Quantum Of Sola
Premettendo che il genere mi piace, devo dire che questo film è, tecnicamente, di una noia assassina. Già la sigla è la versione cantata del Prozac. In Casino Royale c’erano carte da gioco e qualche allegoria grafica di pregio, qui Alicia Keys e Jack White strillano nenie killer, mentre lo spettatore si pente di essere lì. Il titolo della canzone è: "Another way to die", ora sì che è tutto spiegato.
Esaurite le premesse di rito, miei signori, sono sul punto di elargire spoiler: chi volesse godersi il film con tutte le sue sorprese (...) non legga. D’altronde, sia qui che lì s'ignorerà malamente la trama, direi che si può anche correre il rischio.
Bond è quello sbagliato. Britannico per oscure congiunzioni astrali, il nuovo 007 non ha quell’eleganza smargiassa e incosciente che traspariva in Sean Connery e che faceva in fondo il personaggio di Bond. Piuttosto è un Robocop dai natali ceceni, che può sbattere e infilzarsi su qualsiasi corpo rovente contundente e tagliente, per tornare come nuovo, gli basta cambiare la camicia.
Come in Casino Royale, c’è anche Giancarlo Giannini nei panni di Mathis, che in quel film era cattivo, invece in questo si scopre che era buonissimo e diventa amico del cuore di Bond. Lo so, è una descrizione infantile e fumosa, ma chi ha delineato il personaggio era altrettanto infantile e sicuramente fumato.
Olga Kurylenko è Camille, la Bond Girl numero uno, molto ma molto più bella nel film che nelle locandine promozionali. Sembra la versione umana di Nadia de Il Mistero Della Pietra Azzurra, con qualche trascurabilissimo difetto rispetto all’anime: mantiene sempre la stessa espressione da bimbetta scocciata al saggio di nuoto sincronizzato, ostenta broncio perenne e accento straniero indefinito; se ne sta tutto il tempo imbambolata come una stecca, ogni tanto sottolinea la sua vendetta con quattro parole male assemblate.
A titolo informativo, c’è anche la Bond Girl numero due, tale Fields. La sua unica utilità è quella di andare a letto con Bond, poi viene uccisa e intinta come una pralina nel petrolio grezzo e fatta trovare all’agente nello stesso letto, unico posto dove l’avrebbe cercata. Indispensabile ai fini della storia come un ramo secco è utile a sostenere un’altalena.
Dominic Greene è il cattivo viscido, molto simile a un rospo, un gran talento per gli affari criminali e un gusto per festicciole ed eventi vari che me l’ha reso stimabile per un settimo di secondo. Accento francese da chef, mais oui.
M è il capo di Bond; in questo film non ha fatto altro che spalmarsi creme anti età mentre sgridava il suo agente preferito col vivavoce, cosicché, di quantum in quantum (ho i brividi per quanto sono spiritoso quest'oggi), appariva un tantino stanca del suo lavoro. Ha i capelli bianchi, ma non quel bianco montato a neve che fa tanto dolce nonna e fiabe davanti alla cioccolata calda, bensì quel bianco fata turchina e suoi primi centododici anni. Ogni dove ho letto che Judy Dench è stata superba in questo film. Risponderei: sì, brava è bravissima, ma in questo film non è che avesse un ruolo esorbitante la preparazione di un bagno caldo. Beh, certo, eccettuando il fatto che ha passato metà film a istigare l’agente più irascibile e violento che abbia mai avuto: «Ma come, non ti sei ancora vendicato della morte di Vesper?! Vendicati, vendicati!».
Ah però, che sottile psicologia.
Per quanto riguarda la storia, perdonatemi ma non ricordo più i dettagli, fuorché qualche perla meritevole che mi accingo ad illustrare.
