Quantum Of Sola

pensato da Jonlooker il domenica, 30 novembre 2008,22:12
Tre settimane di distanza sono troppe per parlare a caldo di Quantum Of Solace, l’ultimo residuo del fondo del barile Fleming, ma volevamo sprecare un titolo di post così frizzante e spiritoso? Oh, certo che no! Mi perdonerete, dunque, se ci spenderò ugualmente qualche parola.

Premettendo che il genere mi piace, devo dire che questo film è, tecnicamente, di una noia assassina. Già la sigla è la versione cantata del Prozac. In Casino Royale c’erano carte da gioco e qualche allegoria grafica di pregio, qui Alicia Keys e Jack White strillano nenie killer, mentre lo spettatore si pente di essere lì. Il titolo della canzone è: "Another way to die", ora sì che è tutto spiegato.

Esaurite le premesse di rito, miei signori, sono sul punto di elargire spoiler: chi volesse godersi il film con tutte le sue sorprese (...) non legga. D’altronde, sia qui che lì s'ignorerà malamente la trama, direi che si può anche correre il rischio.

Bond è quello sbagliato. Britannico per oscure congiunzioni astrali, il nuovo 007 non ha quell’eleganza smargiassa e incosciente che traspariva in Sean Connery e che faceva in fondo il personaggio di Bond. Piuttosto è un Robocop dai natali ceceni, che può sbattere e infilzarsi su qualsiasi corpo rovente contundente e tagliente, per tornare come nuovo, gli basta cambiare la camicia.


Come in Casino Royale, c’è anche Giancarlo Giannini nei panni di Mathis, che in quel film era cattivo, invece in questo si scopre che era buonissimo e diventa amico del cuore di Bond. Lo so, è una descrizione infantile e fumosa, ma chi ha delineato il personaggio era altrettanto infantile e sicuramente fumato.

Olga Kurylenko è Camille, la Bond Girl numero uno, molto ma molto più bella nel film che nelle locandine promozionali. Sembra la versione umana di Nadia de Il Mistero Della Pietra Azzurra, con qualche trascurabilissimo difetto rispetto all’anime: mantiene sempre la stessa espressione da bimbetta scocciata al saggio di nuoto sincronizzato, ostenta broncio perenne e accento straniero indefinito; se ne sta tutto il tempo imbambolata come una stecca, ogni tanto sottolinea la sua vendetta con quattro parole male assemblate.

A titolo informativo, c’è anche la Bond Girl numero due, tale Fields. La sua unica utilità è quella di andare a letto con Bond, poi viene uccisa e intinta come una pralina nel petrolio grezzo e fatta trovare all’agente nello stesso letto, unico posto dove l’avrebbe cercata. Indispensabile ai fini della storia come un ramo secco è utile a sostenere un’altalena.

Dominic Greene è il cattivo viscido, molto simile a un rospo, un gran talento per gli affari criminali e un gusto per festicciole ed eventi vari che me l’ha reso stimabile per un settimo di secondo. Accento francese da chef, mais oui.

M è il capo di Bond; in questo film non ha fatto altro che spalmarsi creme anti età mentre sgridava il suo agente preferito col vivavoce, cosicché, di quantum in quantum (ho i brividi per quanto sono spiritoso quest'oggi), appariva un tantino stanca del suo lavoro. Ha i capelli bianchi, ma non quel bianco montato a neve che fa tanto dolce nonna e fiabe davanti alla cioccolata calda, bensì quel bianco fata turchina e suoi primi centododici anni. Ogni dove ho letto che Judy Dench è stata superba in questo film. Risponderei: sì, brava è bravissima, ma in questo film non è che avesse un ruolo esorbitante la preparazione di un bagno caldo. Beh, certo, eccettuando il fatto che ha passato metà film a istigare l’agente più irascibile e violento che abbia mai avuto: «Ma come, non ti sei ancora vendicato della morte di Vesper?! Vendicati, vendicati!».
Ah però, che sottile psicologia.

Per quanto riguarda la storia, perdonatemi ma non ricordo più i dettagli, fuorché qualche perla meritevole che mi accingo ad illustrare.

