Ognuno Ha I Fan Che Si Merita

pensato da Jonlooker il venerdì, 30 gennaio 2009,00:17
Spesso mi viene suggerito di parlare bene di uno spot, per una volta.
Lo faccio volentieri, oggi, condividendo con voi uno spot che viene trasmesso oltreoceano.
Il prodotto è un’offerta di telefonia della Verizon che, per intenderci, è un'enorme società statunitense di telecomunicazioni che funziona tutta su wireless.

Siccome non esiste un americano che non ami l’hockey (cosa assolutamente falsa, ma mi sto vendicando per il fatto che loro dicono che abbiamo scelto i tortelloni di Farnesi), hanno pensato di farglielo vedere sul cellulare - in Italia con la tv sul telefonino si può vedere il Grande Fratello, scegliete voi chi è più scemo, temo che vinceremmo noi- ad ogni modo, il risultato è questo.

Io trovo che si tratti di trenta secondi ben sistemati, divertenti, distensivi e che catturano l’attenzione il tempo necessario per afferrare il messaggio.
Il neo papà fan dell’hockey, che urla che i bambini degli altri sono dei perdenti e a suo figlio che ha in pugno la nursery, beh, è insuperabile.

Spesa poca, resa ottima. Davvero pregevole.

Si potrebbe importare, tutto sommato. Me la vedo, la madre che urla alla figlia di continuare ad essere se stessa, che la nonna è fiera di lei e le ha fatto portare le lasagne, che il bambino numero 35 non è sincero come sembra e che da fuori la stanno guardando tutti  mentre vince il Grande Neonato.

Non reggerebbe mai il confronto, è chiaro.
Ma sarebbe una prima serata di grandi ascolti.
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Mary Wollstonecraft Come Minimo Lo Pestava

pensato da Jonlooker il mercoledì, 28 gennaio 2009,00:11
Appassioniamoci insieme alla misteriosa sorte dell’intelligenza, scomparsa in occasione dello spot del trolley Roncato Uno.

Protagonista è Martina Colombari, che per me è tanto bella e simpatica, quindi non se la prenderà se le dico che ha coinvolto suo marito in uno spot che urla «sono scarso» ad ogni angolo.

I due vivono in una casa che non era niente male, prima che il Cappellaio Matto la dipingesse tutta di acrilico bianco titanio. Martina si bulla del suo nuovo trolley rosso e alluminio e, proprio mentre sta pensando se sia già il caso di immergerlo nel secchio del bianco, arriva Billy Costacurta che inveisce contro di lei perché ha comprato «un altro trolley». Ora, dico, ma che problema c’è, hai una casa vuota che sembra che ti sono appena entrati i ladri, che vita ti cambierà una valigetta?
Ma la parte migliore, quella drammatica, la regala lei, che alza le mani come uno scippatore colto sul fatto: «No no amore non è come pensi (<j>ma non è la frase che si dice quando il marito trova l’amante nell’armadio?!</j>), questa non pesa come le altre volte!»

Assurdo, che bisogno c’è di giustificarsi, dov’è l’emancipazione femminile, eddiglielo che coi soldi del calendario ci compri quello che ti pare e, anzi, al prossimo viaggio riempi il trolley di pietre solo per fare un dispetto a lui.

Ma Billy è un duro e passa al sarcasmo minaccioso: «Ah sì, e perché?!».
Lei prova a confonderlo con parole complicate ed esclama: «perché è con policarbonato», con il tono di chi invece sta dicendo «ora ti dico una gran baggianata, tanto non capisci».
Lui si sente pesantemente sopravvalutato: «PoliCHEEE?», con il tono di chi invece sta dicendo «Chiariamo che io sono pur sempre un calciatore, come ti permetti di dirmi una parola non autorizzata dalla Fifa?».
Lei capisce di averlo in pugno: «policarbonato (sottinteso “cretino che non sei altro”) PESA UN CHILO DI MENO» Apperò, un chilo di meno. Toglievi un paio di pietre e il risultato era lo stesso.
Lui tenta il tutto e per tutto chiedendo spiegazioni sulla zip (a me non sarebbe mai venuto in mente), poi cerca di fare lo spiritoso e questa ve la risparmio.

Non pago, Billy ci pensa per tutto il viaggio da casa all’aeroporto e di punto in bianco chiede come si chiami la valigia. Viene accontentato e si convince della valenza dell’acquisto con un gradevolissimo: «così vinci sempre uno a zeeeero», un fine modo di rimarcare che il livello della conversazione non deve esulare dai confini del prato con due porte.

