Nicole In India

pensato da Jonlooker il lunedì, 22 giugno 2009,18:22




Dopo aver recentemente visto, in Belgio, manifesti luminosi in cui Nicole Kidman rifulgeva in tutto il suo Photoshop, ho scoperto che la Schweppes da lei sponsorizzata è arrivata anche qui.

Orbene, quello che fanno vedere a noi è questo: l’attrice, vestita color cipria e su sfondo esotico, entra nella location primaria (notare cosa ci si inventa quando non si sa se dire edificio, patio, cortile, bottega delle spezie o cameretta delle perversioni dell’emiro) sfilandosi il vestito e marciando presta in direzione di uno che pensa di aver fatto centro e le si avvicina con interessate intenzioni; tuttavia, nella sconcerto di noi spettatori (ah-ah..), Nicole non ci pensa nemmeno a circuire Sandokan Belle Sopracciglia: mentre lui ci rimane malissimissimo (durante la visione, potrete ammirare distintamente il momento in cui il suo povero cuore si polverizza in curry), lei corre verso il frigo, prende una Schweppes e se la sgargarazza da cima a fondo con stile non esattamente principesco, poi lo guarda con il sarcasmo dei potenti con le formiche e gli dice «ehi, che ti aspettavi?»

[da noi tradotto con «ehi, che vi aspettavate?» ; ciò cambia un po’ il senso rispetto alla traduzione che, viste le circostanze, avrei dato io, ma è ben possibile. Ovviamente, me ne frego dei sottotitoli e rimango della mia idea originaria, cioè che la Kidman si stesse rivolgendo allo zerbino di turno. Ad ogni modo:]

Quanto lui quanto noi potremmo obiettare che una che entra ammiccante spogliandosi e poi ridacchia divertita, perché noi ingenuotti non avevamo capito che voleva solo bere, non merita esattamente un cinque per la simpatia.

Piuttosto strano che la nostra abbia recitato in uno spot così privo di fronzoli e anche un po’ banale, no? Infatti, non a caso, presentando lo spot, ho detto che è quello che fanno vedere a noi.

La versione integrale, per la cui realizzazione dobbiamo incolpare Ridley Scott, è più pomposa, un’insana e sperperata accozzaglia di micro sessioni oppiacee slegate e assolutamente inutili - insomma, tutto fatto su misura per l’adorabile Nicole.

Il delirio si apre con una danza apparentemente insensata: tante donne indiane, riccamente vestite, ballano intorno a un diafano fantasma in un ondeggiamento santificatore, toh, guarda, c’è anche Rubina Ali, chissà perché. Ingaggiata, mi auguro; ditemi che non l’avete comprata, vi prego.

E chi è l’affascinante spirito con il veletto pizzettato da Madonnina? Ma è lei, Nicole Kidman, sempre avvolta affettuosamente al suo cadavere di struzzo.
Tra le due scocca quest’amore tipo bambina che finalmente ha incontrato Barbie e sono la tua zia di porcellana, adesso ti rapisco e ti tengo con me, così posso metterti quei bei vestitini vittoriani, che dopo che Tom se n’è andato non ho nessuno della stessa taglia a cui metterli.

La strana coppia (però sono tanto carine, loro, mannaggia) scende la gradinata e arriva al porticciolo da dove, non sapremo mai perché, s’ha da salpare. Segue momento di amorevoli e reciproche manate in faccia, con quelle carezze all’australiano volto, ah ma zia accidenti se sei fredda - beh è marmo di Carrara, piccina mia.

Al suono di una musica che alla quinta volta ho trovato irritantissima, gagliardamente invelata col centrino della prozia defunta, Nicole viaggia, apparentemente sola, in un’imbarcazione illuminata a lampadine, un peschereccio glam in cui lei si crogiola in tutta la sua beltà, resuscitata dai ventilatori. Nemmeno scesa a terra, già punta ammaliata il suo uomo (attore indiano famoso, Arjun Rampal, bistrattato e ignorato come Rodrigo Santoro nello spot Chanel), che la aspetta girellando tra le torri del castello dei divertimenti del rajah, vestito con l’ottimo gusto di chi sotto la giacca ha una maglietta della salute di Intimissimi.

Dopo l'ormai già noto scherzo “ora ti salto addosso - eh, no, scherzavo, ah ah che ridere!”, Nicole barcolla (no, sul serio, barcolla, perché?!) verso la sua Schweppes, la ingurgita, dopo di che un nano nell’armadio fa il versaccio al posto suo, giacché siamo davanti al fuori sincro più scandaloso della storia - e sì che Enrique Inglesias ne ha fatti di concerti in playback.

