Al Peggio Non C’è Mai Fine

pensato da Jonlooker il sabato, 30 maggio 2009,10:57
Mi cadono le braccia.
Veramente, mi mancano le parole.
La melodia è quella che verrebbe fuori se Manu Chao avesse l’hobby della salumeria.
E già di per sé rende difficili delle visioni consecutive.

Ma no, non bastava.
Serviva l’elenco puntato


a) sono bello (vorrei ricordare a tutti che stiamo parlando di animali dell’aia tagliati a fette)
b) sono snello (guarda, se dicevi anche qualche vaccata sull’apparato urinario ti scambiavo per la Chiabotto)
c) voglio fare carosello (come quando Cicciolina si mise a fare politica.. Uguale uguale)
 
ma (Dio che suspance, non posso immaginare quanto bello sarà il seguito, con queste premesse)

a)  pochi grassi (non necessariamente un bene, se sei una fetta di maiale)
b)  poco sale
c) per la linea niente male! (qui vi do ragione, a chi sarebbe importato delle coronarie)
d) fai la spesa col cervello (ma non dimenticarlo all’iper se poi devi andare ad ideare uno spot, dico così per dire)
e) metti Snello nel carrello
e qui ragazzi arriva il bello (Noo! Vuoi dire che può andare meglio di così?!)
Rovagnati lancia Snello (bravissimi, ritengo tuttavia che non fosse assolutamente necessario sfrangiarci le gonadi con questo musical del centro di recupero)
sani, buoni, appena nati (come sopra)
dall'intuito Rovagnati (uellalà, intuito, c’abbiamo il detective Conan)
ne van matte anche le zie (non avevate una rima per "calorie", l’ho capito. Ora come ora non posso aiutarvi, perché dopo tre visioni di questa roba mi viene in mente solo “agonie”)
tanti saluti calorie! (e salutate anche la decenza che se ne va, che poi si offende)

Ma no, non bastava.

Ci volevano i personaggi simpatici, la vostra idea di simpatico.
Come il tizio che balla con frenesia ilare, sì, quello con le lenzuola color LSD alle spalle, quello che comunica solitudine e disagio mentale; o quelle persone che fanno la stessa cosa in gruppo, o la mia preferita: la giovane in calore che si dimena davanti alla telecamera nel pensare a un prosciuttino ipocalorico. Non la giudico, magari è la fame che la riduce così. E come non commuoversi pensando a quello che gli amici del ragazzino in felpa arancio gli faranno, quando lo riconosceranno?
Vorrei poter parlare bene della signora in menopausa che dà di matto, di quelli con gli ombrelli sotto il sole o della segretaria che si allena per il secondo lavoro al night ma la verità è che ne parlerei male.

Qualcuno potrebbe ribattere che, pur essendo questo spot non esattamente una meraviglia, una riflessione dal titolo ”Al peggio non c’è mai fine” verta troppo al catastrofico.
Risponderei che il titolo è sorto scoprendo che il rete questo spot è amato da tutti. Chi non lo ama è un cretino. Per dire.
Ne converrete con me, dunque: al peggio non c’è mai fine!
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C'è Più Intelligence In Vanish

pensato da Jonlooker il lunedì, 25 maggio 2009,10:11
Ho preso visione del nuovo spot Vanish, l’ennesima violazione di proprietà privata da parte di un’indesiderata personaccia che arriva lì col preciso intento di dirti quanto siano lerce le tue abitudini. Di solito c’è l’uomo, quello che guarda sotto le calze dei tuoi figli e ti rimprovera bonariamente perché, voglio dire, un pavimento che si rispetti si deve poter leccare.

In questo caso, trattandosi di lavaggio di panni, l’uomo esperto di corrosione sanitari che ci sta fare? L’incombenza di smacchiare è roba da lavanderine, da comari al pozzo della contrada, da donne insomma, perciò vestiamo una morettona di rosa e mandiamola a disturbare una casalinga indomita dominatrice di se stessa. In proposito, forse ricorderete la mia azzardata affermazione sulla protagonista del Nesquik, che definii “la madre automa più inquietante dell’anno”. Orbene, per dovere di correttezza, devo ammettere che la signora che incontreremo oggi potrebbe rubarle lo scettro, in quanto la sua autorità di genitore dev’essere in castigo a piangere al posto del figlio.
Ma veniamo al fatto vero e proprio.