Ci piace immaginarcelo mentre torna a casa sereno, assolutamente noncurante del fatto che, in un aeroporto pieno di persone coperte dalla testa ai piedi, sua moglie fosse l’unica a partire col tubino smanicatissimo e una manetta di cuoio sadomaso.

Da una proposta del mio amico Regulus21 che, giustamente, conoscendo i miei tempi, l’ha pure commentato per conto suo! ;)
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Gilmore Girls

pensato da Jonlooker il domenica, 25 gennaio 2009,22:24
Non lo fanno più da un po’ di tempo, ma alzi la mano chi non ne ha visto nemmeno un episodio (ovviamente non fatelo, che mi si smonterebbe la logica del discorso).
Ed è molto amato anche in Italia, per cui sarebbe interessante parlarne un po’.

Gilmore Girls, da noi italianizzato con l’assai intrigante Una Mamma Per Amica, è la storia di Lorelai, figlia ribelle di due ricchi ma asfissianti genitori (immaginatevi, una pena), che a sedici anni ha dato alla luce Lorelai numero due (per comodità di tutti Rory), con la quale da sempre vive sola, in una casa che, come ogni elemento della sua vita, gestisce da sempre senza l’aiuto di nessuno.

Vivono in una piccola cittadina, Stars Hollow, in realtà inesistente, ma così ben ricostruita per personaggi, tradizioni locali e tessuto urbano da sembrare, a volte, reale; il che credo sia un pregio della serie. Finisce però per essere un luogo incellophanato, dove non succede mai niente: non muore nessuno sotto i novantotto anni, le liti più accese (una volta una ha osato dire: «No, hai torto!». Uno scandalo che ha turbato la comunità per decenni) ci sono per che decorazioni scegliere per la festa (non importa quale, lì c’è una festa per ogni cosa), ci sono negozi di caramelle grandi come ipermercati, i barboni sono fini cantautori che vengono reclutati con entusiasmo dai discografici che passano di là, tutti sono felici e tutti amano le ragazze Gilmore.

Queste due sono particolari. E intendo dire svitate. Mangiano porcherie e bevono caffè tutto il giorno, sembra che non abbiano niente da fare, eccetto la madre che verso la fine della storia è proprietaria di un albergo e ogni tanto il caffè lo beve là.
Sentirle parlare per più di due minuti genera crisi convulsive, chi le conosce lo sa. Per chi non le conosce: parlano in questo modo, velocità inumana e contenuti da ricovero psichiatrico. Sarebbe già gravoso assistervi così, ma per qualche strategia che non comprendo, questo modo di rapportarsi contagia chiunque parli con loro, ragion per cui ogni puntata segue pressoché uniformemente questa struttura.  Non importa che stiano parlando col fidanzato, col meccanico o col cane. Anzi, non serve nemmeno che le protagoniste siano presenti: l’isterico mutuo rovescio di parole accatastate si ripete puntuale chiunque ne sia partecipe, cascasse il mondo. Se per voi ciò ha qualcosa di familiare, ma non ricordate in che altro contesto si sviluppi lo stesso genere di dialoghi, allo stesso ritmo, vi aiuto io: Pulp Fiction. Ditemi voi se non è uguale.

Oh, escludendo le parti in cui nessuno parla. Lì lo spettatore ha il piacere di sentire accordi-base di chitarra acustica mentre una voce di donna fa «Lalla-laaah, lalla-lalla-laah» in sostituzione di ogni parola della canzone che sta maltrattando; il ciò unito a immagini crude di paesaggi autunnali, dolcetti o dolore profondo perché Rory ha preso 9 anziché 10.

Logorrea insensata a parte, l’una non ha ereditato niente dall’altra.

La madre, più che un’autentica ribelle, è un’autentica rogna: per indispettire i genitori –a quarant’anni, giova ricordarlo- o chiunque altro le sia davanti, interrompe i discorsi a tavola, dice frasi stupide, insomma credo che nel mondo reale qualcuno le avrebbe già bucato le gomme. Lì no, anzi: è considerata un bengala di simpatia a beneficio di tutti. Nessuno la trova irritante, non me lo spiego. Non mi dilungo sulle sue vicissitudini amorose, ciò che conta è che alla fine sta con quello del fast-food. E ci credo, con tutto quello che ci ha mangiato, se non lo sposava diventava socia, come minimo.