Per il capitolo: a zonzo per l’Italia, vale la pena di ricordare (sorvolando l’esordio in cui i carabinieri pasticcioni rotolano giù per la cava con una camionetta) Siena, ove James ed M decidono di torturare un misterioso nemico mentre si svolge il palio. Sono così ben addestrati e capaci, che il signore in questione fugge nel bel mezzo della giostra, dando vita a un inseguimento molto colorato tra il pubblico. Essendo senza scrupoli, il malvagio fuggitivo si mette a sparare tra gli spettatori e uccide una donna. Questa cosa non importa a nessuno perché, poco dopo, nutriti gruppi di senesi muniti di bandierette corrono per le strade urlando «s’è vinto, s’è vinto!» con artefatto accento toscano, noncuranti del cadavere ancora caldo in piazza del Campo, che probabilmente sarà stato smaltito nell’umido senza troppe lacrime.
Bond e il cattivo si inseguono rovinando una città, abbattendo tegole con calzature inglesi e smembrando un edificio in restauro, dove si saggia l’invincibilità di bond con la sua pelle a maglia di ferro a prova di tutto.

A Talamone, invece, si imbastisce uno spaccato assai imbarazzante. Bond va a trovare Mathis, che vive in una bella casa con Lucrezia Lante della Rovere. Lo so, non ha senso ma è lei. Mentre i due parlano di cose così importanti che le ho dimenticate, lei si stende su un lettino di vimini a forma di foglia e li interrompe con una frase che pressappoco era questa «Mathis, ti prego vieni a spalmarmi la crema, che ho bisogno di sentire le tue mani sul mio corpo». Gelo e raccapriccio in sala. Per non rievocare tali sensazioni, esaurisco l’argomento Mathis dicendo che verrà sul serio smaltito nell’umido, nientemeno che dal suo amato amico Bond, che si giustifica con «A lui non importerebbe»; amico che gli prende anche cento euro dal portafogli e se ne va lasciandolo morto in mezzo alla spazzatura. Fa sempre meno ribrezzo della scena sulla foglia di vimini, so anche questo.
 
Per il capitolo: tutti gli americani guardano l’Opera in Austria, c’è un inseguimento bellissimo (credo sia l’unica parte del film che meriti davvero) al Teatro dell’Opera di Bregenz, nel bel mezzo della Tosca, ma solo dopo che i personaggi più crudeli del globo si sono riuniti per parlare di come rovinarlo, con il brillante espediente di parlarsi con piccole trasmittenti mentre fingono di guardare l’Opera. Wunderbar!

Per il capitolo: facciamo esplodere un po’ di Bolivia (o almeno credo che fosse la Bolivia), un enorme complesso edilizio salta in aria man mano che Bond e Camille ci corrono dentro. Lei finalmente ha la sua vendetta e fa la fragile per qualche secondo, così Bond-Robocop può salvarla e portarla fuori.
007 invece è più sottile: dopo un film intero in cui ha sparato un po’ a tutti con noncuranza, decide di fare il creativo, mollando il rospo in mezzo al deserto con una lattina di olio per motore, da bere in caso di necessità.

Il film si inoltra alle battute finali quando Bond porta a termine la sua tremenda vendetta, presentandosi a casa dell’algerino fascinoso che aveva intortato Vesper. Il nordafricano in questione si intrattiene con una nuova agente da prendere in giro e le ha già regalato un nodo d’amore come quello che aveva donato, nell'episodio precedente, alla bella annegata di Bond, il quale apre gli occhi alla nuova fiamma che se ne va ringraziando (sul serio, dice «grazie», raccatta il golfino e se ne va) e consegna il playboy della kasbah ai servizi segreti britannici.

Come può finire un film così...così.. così?! James Bond, dopo essersi tormentato per la sua donna morta per lui, dopo aver ucciso e picchiato per lei (mentre M aizza: «Ti sei vendicato? Eh? Eh?!») prende il nodo d’amore di Vesper, (l’unico ricordo che ha, ci tengo a precisare) e lo schiaffa nella neve.
Titoli di coda.