Due tra i bambini più scemotti del circondario interagiscono in un modo che, sul serio, a me non sarebbe venuto in mente - non che ciò sia garanzia di chissà che, ad ogni modo: uno dei due porge all’altro una pizza orribile con uno sguardo che vi prego di ammirare, tra l’assatanato e lo strafatto.
Quanto all’altro, si vede subito che è quello che si deve sporcare perché, mentre suo fratello/amico indossa un’anonima t-shirt gialla, lui è vestito come il modellino di apertura di una sfilata per bambini casual, camicia finto-boscaiolo e pantaloni color ghiaccio. Dimostrando doti intellettive pari nemmeno a quelle di una papera, esclama (sarebbe meglio dire esala l’ultimo respiro, vista l’enfasi recitativa) «anch’io so fare questa cosa che fanno sempre in pizzeria», facendo ovviamente cadere il tutto sui suoi intonsi pantaloni. Ciò che mi lascia un tantino perplesso, invece, è la sua convinzione che i pizzaioli usino le loro acrobazie quando la pizza esce bollente dal forno. Ma abbiamo già visto che non siamo davanti a un futuro statista - o forse sì, dipende da che parte la si guardi.

Il danno è fatto, è il momento di un «O-ops» assai sobrio, ma non è quello a colpire. L’avete visto il fratello? Lui gode pregustando la feroce punizione che aspetta l’altro, ha agito come Lord Henry Wotton con Dorian Grey (su su, non storcete il naso, l’acconciatura è la stessa), non potrei dormire stanotte, ripensando a quel sorriso sadico e a quegli occhietti socchiusi da procione.

A quel punto, fossi stato io, mia madre mi avrebbe distrutto la vita per l’anno a venire. Mi avrebbe promesso il collegio fingendo di preparare le carte per il direttore, mi avrebbe tolto cartoni e National Geographic, perché allora si importava e senza l'aiuto dei miei non avrei potuto comprarlo da solo, conosco i suoi metodi.

Questa no.
Questa cretina senza spina dorsale non ha nemmeno percepito che suo figli ha compiuto un atto imbecille che non dovrebbe ripetere, non vede maleducazione e mancanza di rispetto per tutto quel cibo sprecato. La sua unica preoccupazione si rivela con la frase: «Oh, e adesso come faccio a far sparire queste macchie grasse di pizza?»; ne deriva che la signora è talmente assorbita dal suo ruolo di burattina senza voce in capitolo, che deve solo lavare e stirare, da avere il terrore che qualcosa sfugga al suo controllo di casalinga efficiente, da trascurare qualsiasi altro aspetto che non sia l’apparenza.
Mi chiedo quante donne si rendano conto di come le si dipinga, temo meno di quelle che durante lo spot prendono appunti.
All’improvviso, con un coup de theatre schifosissimo, sbuca dal nulla la ragazza di rosa vestita, esclamando: «Una sfida perfetta per il nuovo Vanish Intelligence Plus! Simuliamo un lavaggio in lavatrice!».

Una mamma che si rispetti avrebbe risposto più o meno così:
«Prima di tutto, mi dica lei com’è entrata in casa mia e per quanto tempo è stata nascosta sotto il lavello come una contorsionista ad aspettare che si macchiasse qualcosa. No, confessi, il ragazzino in maglia gialla lavora per lei. E simuliamo un bel niente, prenda la sua piscina olimpionica e se la porti via prima che io la prenda per la sua bella chioma fluente e la affoghi senza pietà, capita giusto bene perché devo dare a mio figlio una lezione esemplare.»

Inutile dire che questa non è una mamma come si deve, così si improvvisa una presentazione prodotto in stile Houdini,  in cui si lavano dei pantaloni venuti dal nulla ma dalla vasca escono, asciutti, quelli che indossava il bambino, che però li ha ancora addosso. Signora, la richiami quando uno dei suoi figli farà il compleanno, questa è magia per feste importanti.