La figlia è dipinta come una specie di santa, che alle feste legge i classici americani perché si annoia; fino a un certo punto, in cui gli sceneggiatori decidono che è pronta ad avere una carta di credito e ad ubriacarsi come ogni ragazza della sua età (unico segno distintivo rispetto alle elementari e alle medie, altrimenti era uguale. Anzi no: prima aveva la cartella, poi una borsa di Hermès. Brutta, ma Hermès), si rapporta solo alla madre e pochi altri ed è di un moscio inenarrabile, sfodera personalità solo quando deve dare lustro alla carriera accademica, con una sicurezza da reporter tendenzialmente arrivista che psicologicamente fa a pugni con il personaggio. Passa dall’essere una scolaretta dimessa e innocente all’essere una riccona spenditutto e firmatissima in un attimo, niente traumi; ci fanno credere che è rimasta la stessa, perché vuole sempre bene alla sua “ordinaria” amica coreana, ma un cervello medio-basso si rende conto che in realtà sguazza benissimo nel lusso che finge di sopportare a malapena. Sorvolo sui suoi scarni fidanzatini (anzi no, togliamoci in pensiero: il garzone del supermercato, il Fonzie dei giorni nostri tutto da alfabetizzare e il nano-Paris Hilton, che quando investe male i capitali mette il broncetto, prende il jet e va a farsi un giro per smaltire il nervoso, povero cucciolo), l’essenziale, anche qui, è alla fine: lascia il fidanzato milionario (il nano, per intenderci) perché non ha tempo da perdere in stupide faccende sentimentali a scapito di una fulgida carriera: è stata arruolata nel vagone stampa della campagna elettorale di Barak Obama.

Le due donne, poi, hanno un rapporto troppo stretto, un cordone ombelicale perenne, per cui si scambiano qualsiasi cosa indossino o mangino e parlano di qualsiasi argomento senza il filtro naturale che si dovrebbe avere per creare quel minimo di autorità materna.
Prova ne è che, la prima notte in cui Rory deve dormire al campus di Yale, chiama disperata la madre, che deve farsi i chilometri per mangiare cinese con lei e le sue compagne di stanza, per terra, sulla moquette. Poi, quando (per smuovere un po’ il tutto, presumo, dato che per evoluzione della storia non ci stava proprio) la ragazza ha una crisi spirituale e decide di fare la mantenuta qua e là per un po’, basta un timido dissenso della madre nei confronti del comportamento infantile della figlia, a far sì che quest’ultima le tolga il saluto e la odi per un tempo esagerato. Inutile dire che rinsavirà, senza che questo lasci un’increspatura nelle acque tranquille del loro rapporto.

Aggiungete qualche mela caramellata, un cane sporco da fare schifo, scuole private e regali giudicati troppo impegnativi ma che vengono sempre arraffati lo stesso.

Mi rendo conto che, come introduzione amichevole alla visione di un telefilm stravisto, è stata un po’ confusa, perdonatemi le imprecisioni.

Ma quando la nonna di Rory ha comprato un’auto perché era la stessa di Jay-Z ed io ho pensato che ciò fosse assolutamente ragionevole, ho capito di aver guardato sette stagioni di troppo e mi sono rifugiato nel più rassicurante Pulp Fiction.
Che, se non altro, finisce prima.

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Anniversario Con Ricco Premio

pensato da Jonlooker il venerdì, 23 gennaio 2009,07:22
Aggiudicato!

Oggi è un anno che ho aperto il blog.
In merito, mi sento di fare un discorso articolato.

1. Non credevo che sarebbe durata così a lungo
2. Spero che continui così.

Nondimeno, per dimostrarvi la mia infinita riconoscenza per l’affetto con cui leggete le mie sciocchezze, ecco a voi un succulento premio, gentilmente offertovi da mia sorella, che ha sbrindellato con cura un poster di Twilight, trovato con gran disappunto (peraltro scuotendo mestamente la testa e mormorando: «non l’avevano mai fatto.. Nemmeno per i film seri..»), nel Ciak; probabilmente quello di novembre, dato che l’idea sembra sorta dai malsani strascichi di Halloween.

Ed è stato con questo gesto di stima che il poster s’è repentinamente trasformato nel meraviglioso puzzle che potete ammirare in alto, nella sua fattura squisitamente artigianale. La foto da quattro soldi che ho scattato sul tavolo del poker non rende giustizia a questa perla dell’arte contemporanea: osservate le facce sconvolte, gli strappi fantasiosi, il fatto che alcuni pezzi siano messi spudoratamente a caso e che altri manchino del tutto perché a casa mia non si riesce a conservare nulla. Ma potete dire con fare competente agli ospiti, che avranno il piacere di vederlo incorniciato nel vostro soggiorno, che si tratta della simbologia della crudezza della vita, che toglie dei pezzi alla nostra anima per il fatto di dare un successo strepitoso a filmacci del genere.