Segue il momento imbarazzante in cui scandisce le parole come se prima della danza iniziale avesse aspirato tutto l’incenso del Panjab, ammiriamo ancora l’istante in cui Nicole si piega letteralmente dal ridere per aver umiliato il gramo partner illuso, che non deve sorbirsi solo le sue prese in giro ma anche quelle della bambina, che deve aver seguito la Kidman nascondendosi nel peschereccio e ha assistito a tutto il finto approccio con gustose risate.




Ridley Scott, La perdono solo perché ha fatto Il Gladiatore.









Nota: A titolo informativo, segnalo che anche il dr. House ha dato il meglio di sé per la Schweppes.



 
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Appunti Sparsi Tra Il Pranzo E La Cena/7

pensato da Jonlooker il mercoledì, 17 giugno 2009,11:59
♦ L’album delle censurette inutili si pregia di un nuovo elemento, lo spot del Cornetto Love Chocolate, in cui un gruppo di ragazzi prende in giro un certo tipo di manifestazioni d’affetto più o meno plateali, che potremmo catalogare sotto “oltremodo sdolcinate”.
Uno di loro dice «Se mi vedete fare una cosa del genere, fermatemi». Se non che, il ragazzo sembra dire chiaramente «beat me» (picchiatemi) non «stop me». Assurdo, se ci pensate: è come dire «adesso fermo un taxi» e tirare fuori il lanciagranate.
Tesi confermata dal fatto che, quando porta un gigante orso di pezza impiccato alla fidanzata o le canta ballate al night o le dona il ricavato delle razzie al giardino della nonna, il malcapitato viene assalito, placcato, schiaffeggiato, preso a pugni e ad allegre pallonate.

Qual è il senso di voler eliminare l’affermazione «picchiatemi», avrebbe incitato alla violenza i ragazzini? Già me li vedo, a buttare Grand Theft Auto nella spazzatura e uscire di casa a picchiare gli amichetti innamorati. E se fosse questo il motivo, è ben inutile se poi si vedono chiaramente ganci destri e manrovesci. Doppiamente inutile, per chi spende duecento euro a portare i propri figli a vedere il wrestling, possa bruciare all’inferno chi l’ha inventato. Anzi no: che possa essere fermato.

Non so che male potesse fare quella frase; so invece che, a causa della sua sostituzione con una che non c’entrava molto, il parlato e le immagini soffrono di carenza di reciproca pertinenza, rovinando uno spot che già di per sé non era il migliore di tutti i tempi.
Prima di consigliarmi di non aver paura di mostrare il mio amore, potrebbero pensare loro a non aver paura a difendere le proprie scelte creative.


♦ Una volta per tutte, Ezio Greggio non fa ridere. Mai. Ancor meno quando si cimenta negli spot Tiscali. L’ultimo fa accapponare la pelle: è tutto un buttare lì, un trionfo di freddure che in confronto La Settimana Enigmistica è il diario segreto di Woody Allen.


♦ Speravo di aver smesso di aver a che fare con la Müller, invece il peggio supera se stesso con un triplo salto mortale e nasce questo spot, in cui un uomo dalla faccia da schiaffi e circondato dal bianco vuole vedere se leccare gocce di yogurt provocherà in lui la stessa sindrome di Stendhal che domina la moglie. Orbene, accade un po’ quello che succede alla Bestia nel finale, solo in versione miserabile. L’uomo si trasforma in donna (e anche piuttosto inquietante, con quelle ciglia prensili), perché a mangiare Müller «scopri sensi che non sapevi di avere» - organi, si dice organi.

Preso da ingestibili sentimenti, l’uomo esce dalla fase critica e comunica le sue visioni alla moglie, che gli solleva il volto con la mano e lo guarda con quell’aria tra “ora sai quello che provo ogni volta che faccio merenda” e “mi sei sempre sembrato un po’ effeminato”.
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Tim – La Trilogia

pensato da Jonlooker il domenica, 14 giugno 2009,10:10
Da quando ha infestato il nostro Paese con i telefonini per tutti, la Tim ha spesso usato la trovata di creare delle storie a puntate che si sviluppano spot dopo spot; idea che sarebbe anche interessante, se non fosse per il contenuto delle storie, sempre insipide, sempre brutte, sempre peggio.