Eviterò di dire la mia opinione circa neologismi del calibro di “pizzesco” (no, non è un praeteritio, eviterò davvero), passerei piuttosto alla scena finale, quella del «mamma, ma ora che si mangia?», al quale la madre risponde con una santa carezza da monachella misericordiosa, anziché sollevarlo per un orecchio e sibilare: «non indovini che si mangia? La pizza che hai fatto cadere a terra, vi mangiate tu e quella serpe di tuo fratello».
Tanto, che problema c'è, di sicuro il pavimento è pulito.


OT: Ok, mi sembra arrivato il momento di avere un template più consono. Siccome la mia conoscenza in materia è minore uguale a zero, mi chiedevo se qualcuno di voi fosse in grado di farmene uno, senza particolare fretta. Se siete capaci e proiettati verso la santità, mandatemi pure una mail. Grazie!

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Chiuso Sarebbe Ancora Meglio

pensato da Jonlooker il domenica, 17 maggio 2009,10:10
Su gentile richiesta di chi me ne aveva parlato malissimo, giacché mi impongo di non occuparmi mai di ciò che non conosco, ho guardato una certa quantità di puntate -no, non di edizioni: puntate- di Studio Aperto.
Se vi va, oggi ci spenderei qualche parola.

Come presentarlo a chi non lo avesse mai visto? Possiamo dire che:
 
in un mondo di utopie, casette di panpepato e unicorni, non dovrebbe esistere;
in un mondo di ottima qualità, sarebbe una rubrica di cronaca locale, dopo il Tg della provincia di Milano;
in questo triste e ingiusto mondo è un telegiornale vero e proprio.

Gli argomenti sono sempre gli stessi, potete ammirare le percentuali nel grafico a torta.








36% Milano e i suoi satelliti.

Include: movida (ragazzi buttati sui marciapiedi che dicono che quelli che abitano accanto ai locali sono dei cretini a lamentarsi per il rumore), fiere campionarie, fattorie in Brianza (tre minuti di servizio a guardare mucche che ruminano).

Ora, vorrei precisare ai miei lettori milanesi, supponendo ne abbia, che non ho niente contro Milano. Anzi, ogni tanto capita che mi organizzi, prenda il mio sporco trenino per ore e mi faccia un giretto in giornata, mangi al Panino Giusto e torni a casa felice. Detto questo: chissenefrega di cosa fate agli aperitivi, se preferite le pizzette o i vol-au-vent, se la notte all’Hollywood vi siete divertiti o se Adriano aveva prenotato tutti i tavoli? A voi importerebbe minimamente di quello che faccio io, se mi sono piaciuti i regali di Natale o se li scambierò su un sito internet? Beh, cavolo, scommetto di no.

 25% Situazione Meteo Nell’Asse Milano-Torino

““”Giornaliste””” con l’ombrello, intrecciate in inutili collegamenti, mentre dicono che piove o non piove più. Se nevica, le riprese si fanno da dentro l’auto coi tergi vetri in funzione, siamo matti a uscire con ‘sto gelo?!
Il meteo in zone considerate equatoriali, come Roma e Napoli, ha senso solo se fa molto, molto caldo (intervista al brontosauro: «era dal Mesozoico che non faceva un caldo così»; domande ai vecchietti in strada: «ma Lei ha caldo?»)  o molto, molto freddo (interviste ai barboni, se non rispondono sono inutili e si passa avanti).

22% Donnette Di Spettacolo

Un’ex velina cerca il salto di qualità nel backstage del suo prossimo calendario, Kate Moss fa la lap dance in bianco e nero, Michelle Hunziker e il servizio fotografico di dieci anni fa in cui finge di leccare liquirizie e bastoncini di zucchero giganti.
L’elogio del “lato B”, con sondaggio estivo su quella propagazione maligna di Studio Aperto che è TgCom: chi ha il sedere più arrapante? I bambini si divertono tanto.

6%  Amici Animali
Cani abbandonati o randagi, cani che salvano i padroni, gatti buffi.
Si segnalano periodi in cui i cani smettono di essere i migliori amici dell’uomo e diventano killer assatanati di sangue di neonato.

3%  Quest’anno Vanno I Pantacollant.

Intervista a  Elena Santarelli, che dice quanto vadano quest’anno i pantacollant («bello schifo» non lo dice mai nessuno, come mai?)