Pezzo unico, naturalmente.

Per convincervi del tutto, vi dico che sul retro c'è un secondo puzzle che raffigura un miscuglio di figurette analoghe, la cui immagine precisa è a me tuttora del tutto sconosciuta. Non so se vi rendete conto: è double-face!

La/il prima/o che mi manderà un’e-mail, interessandosi a questo splendido oggetto, lo riceverà comodamente e gratuitamente a casa in tempi brevissimi, in una misera busta di carta gialla, quelle tristi.
Unico ostacolo: superare il dubbio latente che io in realtà sia un serial killer in cerca di giovani vittime e convincersi che non userò il vostro indirizzo di casa per sorprendervi con malvagie intenzioni.
Bisogna fidarsi, ragazzi miei.

E, naturalmente, buon anniversario a tutti.
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No Woman No CRAI

pensato da Jonlooker il mercoledì, 21 gennaio 2009,11:30
Ieri ho assistito per l'ennesima volta a questo spot, che ammiro, in quanto dotato di mirabile e assoluta deficienza. All'apparenza, non c’è molto da descrivere: un idiota si impossessa del microfono e ringrazia il personale CRAI perché i loro consigli hanno dato buoni frutti, con inserto canoro.
Ma se proviamo a ricostruire i momenti antecedenti a questa pagliacciata, se usiamo gli elementi a disposizione e viaggiamo a ritroso fino alla sua origine, ecco che abbiamo la storia.

C’era una volta un ragazzo, uno di quelli imbranati con le donne che in altri luoghi chiederebbero consulenza a Hitch. Dopo aver letto senza esito numeri e numeri di Men’s Health, in cui ci si prometteva di diventare gli idoli di Wall Street, dei compagni della palestra e della ragazza di turno in cinque minuti (a meglio pensarci, forse la ragazza sarà la meno contenta, di quei cinque minuti), sembrava che il nostro eroe non potesse far nulla per riuscire nel suo intento: battere chiodo.

Così, disperato all’inverosimile, guidò errando (non nel senso di vagare, beninteso: nel senso che faceva una figura migliore restandosene a casa) sino al supermercato più vicino e, carrello alla mano, iniziò a tormentare coi suoi dubbi i dipendenti, già gioiosi all’inverosimile di stare lì a gratificarsi con quesiti intelligentissimi, ora grati al divino per essersi imbattuti in un gonadoclasta d’eccellenza.
Fu l’inizio di una splendida amicizia, un armonioso scambio, suggellato sovente dalla frase «Sì, io te lo dico, però poi te ne vai, eh?!»

Gli Dèi, mossi a pietà da questo struggimento sincero (sto parlando dei dipendenti del supermercato, ovviamente), decisero di far sì che il ragazzo trovasse, grazie ad un aiuto che stava tra l’incantesimo e il miracolo, uno straccio di donna che uscisse con lui a cena, in modo che egli non dovesse più chiedere consigli ai salumieri o alla cassiera.

Ma, come si sa, nulla avviene senza la corresponsione di una contropartita. L’altro volto dell’incantesimo era che, ogni giorno, il ragazzo sarebbe venuto a ringraziarli tutti, appropriandosi del microfono del supermercato, raccontando scene imbarazzanti di approcci finiti bene e finendo i presenti con una canzoncina che da sola basta a comporre il 113.

Ora, a noi è stato donato (grazie, tra l’altro, non dovevate. Nel senso che, porca miseria, non dovevate) solo un momento di questa storia.
Quello, cioè, in cui il ragazzo viene per la prima volta a costituire contropartita per gli ignari dipendenti.

Così, ha un significato nuovo, che commuove, il sorriso incredulo della cassiera, che s’illude di essersi sbarazzata per sempre di questo sfigato che la seguiva tra le corsie per sapere quale aranciata scegliere per la famosa cena; non sa che è solo l’inizio di un troppo severo controincantesimo, per mano del quale nessun supermercato passerà mai più indenne da imbecilli canterini.
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Un Vicino Perfecto

pensato da Jonlooker il domenica, 18 gennaio 2009,22:13
Eccoci al secondo appuntamento con Barilla infinocchia gli Stati Uniti, per cui, ricordo, vale il modello procedurale già noto:

se un uomo italiano non compra neanche il the liofilizzato se non glielo presenta una pulzella in sottoveste, forse anche la donna americana sarà più propensa a mettere nel carrellone un chilo di spaghetti, se ci mettiamo vicino un Italian Stallion. E, siccome “O sole mio” ormai evoca trattorie e saghe familiari poco glamour, si condisce il tutto con un bel gorgheggio di Andrea Bocelli.