L’ultima telenovela da mezzo soldo è quella di tre sedicenti musicisti che devono raggiungere chissà quale PalaLottomatica per suonare chissà quale ottima musica.
Di seguito, i tre episodi finora propinati di questa inutile saga post-adolescenziale.



Episodio I
Il Tastierista Rinsavito


I tre hanno il bisogno di star fermi in mezzo alle strade sterrate per contemplare la campagna, di modo che possano sbriciolarci addosso i loro pensierini da seconda elementare.
Vi prego, guardate come ce li presentano.

«Come comincia questa storia? Beh [come si schermisce, è l’artista umile], da un sogno, il sogno di farcela insieme».
Per prima cosa, nessuno, ma proprio nessuno, ti ha chiesto come comincia la vostra traversata della provincia per raggiungere un bar per motari.
Ma, visto che insiste, continua a raccontarci lo sviluppo di questa robetta stravista dei ragazzi che vogliono avere successo nello showbiz, quello che negli ultimi anni vogliono farci credere l’unico sogno disponibile, poveri illusi.

Quello che non riesce a tenere la boccaccia chiusa è Alan, il batterista che con trenta gradi all’ombra c’ha lo sciarpone e la felpa con la zip, Alan che guarda i compagni sorridendo raggiante come un papà guarda i suoi figli (ritengo opportuno un test delle urine). Alan che ci tiene a presentarci Luca, il bassista solitario che deve provare nelle radure; non mi stupirei se ululasse, nelle notti di luna piena.
Poi c’è Marco, il nostro Pete Doherty col cappelluccio delle grandi occasioni, che si siede sui sassi a fingere di suonare. E’ il trascinatore, lui, mica uno qualsiasi, così determinato a farcela che si accorge che forse non è il caso di raccogliere margherite e prendere zecche, se li aspettano al locale; per i suoi accordi fasulli, trae ispirazione fissando sbavoso la foto di una tizia nuda che l’ha piantato di recente.

Infine, il mio personaggio preferito, il tastierista: uno che ha detto loro: «Andate avanti, che poi vi raggiungo» e non s’è fatto mai più vedere, tirando pacco con un sms.
Ciò causa nel povero vocalist una fastidiosa sindrome dell’abbandono moderatamente isterica, per cui si lagna di essere mollato da tutti.
Meglio ancora, chiama il pub per lamentarsi anche un po’ con loro, dicendo che il tastierista li ha lasciati in mezzo a una strada, come se avesse succhiato la benzina con la cannuccia per lasciarli a secco.

Risponde una misteriosa bionda, che ci fanno vedere solo di spalle o da inquadrature malandrine, in modo da incollarci alla saga per vedere quanto valga la pena cercare le sue foto in internet.
La ragazza, per curiosa coincidenza, "con le tastiere ci sa fare".

Con rinnovato entusiasmo, i tre rientrano nel trabiccolo e speculano su come sarà, la signorina. Il professionale trascinatore dichiara che l’importante è il talento, lo strafatto in sciarpa non vede l’ora di metterle le mani addosso.
Innovativi più che mai, iniziano a cantare Con Te Partirò, una canzone che non piaceva neanche a Bocelli mentre la cantava [1].

No, bello, eh, che esordio promettente.



Episodio II
Può una ragazza essere bella e talentuosa nello stesso tempo?
Certo che sì! Ma non è questo il caso.


Il successivo, triste episodio si apre con i nostri eroi che arrivano al “pub”. In realtà è un capanno per gli attrezzi gigante o un punto di ristoro per i guardiani dello zoo, non c’è altra spiegazione per cui una casetta di legno stia sopra una collina in campagna in mezzo al nulla.
Alla band non interessano questi dettagli, devono vedere la nuova tastierista; Alan, che non ha mai conosciuto una donna, sta praticamente per avere un infarto e farfuglia profezie per cui sente dalle viscere che quella che si ritrovano davanti è la ragazza che cercano. Vedi te, cretino, ci avete parlato al telefono, l’altra è dietro il banco perciò è la barista, per il resto c’è solo lei là dentro.

Qui inizia ad avvertirsi il potere empio dello squallore: come se all’improvviso fosse partita You Can Leave Yor Hat On di Joe Cocker, la bionda -sempre di spalle- si scioglie i capelli e scuote la chioma dorata, poi, fingendo di non averli visti e di non aver preparato questa scenetta patetica di chi è in cerca di attenzioni, si volta di scatto e dice:
«Siete voi?»
«Sì, siamo noi, sei tu?»
«Sì.»