8%  Cotto E Mangiato

Rubrica di chiusura, sedicente di cucina, in cui Benedetta Parodi prepara piatti dello stesso grado di elaborazione del pane e Nutella. Dopo aver detto «benvenuti nella mia cucina» (che suona un po’ come «lasciate ogni speranza voi che entrate») e «oggi prepariamo i cracker all’aceto balsamico, tra l’altro io ci aggiungo sempre un paio di acciughe perché mi piacciono tanto», ringrazia chi le ha fornito la ricetta di turno: «questa ricetta me l’ha data un pakistano che vende elicotteri telecomandati in piazza San Babila». Poi prepara il tutto, costantemente intralciata da cameramen; credo che lo scopo sia dare dinamismo e senso di immediatezza alla scena - invece è una porcheria, che ve lo dico a fare.
Alla fine dice: « cotto… .e mangiato!», lo spazio lasciato dai puntini sospensivi è la trasposizione ortografica del momento in cui la Parodi jr ficca il dito in quello che ha preparato e se lo succhia. Non credo che, se aggiungessi qualcosa, la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente.

Stravolgimenti Imprevedibili Non Incasellabili
Se il tempo non ha niente di straordinario e in via Torino non ha aperto un nuovo Calzedonia, si rispolvera con professionalità la cronaca nera: che twin set sceglierà di indossare la bella ed enigmatica Amanda Knox alla prossima udienza?  Ma quanti porno si guardava ogni settimana Alberto Stasi?



Alla luce di questi dati assai precisi, si può avere la sfacciataggine di dire che Studio Aperto è un telegiornale? No di certo, piuttosto è la rubrica di se stesso.
Circa la professionalità dei giornalisti, mi sentirei scorretto se non premettessi che il livello in Italia è imbarazzante: quello che una volta era il giornalismo ora non esiste più; il vocabolo ha mutato senso, per indicare oggi il mestiere di una persona, il più delle volte schifosamente ignorante, che non ha idea di come si scriva (ci si faccia un giro sui siti di certi quotidiani, salvo rarissimi casi sintassi e contenuti sono banditi dal regno - sembra di leggere i pensierini di un’adolescente al cellulare con l’amichetta) ma non aveva di meglio da fare o non era capace, a fare di meglio.
Avvilisce rendersi conto di come il saper scrivere bene non valga più assolutamente nulla, di come i lettori siano avidi di gossip e storiacce inutili di persone infime, con buona pace di chi in passato ha scritto grandi cose.

Esaurita questa noiosa ed evitabile digressione, di cui mi scuso, c’è da dire che il fatto che siamo messi assai male non autorizza l’intervistatrice rasta (sulla cui capigliatura a nido di vespe sorvolerei, trattenendo a stento le lacrime) a fumare mentre regge il microfono, così, per educazione, se non altro.
Né autorizza Silvia Vada a dire: «è stata colpita al volto tre volte, con un ferro da stiro come questo», tirando fuori a sorpresa da dietro la schiena un ferro da stiro col cavo elettrico serpeggiante.
Non autorizza nessuno di loro a importunare gente sotto shock dopo un terremoto, allo scopo di chiedere come faranno mai, ora che hanno perso tutto.
Né autorizza chiunque di noi a guardarlo.

Ma questo non è un mondo nemmeno lontanamente accettabile, così accade che Studio Aperto abbia i suoi ascolti perché parla di ciò che importa al nostro Paese oggi.

Continuo ostinatamente a sperare che un piccolo pezzo di utopia arrivi un giorno a portarsi via tutto questo; nel frattempo, mi privo di questo ed ogni altro telegiornale e, vi dirò, si mangia anche meglio.


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Almeno La Mia E’ Una Storia Vera

pensato da Jonlooker il mercoledì, 13 maggio 2009,23:42
Il Lidl negli spot

Quasi quasi ve lo risparmierei. Anzi, con tutto il cuore, non dovete guardarlo per forza.
Intanto perché la canzoncina da menestrello del terzo millennio con melodia oratifacciopiangere respinge il coraggioso, ma poi non vale la visione: dai, quanto verosimile è la scena del gruppetto di adolescenti che rimorchiano al discount? Per non parlare degli ottantenni che, alla ricerca delle primizie di Madre Natura, si sfiorano le mani nell’agguantare il frutto proibito nello stesso tempo.. un brivido, sul serio, potrebbe essere tranquillamente una jam session tra Lilli e il Vagabondo e un horror coreano.