Orbene, si ammiri il secondo tentativo, new and improved, il metodo applicato alla massima potenza.

Siamo in Italia, nuova immagine, ragazzi, basta con queste piazzette striminzite e umide piene di malviventi, diamo spazio ai cento acri in campagna e alla collina che fa provincia con su il castello patrimonio dell’Unesco, facciamo arrivare la zia su un cinquemila benzina!

Ma non basta ancora, serve la mossa strizzacuore, bisogna farle innamorare, queste americane svezzate a bacon: e cosa c’è di meglio di un italiano giovane, sorridente e che gioca a moscacieca con i bambini (col fazzoletto di Farnesi, tra l’altro)? Ve lo dico io: niente.
La zia non saluta neanche il cognato, non gliene importa nulla di quell’insignificante occhialuto ometto, si fissa lussuriosa sull’uomo misterioso: «quello chi è?!» la sorella, che non vede l’ora di accasare la nuova venuta, le risponde con complicità «Un vicino, i bambini lo adorano!» Cioè, non so se capite: glielo presenta come un prodotto, come dire che fa venti chilometri con un litro, che è garantito a vita, che fredda lo sporco e accarezza i colori.
Il vicino sorride come se sapesse di essere in vetrina. O come se non capisse niente, fate voi.

Seconda location: le sorelle cucinano insieme, è il momento di vendere il vendibile alle signore oltreoceano, ancora stordite dall’italian stallion di oggi. Oggi si smercia «Barilla Plus», cosa che fa esclamare di ammirazione la sorella minore: «sei proprio una buona madre!». Posto che, se basta saper cuocere gli spaghetti, confesso di essere un’ottima madre anch’io, se leggiamo la confezione, scopriamo che il plus sta nel fatto che la pasta è arricchita di cose che di norma non ci sarebbero, tra cui le proteine. Ottima idea, tra l’altro; se c’era una cosa che mancava agli americani erano le proteine. Farei una versione allo zucchero semolato e una allo strutto, proprio per essere in una botte di ferro.

Scena finale. La buona madre scola degli spaghettacci collosi e li ficca in un piatto a litigare con delle ombre di pomodoro qua e là, una tristezza che non mette fame a nessuno, tranne che alla voce fuori campo che la ritiene «un modo nutriente per un pasto delizioso»: siamo alle menzogne spudorate. La sorella minore, dal canto suo, è ai limiti della venerazione morbosa, col suo convintissimo: «Ancora una volta un pasto perfetto!».
E’ il momento buono per inserire ancora una volta il vicino, che è stato invitato a pranzo per ricordare quanto siano boni questi italiani e come li si raccatti ovunque in campagna, è tempo di farlo parlare, di fargli fare l’affascinante dotato di spirito; e così, facciamogli dire «sì, perfetto», è così semplice che non può sbagliare.

E qui si scopre l’inganno. Non è italiano, ma neanche per sbaglio.
Non solo la pasta che si suppone che l'Italia abbia scelto da noi non esiste, finanche il vicino è stato importato!

Ovviamente ciò non tange le ignare signorine che commentano il video su YouTube, eccitate come cinghiali nel sentire il suo «accento tipico italiano», pronte a chiedere un permesso di soggiorno e a deglutire pallidi lombrichi di farina pur di trovarsi faccia a faccia con il vicino che, a detta loro, è meraviglioso mentre dice «sì, perfecto» tipica parola italiana, ricordo, seconda in popolarità solo ad arriba arriba. Per pena, citerei ancora quello che afferma, con sicurezza da uomo di mondo, che quell’uomo è molto noto in Italia. Ero al mercato anche quel giorno, non c’è altra spiegazione.

Per le potenziali migratrici dagli States, infine, un suggerimento tattico. Essendo la casa della famiglia di questo spot ubicata su una collina solitaria, che ha come massima rappresentanza di creature viventi una mezza dozzina di cipressi, tenderei a considerare in senso lato il termine “vicino” con un più pragmatico “amante giovane della sorella” o, a voler essere in buona fede, “latitante nascosto nei boschi”. Ma che ve lo dico a fare, questa è l'Italia.
Se non era l’uno, era l’altro.
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Speed Non Era Niente A Confronto

pensato da Jonlooker il giovedì, 15 gennaio 2009,20:50
Nel mio girovagare in asfalto montano (= tante, tantissime curve) m’è tornato alla mente un prodotto che presumo esista ancora, ma che una volta andava decisamente di più: il Travelgum.