Ma che cavolo di dialogo è? Io sono io, voi siete voi, noi siamo noi? E se la ragazza stesse aspettando anche il Trio Pagliacci Sadomaso? Siete sempre voi?

Si continua con le presentazioni:

«Ben arrivati, io sono Fiammetta»
«Ah, Fiammetta, ecco perché sento caldo!»

No, deficiente, senti caldo perché è maggio e tu hai la sciarpa di lana e la felpa di vellutino. Mentre tutti gli altri nella stanza alzano gli occhi al cielo e si vergognano, Fiammetta è onoratissima da questa battuta e ridacchia, che amarezza. In tal proposito, fanciulla cara, sei senza dubbio molto carina, ma non sei la più sexy dell’universo, quando sorridi a volte sembri uno squalo tigre e ti atteggi un po’; ti suggerisco di osservare i manifesti pubblicitari che ti ritraggono affissi nelle città, per farti un’idea: ti sembra il caso di fare sempre quello sguardo da porca vogliosa? Magari sei anche una ragazza perbene, ma se continui ad imbarazzare così non ci crede più nessuno.. Scendi dal cubo, su su, da brava, ecco, è tutto finito.

La sera, il pub è stracolmo di gente che assiste cantando e scatenandosi all’irresistibile ritmo di Con Te Partirò, sembra un raduno scout nella baita.
In tutto questo, prima di gasare Fiammetta con le luci della ribalta, nessuno le ha chiesto di provare le tastiere: siccome è bella, è assunta. Ma forse avrebbero dovuto, perché è chiaro che saperci fare con le tastiere non è uguale a saperci fare con i tastieristi, così dobbiamo tutti assistere all’assalto fisico da parte della ragazza (ricurva come una strega sul calderone, che portamento) ai tasti, pestati e graffiati con le unghie. Ho capito subito chi è il suo modello ispiratore, Olive di Little Miss Sunshine (andate al segmento 1:56-2:00, ditemi se non è lei!).
Oh: e canta al microfono con una voce maschile, com’è poliedrica.
La splendida performance termina con un suo sguardo assatanato rivolto ad Alan, che ormai è talmente abbindolato da innalzare telepatici calici al suo inesistente talento musicale.



Episodio III
Come Cambiano I Sogni


In questo appuntamento della saga si riprende la recita dell’asilo, in qualità di sottofondo per i petulanti pensierini di Alan. Tutti hanno in odio Fiammetta –scientificamente corretto- ma per me lui è ancora peggio, perché parla per frasi fatte e luoghi comuni, credendosi sto grande poeta del nuovo millennio. Com’è bello far parte di qualcosa, com’è bella la Tim Tribù (ancora?! Ma hai trent’anni, che te ne fai della Tim Tribù?), avrò Messenger e Facebook sempre con me, bella lì.

Stridula come una gallina col proprio uovo in gola, Fiammetta urla complimenti al trascinatore depresso, ma si rabbuia subito perché, nonostante il rimestio di boccoli, non viene calcolata di striscio; Marco ha visto la sua ex, sì, quella della foto nuda, che ha assistito al suo show e scappa giustamente schifata, sgommando su una Cinquecento.
Ed io che credevo che il binomio morettina indecisa e confusa - strimpellatore sfigatello e innamorato avesse raggiunto l’apoteosi con I Cesaroni.

Fiammetta ci tiene a sapere chi sia, questa Valentina che le ruba la scena. Alan le risponde che per saperlo deve entrare nella band, all’insegna del: “Provarci sempre e comunque”.


Caro Alan, visto che erano parole tue: te lo ricordi, vero, che questo è il sogno di farcela insieme, non quello di fartela tu?








[1] Questa è di Houston, che ringrazio.
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Memento Et Oblivio

pensato da Jonlooker il mercoledì, 10 giugno 2009,11:30
Il mio blog non ha grandi regole.

Di sicuro ho piacere che non si usino espressioni volgari, ma cerco di non impormi.
L’unica mia richiesta, disattesa dai più è, da sempre, “se mi citate altrove avvertite” (frase che ben presto verrà affiancata da “tutti i diritti riservati”, considerati gli eventi).

Cerco di reperire ciò che, in barba a questa richiesta, viene scritto su di me, con gli strumenti soliti dei blogger ma: primo, è una grande perdita di tempo; secondo, spesso vengo citato o i mie post sono copincollati in forum in cui non posso entrare perché non iscritto, in blog privati e così via. Quando basterebbe non dico uno screenshot di presa visione (utopia) ma una semplice mail e sarebbe tutto risolto.
Ciò soprattutto quando si tratta di critiche, semplicemente perché vorrei leggerle.
Non intervengo praticamente mai a ringraziare o a “difendermi”, tendo a lasciar stare; tuttavia mi dispiace, perché quella di essere avvertito è in fondo l’unica cosa che ho chiesto finora.