Non merita di più lo scapestrato padre che tiene nel carrello un'intera covata di figli, a cui dà confezioni di biscotti a nastro mentre loro si divertono tra gli scatoloni di cartone con un’euforia cretina che pare contagi un po’ tutti.
L’esagerato arriva quando uno dei marmocchi in questione si materializza davanti a un dipendente del Lidl, che si riconosce per la divisa blu da capitano di Star Trek e per la gioia con cui sistema le confezioni inginocchiato come un penitente, lo guarda e tanto basta: il buon commesso capisce la sua richiesta da un'occhiata e gli consegna un pacco di merendine, che il ragazzino abbraccia.
Non so, davvero, come si sia concretata questa idea bislacca di un bambino che cerca affetto in un pacco di croissant.
Poi scappa, forse a baciare un mocio.

E non arrivate alla fine, non serve, c’è un altro bambino/a (io non ho capito il genere e non mi sono sforzato; in ogni caso, se fosse un maschio, che gli taglino i capelli, a ‘sto piccolo Lord) che fa campanaccia con la testa sillabando Li-dl. Inguardabile. E non divisibile in sillabe, secondo me.


Il Lidl vicino casa mia

Mentre due signore enormi si lamentano perché le mutande in offerta sono tutte piccole, scacciandosi dalla faccia gli insetti che arrivano dalle cassette di frutta poco lontano,  la dipendente del discount, che si riconosce dalla divisa blu di cui sopra (ma guarnita da orridi inserti gialli) e dall’accidia con cui muove ogni singolo passo, barcolla tra i cartoni spostandoli con i piedi. Un altro dipendente la incrocia e le chiede: «Allora, come va oggi?». Lei si porta le mani alla testa, la scuote ed esclama a voce tonante: «Mah, non tanto bene, sai? Dev’essere perché quando torno dal bar la sera sono sempre ubriaca».
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Questione Di Ottimismo

pensato da Jonlooker il domenica, 10 maggio 2009,09:46


Opera Inedita Di JonlookerIin Stile Giulio-Pisano


I


L’ultimo spot della Coca-Cola è uno scorcio da melodramma che di peggio non si può, l’ennesimo sfacciato rovescio di buonismo con colonna sonora caricata a pianoforte, della stessa risma di quelle che mettono a Studio Aperto, quando parlano di un cane che ha camminato da un isolato all’altro con una spina nella zampa, mentre Silvia Vada, ripiena di botox, cammina all’indietro indicando e urlando  il percorso dello sfortunato quadrupede.

Qui si dà fiato alle trombe dell’abbindolamento dei mediocri, di quelli che diranno: ma quanto è brava questa Coca-Cola, che ci insegna le cose semplici e genuine, che presenta la bimbetta timida che scuote la manina per salutare e ci introduce nel suo tradizionale mondo  di disegni che si fingono fatti a casaccio, mentre invece il disegnatore s’è visto scartare bozze su bozze perché non erano abbastanza tremolanti e cucciolose.

La piccola fiammiferaia zen si chiama Giulia, vive a Pisa e, sorvolando a pelo il senso di noia che attanaglia già le meningi di noi nolenti spettatori, ha pure l’accento pisano tenero e il fermaglietto pupazzesco.
Quanto vogliamo dare a questo disegnetto che si fa quando si parla al telefono con la suocera, dieci, dodici anni al massimo? No, perché o è un’adulta con un guasto serio all’ipotalamo o qui abbiamo una marmocchia saccente e gonadoclasta che, invece di pensare a ciò che potrebbe interessare una bambina della sua età (magari non le Winx, ma questa è solo la mia intima speranza), esordisce, con la voce lamentosa di chi ha i dati alla mano, venendosene fuori che «ultimamente tutti parlano di crisi».
Frasetta, questa, nata col disperato intento di apparire semplice, ma chiaramente ordita per simulare il linguaggio infantile, un fallimento insomma, per quanto è artificiosa ed estranea al target.