Sono andato allora a cercare lo spot di cui mi ricordavo e sono felice di averlo trovato, prima di tutto perché merita ammirare come la madre del bambino gli abbia acconciato i capelli per plasmarlo ad immagine e somiglianza di Ken di Barbie.
Ma anche per tutto il resto.

Non so voi, ma se io mi presentavo a scuola come i protagonisti dello spot, me ne trovavo quattro in bagno ad aspettarmi; qui invece i bambini sono tutti vestiti da micro-nonnetti. Ma siccome noi non ci fermeremmo mai davanti alle apparenze, nevvero, diciamo che si comportano pure come tali. Composti come se fossero legati col cordame al posacenere, come se avessero una chilata di plastico sotto il sedile. Fermi. Le espressioni, poi, sono meravigliose: si guardano con complicità maschia e cantano Azzurro come se da questa canzone dipendesse il loro voto in educazione musicale.
La metà destra del pullman, invece, ha come elemento di massima vivacità un battito di mani analogo a quello imposto ai bambini allo Zecchino D’Oro, quando noi pensavamo che si divertissero. Si divertiva più la Romania quando c’era Ceauşescu, secondo me. A posteriori, chiedere di provare onesta allegria mentre canta «mi accorgo di non avere più risorse senza di te» è un po’ troppo per un bambino di otto anni.
La maestra seduta davanti ondeggia per pura legge fisica, per i primi dieci secondi ho sinceramente creduto che fosse morta.
Il tutto mentre il pullman curva e ricurva simpaticamente a picco sul mare.

Questo scenario di puro idillio rischia di essere offuscato proprio da quel guastafeste di Ken che, complice la concentrazione canora e quella dei clorofluorocarburi della lacca che ha in testa, si sente male, diventando in bianco e nero; sebbene ciò sembri l’effetto di un portale tra epoche che tramuta il nostro eroe in una trasmissione Rai antecedente al ’75, semplicemente Ken deve vomitare e subito.
Già con la testa bassa e la vergogna sul volto perché sa di disturbare la quiete del gruppo, si avvicina agonizzante agli adulti e con voce che muoverebbe a pietà Mangiafuoco miagola: «Per favore, PER FAVORE, possiamo fermarci? Mi fa male il pullman... »

E qui arriva il momento da film horror. L’autista, vestito da Ambrogio dei Ferrero Rocher, si gira di scatto con sguardo pazzo, smette di prestare attenzione alla strada muovendo il volante con isteria e gli ride in faccia, dicendo che «oggi non serve fermarsi». La maestra si disinteressa completamente, lascia che un uomo ammiccante dia farmaci a un bambino sotto la sua custodia e che in quel momento vive e respira in due colori e che, perché no, prenda il rimedio da chissà dove, lo tolga dal blister e glielo porga, senza curarsi per un attimo del fatto che ci si stia avvitando sul Grand Canyon.

Ken prende obbediente il suo antiemetico (che gli conferisce un sorriso assai sospetto) e torna alla rassicurante identità a colori, cosa che gli permette di riunirsi al coro del bingo, stavolta con un entusiasmo che sa di controindicazione; e via, tutti verso la nebbiosa campagna moldava.

A proposito di controindicazioni.
Molti anni fa soffrivo un po’ il mare e ricordo che una volta mi comprarono il Travelgum, più per placebo che per reale necessità.
Da bravo bambino lessi il foglietto illustrativo e alla voce effetti collaterali c’era scritto “morte”.
Del tutto rassicurato, quel giorno mi resi magicamente conto di essere guarito da ogni male.
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Che Poi E' Un Dovere Civico

pensato da Jonlooker il martedì, 13 gennaio 2009,22:02
Esportare prodotti italiani all’estero, con l’aiuto di uno spot, è veramente molto semplice.

Prendete l’esempio Barilla e gli Stati Uniti
I pubblicitari che se ne occupano, da sempre, hanno una missione: far presa sulle donne americane, far comprare loro la pasta invece delle ciambelle imburrate; non pensate sia cosa da poco, non è per niente facile.
Così, si esporta prima di tutto il metodo: se un uomo italiano non compra neanche il the liofilizzato se non glielo presenta una pulzella in sottoveste, forse anche la donna americana sarà più propensa a mettere nel carrellone un chilo di spaghetti, se ci mettiamo vicino un Italian Stallion. E, siccome “O sole mio” ormai evoca trattorie e saghe familiari poco glamour, si condisce il tutto con un bel gorgheggio di Andrea Bocelli.

Tenendo questo piano d’azione bene a mente, s’è dato vita ad una serie di spot che, visti da un italiano, sono splendidamente comici.
Mi divertirò a esaminarne qualcuno, qua e là nei prossimi post, ma nonostante ci sia l’imbarazzo della scelta il mio preferito resta questo.