E poi si stupiscono che in quasi due ore di pellicola non dica neanche una volta: «Il mio nome è Bond... James Bond». E certo.. Non ci crede neanche lui!
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The Jonlooker Awards

pensato da Jonlooker il giovedì, 27 novembre 2008,21:34



Premio "Maschilismo Senza Frontiere"
Bialetti
Per la straordinaria equità nel trattare come oggetti le donne, a prescindere dall'etnia.

Premio "Come Veicolare I Messaggi Agli Adolescenti"
Mtv Mobile e il suo dannato orso maiale
Per l'encomiabile sforzo nel trasmettere contenuti di dignità e spessore ai giovani e sottovalutandoli grandemente rispetto agli altri Primati.

Premio "Sfacciataggine Allusiva" (e tutti i miei complimenti)
Baileys
Per aver superato sul filo di lana le complicate fantasie fruttifere della Müller, con l'ausilio di fasci di luce vagamente cilindrici e gocce lattiginose.






Ringrazio di cuore Heresiae per lo spot Bialetti.
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Il Tempo Scopre Ogni Cosa

pensato da Jonlooker il martedì, 25 novembre 2008,21:09
La novità dell’ultimo spot D&G Time sta principalmente nel fatto che non ci sono corpi unti che sgusciano tra le paillettes, la qualcosa mi permette di scriverci su qualcosa che vada oltre la riga di quaderno.

I due protagonisti, invero, sono incredibilmente vestiti; e non intendo in sottoveste o in mutande, ma con pantaloni, camicia.. quelle cose che ci mettiamo noi stolti, per intenderci.
Sorvegliati costantemente dall’occhio scrutatore delle telecamere di sicurezza, i due corrono per l’aeroporto e lui la strattona molto poco cavallerescamente. Ad un tratto, la ragazza urta qualcuno e la sua borsa cade in terra, rivelando tutto il suo contenuto, vale a dire un ammasso di patacche orrende dalle forme spaventevoli, travestite da orologi, collane ed altri monili, che dovrebbero essere usate solo per scacciare gli animali feroci. I due si chinano a raccoglierle a piene mani per rimetterle nella borsa, mentre lo spettatore è costretto a sorbirsi una musica di sottofondo che dovrebbe fare tanto controspionaggio, ma che invece mi ha fatto venire tanta sincera nostalgia per L’Ispettore Gadget, quando, grazie alla colta sigla, i bambini di allora conoscevano la parola “tempestivamente” e non “gotta catch ‘em all”.

A questo punto la mia ottusità mi impedisce di comprendere il loro comportamento, perché si mettono un po’ di orologi addosso e poi filano al controllo, li hanno rubati? Fatto sta che i due orologi al polso del ragazzo non passano inosservati al metal detector. Notare come non è che subito si vada a cercare l’orologio: la cosa più logica è farlo spogliare in modo da farlo restare, assai collaborativo, in mutande (ah, ora vi riconosco, pubblicitari di fiducia di D&G!) per poi trovare magicamente i corpi del reato (che reato? Girare lo spot, penso io) dove sono sempre stati.

Chiusura dello spot con una prova di recitazione da applauso: non saprei come altro esprimere la mia ammirazione per l’espressività del protagonista che, dopo due secondi abbondanti dallo smascheramento, lancia tacite maledizioni per essere stato scoperto, dando invece l’impressione di uno a cui è appena passato un cingolato sull’alluce.

Scemo come pochi, questo spot non solo ci informa che gli acquirenti medi non sono proprio a posto coi lumi, ma che gli orologi da loro indossati li hanno indotti a pensare che fossero di plastica o comunque privi di qualsiasi parte metallica.
O comunque che si sono parecchio vergognati di averli.
O che comunque, non c’è spot D&G senza generosa esposizione di mutande.
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La Grande Amica Ed Il Revisionismo Storico

pensato da Jonlooker il lunedì, 24 novembre 2008,08:57
Tutti ricorderete con tanto amore l'Amica per eccellenza, la seviziatrice di animali col berretto di lana.
Ebbene, contro l'affermazione che i ragazzini smembrino rettili indifesi, orde di animalisti assetati di sangue hanno protestato agguerriti, a tal punto da indurre la fanciulla a riflettere sul suo passato e a focalizzare meglio certi momenti della sua vita. A quanto ho capito, l'unico punctum dolens era questo, perché il fatto che i maschietti lancino sassate ad ogni vetro a portata di tiro sembra passato come assunto di base (io però non ne so molto; se un animalista agguerrito e vincitore ha voglia di spiegare che è successo di preciso, è il benvenuto).