Di seguito, una ghiotta varietà di cretinate fotoniche:

Lei è ottimista, beata creatura. Le volevamo far dire a un cassaintegrato, a una signora che lava i pianerottoli per quattro euro l’ora, queste frasi da Bacio Perugina? Non ha senso farle dire a una pupetta, come è ridicolo che faccia scale di valori à la Slow Food, dicendo che a lei bastano le cose semplici - psicologicamente inconciliabile con la sua età.

Preferisce la bici alla supermacchina. Ma quale macchina, quella della Peg-Perego? Il Suv-trousse di Barbie? Che genuina scelta consapevole in materia di autoveicoli può fare una bambina di undici anni dati sulla fiducia? E complimenti a lei, che non sa abbozzare uno stupido sole ma disegna auto come Giugiaro (e cinque stelle Quattroruote per il tema sicurezza, visto che tra gli accessori inutili s’annovera l’airbag).

La piccola santa preferisce andare in vacanza dalla nonna piuttosto che in un resort. Cosa, vuoi, una medaglia? Saresti un piccolo avvoltoio straccia-carogne se preferissi quel carcere depresso alla compagnia di un familiare amato, è inutile che cerchi di far venire il magone disegnando l’altalena a copertone rosso che ondeggia nel vento della cascina isolata nella prateria. 

Oh, preferisce la pizza al sushi. Ora, mi si trovi un bambino che dica con sincerità che preferisce del pesce crudo mascherato in riso spruzzato d’aceto di riso e avvolto in un’alga nera. Lei, invece, che deve farci vedere quanto è lunchally correct, ci dice che preferisce la pizza, ma come sei brava ragazzina mia. Se a me da piccolo portavano la pizza, ci sputavo dentro e pretendevo che me la rifacessero con la pastella dei Tempura.
Stessa storia per il panino al salame e il caviale, che insieme al sushi può piacere o meno, non è quello il punto: si presuppone una scelta di vita, magari anche qualche rinuncia (a titolo informativo, io la pizza la preferirei  comunque), basata sulla semplicità e la tradizione per battere la crisi, ma essendo che alla sua età Giulia non sgancia neanche i soldi per il Topolino, non capisco a che pro farle dire che opera scelte migliori. Ah, ma com’è educativo e commovente, sì sì.

E si eriga un monumento a questa creatura del cielo, che alle cene di gala con più coltelli che in un’armeria preferisce starsene a casa. Eh, pensa tuo padre, che ci mette il grano.

Questo trionfo del nulla viene corollato da un bel bottiglione da due litri di Coca-Cola ad ogni pasto.
Orbene, ai carissimi ed illuminati amici che trovano meravigliosa questa porcheria di spot, non stride un po’? Giulia la Beata non dovrebbe dire con la sua vocetta odiosa: «preferisco l’acqua di rubinetto della fontana presa col secchio di legno, alla Coca-Cola»?
No, lei, che è già vecchia dentro, mentre sta chiusa in casa a giocare a carte parlando dei tempi in cui non c’era ancora la ferrovia (ma toglietele il Sole 24 Ore e datele un pallone, per l’amor di Dio, datele un calcio nel sedere e mandatela all’aperto a giocare come i bambini), si beve il prodotto ipercalorico di una multinazionale snobbando l’acqua e ci viene a parlare di come si mangia e come si vive.



II


Il pessimista è uno che ha conosciuto bene un ottimista.
Elbert Hubbard


Mi appassionano i manifesti pubblicitari del passato. Non quelli di gran pregio e variopinti di Toulouse-Lautrec; quelli  più recenti. Sono lo specchio delle società e delle culture. Una volta ho avuto l’opportunità di prendere visione di un manifesto degli anni ’30 del Novecento, periodo di grandi ristrettezze, in cui le risorse alimentari erano scarsissime, al punto che si fece mettere in giro la voce che la carne rendesse sterili, pur di non dire che semplicemente non ce n’era.
 Il manifesto, su fondo color pesca, raffigurava una suora con una tazza fumante tra le mani e recava scritto che nutrirsi di brodo era più salutare. La verità è che, da mangiare, non c’era molto altro che brodo concentrato.

Io non penso che oggi la nostra società si trovi in condizioni di disperazione analoghe.

Ma qualcun altro evidentemente sì.