Siamo in Italia, quindi mercato della verdura in piazzette cesellate tra i portici, verdurai panciuti e pedoni anziani. Ma attenzione, c’è la nostra esca: Roberto Farnesi.
Lui è l’italiano avvenente su cui l’azienda sta puntando tutto.
Ditemi voi.

Come ogni italiano che si rispetti, col suo maglione disimpegnato sta facendo mercimonio di cavoli con contrattazioni complesse e gestualità del rapper che mima rispetto, che perpetua mentre cammina all’indietro: una vasca a dorso senza nessun apparente motivo.
In realtà, con la regia di un daino bendato, si vuole ricreare l’incontro-scontro romantico (che, viste le dimensioni della piazza, più che destino era logica) con la turista americana, che noi, scaltre cutrettole, sappiamo essere la raffigurazione ideale della nostra preda, che sfodera un sorriso a tutto mento e si scusa nella sua lingua (sforzarsi mai, eh), già innamorata dell’aitante uomo mediterraneo; lui, perfettamente calato nella parte, regala la sua ammiccata da derelitto, che l’ha reso irresistibile in “Carabinieri ... ” (mettete voi il numero, anche a caso), scusandosi a sua volta nella sua lingua, il farnese (sforzarsi mai, eh).

Colpo di scena, (la tensione nervosa sul suo destino stava compromettendo milioni di valvole mitraliche), non solo è prestante, verduroso e ben disposto, è anche uno Chef.
Uno Chef in lutto, presumo, almeno sarebbe una ragione per quel pigiama di flanella grigio che indossa insieme a quel fazzoletto gessato color smog in zona industriale ovest.
Dalla sua cucina fiammeggiante come l’inferno si vede misteriosamente tutto il ristorante, a un tavolo del quale ridacchia spensierata la turista che egli tanto brillantemente aveva ammaliato qualche ora prima. Ispirato da questa visione, corre a prendere il necessario per il suo piatto migliore: i tortelloni secchi con ripieno di ricotta e spinaci, i tortelloni che si cuociono in sedici ore, i tortelloni che se li scoli quando te lo dice la confezione, al posto del ripieno ci trovi la polvere. Se questo è il concetto di Chef, siamo messi benissimo. Ma dai, trovati un topo anche tu e fatti insegnare a stendere un po’ di pasta.

Ad ogni modo, il cuoco fasullo in pigiama ci tiene a portare personalmente alla signorina trenta chili di tortelloni (si saranno moltiplicati come le cellule nel pentolone, pure i miracoli, fa) e glielo porge, ignorando del tutto il fatto che lei non li avesse chiesti.
E non hanno chiesto qualcosa nemmeno a noi, giacché apprendiamo con orrore che «Barilla Tortellini» sono «The Choice Of Italy».

Ma che iella, si vede che quando c’era il referendum per scegliere i tortellini era giorno di mercato e tra un’indivia e un cavolo mi son scordato di andare al seggio.
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Pietre Biliari

pensato da Jonlooker il domenica, 11 gennaio 2009,11:46
Come a voi esiguo ma affezionato manipolo è ben noto, sono perennemente in cerca di spot che abbiano il pregio di sorgere da una piccola scintilla brillante nella mente del pubblicitario e che si traducano in pochi secondi che strappano un intimo applauso e la sensazione di essere stati intrattenuti con intelligenza.
E’ altrettanto noto che questa ricerca è un costante, totale fallimento.

Perciò, in attesa dello spot da Oscar che tutti aspettiamo con fiducia, vi sottoporrò quindici  tra i secondi più schifosi del Natale 2008, sorti piuttosto, con ogni probabilità, dalla sbronza di Ramandolo della cena aziendale: lo spot di auguri dei Fonzies, un collage a buon mercato delle scenette a cui da qualche anno ci tocca assistere, in cui si tenta miseramente di convincerci dell’esistenza di feste in cui si servono solo ciotole stracolme di Fonzies, i cui partecipanti si trastullano accompagnati da una canzone tra il rilassato e il porco, succhiandosi le dita che si sono sporcate di formaggio in polvere (il regalo di Natale sta nel fatto che il montaggio compone i versacci del risucchio in modo da confezionare un inedito motivetto natalizio).