Ad ogni modo, onde evitare polemiche di qualsiasi natura, s'è provveduto a riprogrammare i 33kb di cervello della signorina in modo del tutto diverso. Infatti, all'improvviso, i ricordi dell'intellettuale del circolo della carambola non si fanno solo più pacifici, ma vengono guarniti da una voce forzatamente annegata nel glucosio, una specie di sovrumano tentativo di apparire nostalgicamente commossa nel rimembrare passati sollazzi; niente più ringhio tracheale mentre pronuncia le parole «staccare la coda» o la soddisfazione che trasuda nel raccontare di aver detto le parolacce, ma mielosi gorgheggi mentre ci dona nuove, luccicanti stupidate.
 
Scambiarsi le figurine
. I vandali sadici si sono trasformati in teneri puffolosi che si scambiano le Figurine Panini. Come me la vedo, perfettamente inserita nel gruppo di scambio, mentre finge interesse: «cosa mi dai in cambio di Franco Baresi?».
 
Smontare la moto. I collezionisti di adesivi a tema sono diventati grandi e si danno a passatempi in cui servono nozioni di meccanica e ci si deve sporcare le mani. Ma non è che riparano la moto, cambiano i pezzi, la truccano. La smontano e basta. Ditemi voi che passatempo è.

Parlare da uomo a uomo. Sentite la differenza con la prima versione; adesso il suo ricordo in materia di comunicazione viene spiegato meglio, diciamo come se stesse fornendo delle indicazioni a uno scimpanzé: «Da-uomooo-a-uoomoo!».

Giocare a biliardo. Prima era solo una frase in mezzo all’elenco, ora, capite bene, sta letteralmente andando in estasi a ripensare a quanto era bello il biliardo. Che non si pensi a un sacrificio per la causa, lei alla bettola “All’Ergastolano Guercio” s’era genuinamente divertita.

Vedere un fuorigioco. Se giocare a biliardo suscitava tali squittii, non vi dico quale culto dionisiaco ci sia dietro alla visione di un fuorigioco. Un entusiasmo tardivo per cose che fino a una settimana fa enumerava con la noia sofferente di chi ha patito pizze colossali a beneficio della carriera accademica. Che poi, a ripensarci, non è che la visione di un fuorigioco sia un inno alla vita nemmeno per un tifoso sincero; non mi capita spesso di sentir dire «che schifo di derby, nove goal e neanche un fuorigioco».

Per avvalorare la tesi, ogni tanto imperversa un micro spot in cui sfila in biblioteca ribadendo di essere dalla parte degli uomini. Ma per studio, eh! Vediamo quanto ci mette a capire che un'affermazione esclude l'altra.

La riprogrammazione, in salsa buonista e annacquata, del cervello della nostra amica, placherà forse l’ira degli amici degli animali, ma non certo la perplessità che suscita la visione dell’insieme, con o senza lucertole. A mio avviso, lo spot resta una paccottiglia di deboli frasi mascherate da messaggio profondo sull’essenza innata delle donne cui è difficile dar peso, posto che non ne hanno.

E, a voler essere concreti, con tutto lo spazio vuoto nell’hard disk cerebrale della nostra amica versione post lobotomia, su un antivirus freeware si poteva farci un pensiero.
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Le Fette Della Svolta

pensato da Jonlooker il giovedì, 20 novembre 2008,21:22
Avete presente la sensazione di aver individuato un punto di rottura, una svolta? A me è capitato guardando questo spot. Fino ad allora, per quel che mi ricordi, la figura della “mamma” aveva sempre sotto controllo le situazioni: che si trattasse di merenda, minestra di verdure, cera per pavimenti, la regina della casa riusciva sempre a trovare un modo per, rispettivamente, nutrire con gusto, far trangugiare, far risplendere.