Un grazie speciale alla mia sorella artista Kiki che, al fine di permettermi la realizzazione del mio bellissimo disegno in stile Giulio-Pisano
™, mi ha prestato la sua «tavoletta grafica per bambini».


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Nessuno E’ Al Sicuro

pensato da Jonlooker il mercoledì, 06 maggio 2009,08:29
Mi è stato chiesto, da più parti, di occuparmi dello spot Miel Pops. Sarò sincero, la cosa non è facile. Per recensire uno spot, anche se in maniera astrusa come è uso qui, bisogna guardarlo più volte.
Orbene, già alla seconda visione di questa.. questa cosa, l’essere umano inizia a dare segni di sconforto; alla terza cala l’atmosfera gioiosa e distensiva di Qualcuno Volò Sul Nido Del Cuculo.

E come si può descrivere uno spot in cui ci sono api che sculettano? Si osserva un momento di commiserazione per come dicono «Pop!» (La prima hot line per insetti, bisogna ammettere che è originale, quasi un servizio pubblico)? Lo possiamo dire, è un po’ da mente malata far realizzare un balletto di ancheggiamenti preso in prestito da quelli di Passaparola; d’accordo, storia vecchia, ma anche i Miel Pops esistono da quand’ero piccolo io, quindi proprio nuovi non sono, come invece ci preannuncia l’impresario delle api operaie, che è vestito finemente, tra l'altro. Una sapiente commistione tra un cantante country in pensione e il petroliere dei Simpsons.

Il peggio ovviamente è la canzoncina, uno di quei mezzucci -spesso vincenti- di ipnosi catodica che tolgono la volontà di cambiare canale (scommettiamo?). Considerando che il cervello deve lavorare pochissimo (o, più cinicamente, serve una nenia subdola per instupidire i bambini e convincerli di avere voglia di Miel Pops), ci vengono illustrate le caratteristiche principali del prodotto, così non dobbiamo nemmeno guardare la scatola.

Per prima cosa, è bzz bzz bzz, bzz bzz bzzz. Giusto, no? Tra l’altro si dà il caso che tutto lo spot sia una grandissima bzz bzz bzz.

Ma anche l’aspetto è importante. Esperti del settore classificano i Miel Pops come pff pff pff, pff pff pff, motivo per cui io adesso prendo la giacca ed esco a comprarli. Cioè, non si immagina niente di meglio di un pff.

Risolte le informazioni principali, è palese che siamo tutti incantati e desiderosi di pallette di miele, così ci vengono date le denominazioni corrette per l’acquisto:  M - I- E  -L :  M I E L  P O P S, così noi rincretiniti, assoggettati al mezzo coercitivo sonoro, possiamo scrivere con esattezza il nome di tale innovativa bontà.

E per gli scettici, per i gretti San Tommaso che non si fidano ancora, c’è l’asso nella manica: Miel Pops è splish splash splash, splish splash splash. Ecco, esattamente, cosa mi viene a significare splish splash splash? Da che altezza bisogna scagliare i cereali per far fare quell’onomatopea spaventosa al latte?

Poi andiamo sulle specifiche di consistenza: crunch crunch crunch, crunch crunch crunch. Ora, per me, sentir pronunciare un’onomatopea americana all’italiana, con la U anziché con la A, è un po’ come il gesso sulla lavagna; preferisco mi s’insinui il dubbio che i Miel Pops abbiano anche il loro rumore caratteristico quando li si sgranocchia, sarebbe patetico al quadrato e voglio crederci.

Quanto all’espressione gnam gnam gnam, si tratta del linguaggio tecnico dei migliori degustatori, una citazione un po’ fine per il grande pubblico, ma si vede che al loro prodotto ci tengono.

Infine, veniamo alle note dolenti. Se questo spot vi piace (no, non è impossibile, basti leggere i commenti su YouTube: folli folle in delirio), siete fortunati, perché potrebbe non finire qui.

A tutti gli altri, preparatevi a tempi bui, perché potrebbe nnon finire qui.

La Francia è stata invasa da questa cosa.

Se passa le Alpi, per noi è finita.

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Pater Familiae

pensato da Jonlooker il domenica, 03 maggio 2009,10:43
Immagino che lo spot della nuova Scenic dovrebbe essere spiritoso.
E invece no, è solo colossalmente idiota.