Per il capitolo: a zonzo per l’Italia, vale la pena di ricordare (sorvolando l’esordio in cui i carabinieri pasticcioni rotolano giù per la cava con una camionetta) Siena, ove James ed M decidono di torturare un misterioso nemico mentre si svolge il palio. Sono così ben addestrati e capaci, che il signore in questione fugge nel bel mezzo della giostra, dando vita a un inseguimento molto colorato tra il pubblico. Essendo senza scrupoli, il malvagio fuggitivo si mette a sparare tra gli spettatori e uccide una donna. Questa cosa non importa a nessuno perché, poco dopo, nutriti gruppi di senesi muniti di bandierette corrono per le strade urlando «s’è vinto, s’è vinto!» con artefatto accento toscano, noncuranti del cadavere ancora caldo in piazza del Campo, che probabilmente sarà stato smaltito nell’umido senza troppe lacrime.
Bond e il cattivo si inseguono rovinando una città, abbattendo tegole con calzature inglesi e smembrando un edificio in restauro, dove si saggia l’invincibilità di bond con la sua pelle a maglia di ferro a prova di tutto.
A Talamone, invece, si imbastisce uno spaccato assai imbarazzante. Bond va a trovare Mathis, che vive in una bella casa con Lucrezia Lante della Rovere. Lo so, non ha senso ma è lei. Mentre i due parlano di cose così importanti che le ho dimenticate, lei si stende su un lettino di vimini a forma di foglia e li interrompe con una frase che pressappoco era questa «Mathis, ti prego vieni a spalmarmi la crema, che ho bisogno di sentire le tue mani sul mio corpo». Gelo e raccapriccio in sala. Per non rievocare tali sensazioni, esaurisco l’argomento Mathis dicendo che verrà sul serio smaltito nell’umido, nientemeno che dal suo amato amico Bond, che si giustifica con «A lui non importerebbe»; amico che gli prende anche cento euro dal portafogli e se ne va lasciandolo morto in mezzo alla spazzatura. Fa sempre meno ribrezzo della scena sulla foglia di vimini, so anche questo.
Per il capitolo: tutti gli americani guardano l’Opera in Austria, c’è un inseguimento bellissimo (credo sia l’unica parte del film che meriti davvero) al Teatro dell’Opera di Bregenz, nel bel mezzo della Tosca, ma solo dopo che i personaggi più crudeli del globo si sono riuniti per parlare di come rovinarlo, con il brillante espediente di parlarsi con piccole trasmittenti mentre fingono di guardare l’Opera. Wunderbar!
Per il capitolo: facciamo esplodere un po’ di Bolivia (o almeno credo che fosse la Bolivia), un enorme complesso edilizio salta in aria man mano che Bond e Camille ci corrono dentro. Lei finalmente ha la sua vendetta e fa la fragile per qualche secondo, così Bond-Robocop può salvarla e portarla fuori.
007 invece è più sottile: dopo un film intero in cui ha sparato un po’ a tutti con noncuranza, decide di fare il creativo, mollando il rospo in mezzo al deserto con una lattina di olio per motore, da bere in caso di necessità.
Il film si inoltra alle battute finali quando Bond porta a termine la sua tremenda vendetta, presentandosi a casa dell’algerino fascinoso che aveva intortato Vesper. Il nordafricano in questione si intrattiene con una nuova agente da prendere in giro e le ha già regalato un nodo d’amore come quello che aveva donato, nell'episodio precedente, alla bella annegata di Bond, il quale apre gli occhi alla nuova fiamma che se ne va ringraziando (sul serio, dice «grazie», raccatta il golfino e se ne va) e consegna il playboy della kasbah ai servizi segreti britannici.
Come può finire un film così...così.. così?! James Bond, dopo essersi tormentato per la sua donna morta per lui, dopo aver ucciso e picchiato per lei (mentre M aizza: «Ti sei vendicato? Eh? Eh?!») prende il nodo d’amore di Vesper, (l’unico ricordo che ha, ci tengo a precisare) e lo schiaffa nella neve.
Titoli di coda.
E poi si stupiscono che in quasi due ore di pellicola non dica neanche una volta: «Il mio nome è Bond... James Bond». E certo.. Non ci crede neanche lui!