Stavolta intervengo, perché una ragazza, non conoscendo il contenuto del mio blog, mi ha chiesto perché dentro di me ci fosse un gran razzismo latente. Deduzione da lei fatta dopo aver letto questo.

Una persona fa una domanda veramente da pelle d’oca, lo vedete da voi. Ignora deliberatamente tutti gli atleti sponsorizzati e messi negli spot dalla stessa casa, la Ferrero (di cui amo massacrare gli orrendi spot ma che ritengo azienda serissima, tiè, le faccio anche pubblicità), per concentrarsi sulla vaccata intergalattica che due protagoniste sono di colore (non “nere”, impariamo ad esprimerci con quel minimo di appropriatezza di linguaggio) e vestite di bianco per fare contrasto (agghiacciante farne una questione di razza).
Vorrei fare sclerare del tutto questa persona con le due parole magiche: Andrew Howe.
Oh, il ragazzo nero che viene regolarmente sorpassato al distributore dalla ragazza bianca (caucasica, questo vocabolo bizzarro che usano i paramedici a E.R.), non è razzista?

Chiuderei qui perché mi sembra chiaro che siamo davanti a qualcuno che distingue a tal punto tra le persone in base al colore (tragedie, tragedie, l’ignoranza provoca solo tragedie) da vedere razzismo in una bambina carinissima che mangia una stupida merendina.
Sicuramente senza cattiveria, ci mancherebbe altro.
Ma non è qui la questione.

Quello che non mi è piaciuto per niente (e che ha generato l’equivoco con chi mi ha scritto, ovviamente subito risolto) è stato l’intervento di tale Coniglio Frank (...)



" No no aspetta, ragionamenti di questo tipo li faccio anch'io.

Ma il re incontrastato in questo campo è quello del blog che ti linko tra le fonti.
Fonti:
http://www.leuovadelnonno.splinder.com/
"




Mi rendo conto che, con leggerezza grossolana, l’utente mi elegge -nientemeno- re incontrastato delle elucubrazioni inutili su semplici spot. Posto che il mio intento è generalmente volto a riflessioni più serie, a volte ho forzato giocosamente la mano e mi sono ben divertito, quindi ci sta e non c’è problema.

Solo che, all’occhio di chi non conosce il blog, esso potrebbe essere presentato come contenitore di riflessioni della risma della domanda di cui sopra.

Giacché, per l’ennesima volta, non sono stato interpellato, preciso che mi dissocio completamente da quanto è contenuto in quella pagina di Yahoo Answers.
Per me e per le persone nere che sono state e sono famiglia per me, esigo che il mio ambito non sia messo in correlazione a simili riflessioni (o a denominazioni poco consone, va da sè). Ed esigo di essere abbattuto senza pietà, se mai dovessi fare “ragionamenti di questo tipo”.

Lungi da me pretendere una sorta di “controllo” su quello che gli altri scrivano di me (non ne avrei minimamente diritto, mi sembra chiaro), all'utente che mi ha segnalato dico che, se mi avesse chiesto di citarmi all’interno della sua risposta, nel modo in cui poi è stato fatto, avrei risposto:

«Perdonami, ma assolutamente no, non ritengo opportuno che mi si citi a rafforzare un pensiero solo tuo che, nel caso di specie, non condivido assolutamente. Sono certo che non era quello che intendevi dire ma, per come il periodo è inserito nel contesto, l’equivoco può nascere».

E l’avrei fatto privatamente, senza annoiare tutti voi, tra l’altro.


Se qualcuno avesse accesso a questo servizio, mi farebbe un favore se ponesse in quella pagina il link di questo post o, a discrezione, copiarne il contenuto, ovviamente segnalando che è una mia espressa richiesta e non l’opinione di chi la inserisce.

Colgo l’occasione per dire, a quelli che hanno scritto in un forum che faccio pena a scrivere i titoli, che hanno dannatamente ragione.
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Next

pensato da Jonlooker il sabato, 06 giugno 2009,09:18
Mtv offre (ai ragazzini, tre hurrà per la tv!) dei programmi culturalmente equivalenti a un foglio bianco accartocciato e inzuppato nel vino, tutti assai meritevoli di sberleffo; a mio avviso, Next è quanto di più pessimo esista in quell’ambito.