Giacché l’auto, di questi tempi, serve in particolare a scarrozzare i figli tra un corso di qualcosa e una lezione di qualcos’altro, si è deciso di entrare nella vita di un uomo che lo fa molto spesso.
Sì, ma perché dovevamo entrare proprio nella vita di un deficiente? Che abbiamo fatto di male?

Questo gentiluomo d’altri tempi ci racconta che il primo pacco in consegna e ritiro è Daniele, avuto con la prima moglie, Elena. Le parole spese per questo importante incontro di anime sono: «Ah, è stato un matrimonio strepitoso», di cui siamo costretti a vedere un estratto, in cui possiamo ammirare la bella cerimonia che si è potuto permettere.

Ma la parte galante non è nemmeno iniziata, le vere parole d’amore sono per la moglie numero due, che potrebbe chiamarsi Nuova come Attuale, visto che del nome neanche l’ombra. Personalmente ritengo che lo zotico non se lo ricordi e per questo motivo rimarchi «nuova», come se lui fosse il nostro ammiccante e scaltro maître de vie, lui ci tiene ad avere il modello nuovo un po' in tutto.
Non una parola sulla cerimonia. E ci credo, avete visto il secondo matrimonio? Quattro gatti spellati davanti a una specie di serranda.

Non contento, dopo averci parlato dei suoi gemelli Marco e Luca (o meglio, dei corsi pomeridiani che frequentano), ci mostra la lezione di danza di una tristissima Sofia, figlia della sua attuale moglie, detto per lasciarci il dubbio che le mogli siano tre. Da abbattere con un missile AGM.

No, non siamo ancora al meglio, ma quasi: ecco Mattia, un altro che si deve andare a prendere, «Mattia, che ho appena saputo che è mio figlio» (ma come parli, specie di capra), detta en passant, come se fosse un aneddoto spiritosissimo e non l’ennesimo indizio della sua intergalattica mediocrità.
Mattia, che lo guarda con l’aria «ti disprezzerei.. E’ che mi fai pena.»

Il finale deve essere eccelso, è una regola dei migliori spettacoli. Infatti questo è pietoso.
Da un sedile lontano lontano salta fuori Arturo, che lui guarda dallo specchietto retrovisore con orrore per qualche secondo: quel figlio sbadiglione e marroncino sarà mica suo?! Tranquilli, amici, è il figlio del vicino. S'è solo dimenticato di accompagnarlo, d'altra parte non è normale che un bambino crolli dal sonno dopo aver passato un pomeriggio in castigo/quarantena su un sedile a trenta metri dagli altri bambini.
Da ciò emergono sostanzialmente due fatti di minima rilevanza:

1.    L’uomo disgustoso ricorda il nome del figlio del vicino ma non quello di sua moglie. E’ un mostro. Oppure anche Arturo è suo.
2.    Della prima consorte ricorda solo la cerimonia, chiama sua moglie nuova e attuale, scopre figli dopo quindici anni che sono al mondo e l’unico momento in cui fa lo scandalizzato è quando, dopo ore di giri, s'è dimenticato di portare il figlio del vicino. Che dormiva tranquillo nella sua auto. La narrazione sull'abbandono in strada dei gemelli, al contrario, non aveva accenni di preoccupazione, lasciare i propri figli a picchiarsi in strada è simpaticissimo. Dov’è lo spirito in tutto questo? Io lo trovo patetico, un’uscita da bar dopo tre ore di chupitos gratuiti.


Mi consolo pensando che, visti i tratti fenotipici dell’immondo essere, della nuova moglie e della figlia, ci sono confortanti possibilità che Sofia non sia sua.
Chissà che fa, l’attuale moglie, mentre lui accompagna e riprende la sua progenie e quella altrui raccontando storielle agghiaccianti a chi non le avrebbe volute sentire mai.





Ps. Se ai miei colti lettori venisse un legittimo dubbio sulla correttezza del titolo, anticipo di essere al corrente del fatto che si dica Pater Familias; il mio è un omaggio a Marziale, che usò il termine Pater Familiae per schernire un patrizio che intratteneva, con straordinaria prodigalità, relazioni carnali con tutte le schiave della sua Domus.
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