Ora, io lo so che per copione dovrei partire con una delle mie consuete invettive contro l’abuso della componente sessuale sbattuta in faccia negli spot. Ma la verità è che, nel caso di specie, tale problematica mi è totalmente indifferente, poiché prevale la mia vena ipocondriaca quando penso al fatto che uno prima si lecca le dita, poi rimette la mano bagnaticcia di saliva dentro la ciotola, seguito a ruota da altri come lui che hanno avuto l’incondivisibile idea di partire da casa per recarsi a quella festa antigienica.
L’orrido pensiero di tali microbiche contaminazioni uccide a sprangate l’alzata di sopracciglia al claim “se non ti lecchi le dita, godi solo a metà”, unito alla consapevolezza che, quando avrò dei figli che approcceranno la vita sociale presentandosi alle festicciole pomeridiane di compleanno, li vestirò di neoprene e darò loro il proprio sacchetto personale di patatine, da non dividere con nessuno che si rifiuti di indossare guanti monouso o che non li getti dopo aver succhiato quella dannata polvere al formaggio. Quanto a quest’ultimo farinoso dettaglio, penso proprio che i miei figli mangeranno Pai D’oro, che hanno i seguenti vantaggi fondamentali rispetto ai Fonzies:

1. Non sono duri come ghiaia.
2. Si autoproclamano deliziosi cornetti di mais al formaggio e ciò causa irresistibile simpatia.
3. Sono custodi dell’armonia familiare. Quando ero piccolo, il fatto che il bar della parrocchia li vendesse era il giusto prezzo che mia madre pagava settimanalmente per farmi frequentare l’oratorio senza troppe storie.
4. Non sembrano deiezioni (elemento, questo, di non trascurabile rilievo).

La saggezza di un altro anno sulle spalle, però, mi invita a considerare il lato positivo della vicenda e, difficile a credersi, ne sono capace: se l’idea del rumore schifoso che forma una melodia l’avessero pensata quelli dello scoiattolo della Vigorsol, sarebbe stato peggio.
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Delurking Day

pensato da Jonlooker il giovedì, 08 gennaio 2009,15:01
Sono appena tornato, con la gioia e il brio tipici di chi sta per tuffarsi tra le lame di un Minipimer.
Ritorno tra l’altro funestato, ieri sera, dalla visione di Gossip Girl, la più colossale boiata dopo quei ragazzini che giocavano a tennis e quelli che andavano a scuola di surf in Australia.
Vabbè che l'ho visto a spezzoni, perché ero impegnato a deprimermi per la fine delle vacanze, ma l’ho trovato terrificante. Classici (televisivamente parlando) ricchi dall’intelligenza diabolica votata al sulfureo intrigo, madre e figlia che vivono in hotel, brunch come massimo della vita; il tutto legato da un'odiosa blogger sconosciuta che passa la sua vita a parlar male degli altri (tipo me, dai).

Gli elementi chiave degli episodi, qualora ve li foste persi e voleste guardare quelli di stasera, sono i seguenti:

  • La bionda che tutti dicono essere bellissima (meno scotch ai brunch, eh..) ha conosciuto in senso biblico il ragazzo della sua migliore amica. In una chiesa.
  • La madre della bionda ha/ha avuto una relazione con l’80% degli uomini sopra i trentacinque finora apparsi.
  • C’è un ragazzo, tale Chuck, che all’inizio colpisce per la somiglianza con il ben più capace Joaquin Phoenix, poi rimane nel cuore perché tenta di aggredire carnalmente ogni ragazza gli capiti a tiro. Finora, le ragazze gli sono tutte miracolosamente sfuggite, ma tornano senza rancore alle sue feste e assicurano i propri fratelli che «stanno bene». Sostanzialmente ha uno ius primae noctis ad libitum che, a quanto pare, solo io trovo agghiacciante e criminale; per i protagonisti è una peculiarità caratteriale.
  • La bionda, delusa perché la sua ex-migliore amica mora non le vuole più bene (per il futile motivo di cui al punto primo), cammina sola di notte per la città, guardando con malinconia sul cellulare la foto che le ritraeva insieme felici. Dopo di che, per dare un colpo di spugna al passato, getta il telefono da trecento dollari nel cestino dei rifiuti.

Vedete da voi come le premesse siano irresistibili, come la trama sensibile e spessa catturi dal primo all’ultimo istante.. ovviamente non lo guarderò mai più. Al pari, le adolescenti lo adoreranno.

Ah, oggi è il mio primo Delurking Day.
Se vi fa piacere, palesatevi: ne sarei felice. Anche in caso decidessero per il contrario, ringrazio tutti quelli che passano e leggono ogni giorno, senza commentare. Siete più di quanti mi sarei mai aspettato all’inizio e ne sono onorato. E, anche se vi piacesse Gossip Girl, vi vorrei bene lo stesso!
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