Una persona, chiaramente ingaggiata dalla produzione, finge di voler trovare l’amore tra un esiguo manipolo di anatre che viaggiano su un bus a tema.

Vale la pena notare che, negli Stati Uniti (immagino anche in qualche nazione europea), il gioco si declina sia nella versione eterosessuale che in quella omosessuale, in Italia viene trasmessa solo la prima.
No, dico, non vi sembra discriminatorio e crudele? Perché solo gli etero devono sempre fare la brutta figura e sono dipinti come degli svuotati e dei maniaci?

Ad ogni modo, ponendo che sia un uomo a cercare una donna, questo attende fuori dall’automezzo che scenda la prima, momento dal quale scatta il cronometro: da quell’istante, in nome dell’amore, la fanciulla riceverà un dollaro per ogni minuto trascorso con il ragazzo. Anche a me sembra un servizio di escort, ma andiamo avanti. Alla fine di questo romantico incontro, egli potrà proporle di scegliere tra il malloppo finora accumulato e un secondo appuntamento con lui, oppure può cacciarla a calci e insulti con un «Neeext!», poco nobile ma assai pratico.

Il gioco è fatto per essere apprezzato da chi ha al massimo una terna di neuroni a ballare nel cranio, perciò in sostanza è tutto qui, ma la linearità di quest’orrore è smossa dal contorno, dai momenti tipici, come quello in cui i/le pretendenti scendono dal bus: si mette un fermo immagine e compare una sovrimpressione con tre caratteristiche che descrivono il soggetto, del tipo:

“si mangia le unghie dei piedi durante il sonno”;
“quando andava alle elementari ha mandato in coma la nonna picchiandola col cestino del pranzo”;
 “ E' stato in riformatorio a Denver per detenzione illegale di arma da fuoco”;
 “sua mamma lo chiama El Diablo perché ama ripetere frasi al contrario appeso al soffitto”;
“una volta si è ubriacata così tanto che ha fatto pipì addosso a un reverendo”.

Personaggi dalle doti straordinarie, questi scendono dal bus esclamando una frase, un motto, qualcosa di triste, che ve lo dico a fare:
“sono Sqwanesha (dominano i nomi semplici, vi avverto), ho diciotto anni e non potrà resistere a questo corpo da cheerleader appena maggiorenne!”
“Mi chiamo Kashawn, ho ventidue anni e le farò perdere la testa con il mio rap irriverente”.

L’appuntamento si snoda come un’autostrada della falsità e varia a seconda delle turbe psichiche del protagonista. Il ragazzo ha un’auto? La ragazza dovrà indossare un costumino da porno-autolavaggio, se laverà bene il mezzo (ho cercato di farla senza doppi sensi, temo sia impossibile) forse sarà scelta. Stesso meccanismo per percorsi da Giochi Senza Frontiere For Dummies, proposti con scuse imbecilli tipo: «la mia ragazza deve avere abbastanza coraggio da attraversare un prato tenendo un uovo in equilibrio sul naso».

Inutile dire che la ragazza fa tutto con grandi sorrisi, pensando intensamente al denaro; si scatenerà, in compenso, una volta che lui esprima grande tatto con frasi come «Non voglio che i miei amici mi vedano con una foca lardosa come te, next!», lo ricoprirà di insulti e, una volta tornata sul bus, sarà accolta dalle altre ragazze con un urlo che sfonda il muro del suono. [1]

Loro -falsissime, considerato che nel frattempo hanno parlato male di lei per una o due ore- la abbracciano e le chiedono con esagerato interesse com’è andata. Lei, altrettanto falsa, risponde: «Mi ha scartato perché la mia personalità è troppo esplosiva e non riesce a gestirmi». Segue applauso con starnazzi immotivati.

Se la ragazza torna coi soldi, standing ovation e insulti da scaricatore nei confronti del ragazzo.

Se la ragazza non torna, perché ha scelto un secondo appuntamento, avrà piacevoli sorprese quando guarderà la registrazione, scoprendo che le sue nuove amiche del bus le hanno dato in un quarto d’ora della mistificatrice, della squallida e della prostituta.
E non con queste parole.




[1] Per meglio comprendere il genere, suggerisco di guardare How I Met Your Mother, Stagione 4, episodio 8 “Woooo!” – rigorosamente in originale (si trova facilmente con i sottotitoli, se non conoscete l’inglese): altrimenti è tempo sprecato della propria vita.

 
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