo dei vermi.

La confusa: quella che azzardo essere il battitore di prima sotto mentite spoglie. E’ una trentacinquenne che si veste come se avesse otto anni, trucco da gran soirèe e scanzonati codini di raso. Abbella, curati! (mi si conceda lo sfogo popolano).

Il secchione: si concede una pausa dall’ardua soluzione di conti elementari addentando un Buondì; lo vedrete per un nanosecondo, perché non giova esteticamente all’insieme (che di per sé ha la delicatezza dello sbarco in Normandia), ma i piccoli matematici in incognito sono capaci di captare il messaggio in codice e sono messi al corrente che il Buondì è sufficientemente nerd per loro.

Il cretino
: è al parco con un dolcevita a righe bianche e rosse, seduto per terra con un libro in mano. Sarebbe tutto più o meno sopportabile, se non fosse che ascolta musica agitandosi come un tarantolato e sputacchiando briciole di Buondì come se fossero fuochi pirotecnici.

Voi capite, nel dubbio che siano i Buondì a fare danni così gravi, non sono più tanto sicuro neanche di me, che un paio nella mia vita dovrò pur averli mangiati. Mi sono salvato dall’abuso di quei cosi solo perché a me piacciono le farciture generose.
E, diciamolo, la farcitura sta al Buondì come la ragazza stava alla battuta.
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Aridatece Topo Gigio

pensato da Jonlooker il venerdì, 19 settembre 2008,11:46

Una volta mi trovavo  all’università  alle otto del mattino e,ancora impastato dal sonno, ho sentito risuonare per tutto l’edificio la suoneria tristemente nota col nome di “Bella Topolona”.

Lì ho pensato innanzitutto che provo una tragica pena per il genere umano; poi ho guardato giù per la tromba delle scale e ho scoperto che il telefono incriminato apparteneva alla donna delle pulizie. Ora, come lavoro non rende molto, no? Giusto per dire come è bravo quel nutrito gruppo di italiani a gestire i suoi soldi (cioè comprando cellulari da seicento euro e pacchi di suonerie terrificanti a peso d’oro, salvo poi piangere il morto perché non arrivano a fine mese), questa ha pensato bene che di far quadrare il bilancio spendendo cinque euro alla settimana per una cosa del genere.

Si tratta di un topo ributtante fatto di plastilina, che io, con le mie capacità di scultore minori uguali a zero, avrei saputo modellare  meglio; l'orrido pupazzetto in questione fa capire chiaramente di essere bisognoso di contatto fisico con un soggetto che respiri (ma non necessariamente); notare il gesto che accompagna la romantica frase «mammamia quanto sei bona». Dolcissimo, fa pure l’occhiolino marpione. E assicura tra l’altro «Non ti lascio sola», capite, è così premuroso da avvertirvi lui, che sarà il vostro stalker personale per il resto dei vostri giorni.

E poi, all’improvviso, il tentativo disperato di dare un senso a tutto questo:

«Fai un complimento con questa simpaticissima suoneria!».

A parte che questa suoneria è simpaticissima come potrebbe esserlo una cambiale scaduta, che concetto hanno del “fare un complimento?” «comportati da maniaco dei giardinetti e ti ritroverai sommerso da donne adoranti!»?!

La stragrande maggioranza di chi si fa fregare da questa robaccia è costituita da ragazzini, che hanno imparato in un colpo solo come restare senza soldi e senza ragazze.

Anch’io da ragazzino non battevo chiodo, eh, sia chiaro.

Ma almeno era gratis!

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