In questo spot della Kinder Fetta Al Latte, invece, non c’è traccia di quel sergente dal cuore gentile che educa il figlio da precettrice pluripremiata. Il figlio arriva già con una scia di spocchia, ragliando «Mamma, mamma! Ho fame!» La mamma, o per meglio dire la versione ammogliata di santa Maria Goretti, sta componendo un bouquet, attività tipica di ogni mamma che non sia intenta nel ricamo di fiori di loto su stole di seta davanti alla finestra, mentre ammira il paesaggio innevato e dice che sarebbe bello avere una figlia con la pelle bianca come la neve, le gote rosse come il sangue e i capelli neri come l’ebano (<j>state pronti a tutto, anche alle recensioni di favole</j>). Codesta pura madre, dicevo, ribatte timida: «ma non è ora di merenda..!» come a scusarsi del fatto che l’orologio biologico del figlio non corra preciso secondo le aspettative. Inaspettatamente, il bambino riesce a disarmare un argomento così granitico: «ma io ho fame!» perifrasi interessante dell’ormai abusato «e chissenefrega!», corredato da spallucce che in altri tempi significavano il lancio sicuro nella fossa dei leoni, ma che per Mamma Goretti sono l’irresistibile zuccheroso quid che serviva per precipitarsi verso il frigo e dargli una Fetta al Latte, con uno sguardo carico d’orgoglioso amore.

La voce narrante soccorre la compromessa credibilità genitoriale, cercando di convincerci che la signora cede in nome della nutrizione, della pastorizzazione del latte, del miele di montagna, della piramide degli alimenti, dello sviluppo psicofisico della progenie (lo stesso per cui siamo stati tutti cresciuti a Nutella, perciò ringrazio e porto a casa!). Non da ultimo, la garanzia migliore: «si conserva in frigo, come lo yogurt».
O come il lardo di Colonnata, ma non vado dicendo che con quello e un po’ di pan di Spagna un bambino crescerà sano.
Anche se.. vuoi mettere il nutrimento e il gusto?
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E’ Lo Spirito Che Conta

pensato da Jonlooker il martedì, 18 novembre 2008,22:23
Natale arriva sempre prima, ormai si sa. E siccome qui già a settembre vendevano gli addobbi, non vedo perché io debba essere da meno, anzi, sono già in ritardo e mi sento profondamente inadeguato.

Il mio contributo arriva dopo la visione dell’annuale spot di Natale della Coca-Cola, bevanda che, vi do un’informazione di cui non vi farete assolutamente niente, non berrei nemmeno se fosse l’ultimo liquido sulla terra. Il motivo è nobile e complesso, riassumibile però nella seguente espressione: bleah.

Lo spot, quest’anno, mi sembra molto, ma molto povero di quella magia che le schiere di pubblicitari ricreavano ogni anno allo scopo. Trenini, un Babbo Natale che sembrava quello vero e altri simili espedienti strappalucciconi funzionavano benissimo, secondo me.  E allora che cavolo è successo? Dov'è la tradizionale «magica armonia»?!

Per prima cosa, dimenticatevi la fabbrica dei doni di Babbo Natale, la Lapponia e gli elfi vestiti Dolce&Gabbana Underwear.
I tempi cambiano, da oggi c’è la Centrale Elettrica con contratto d’opera. Un operatore alla macchina con contratto precario sta lì seduto ad aspettare il Natale e non si accorge che è arrivato il momento di accendere la luminaria perché ha scorto, che so, i bambini con lo slittino o i pupazzi di neve col naso di carota. No, il segno inequivocabile dell’arrivo del Natale è la fila incolonnata di autoarticolati titanici, che da soli creano un traffico da Venezia-Mestre (chi sa di cosa parlo pianga con me). L’addetto agli interruttori si anima alla vista di cotanti pneumatici e lamiere e accende tutte le luci di Natale del mondo, giusto per ricordare che la ditta ha a cuore come sempre il destino dell’ambiente, ecco.
Ed ora, vi prego di guardare chi (cosa, dai) si accorge per primo che è Natale: un topo blu con una mazza lignea in mano, la storpiatura più ributtante e farlocca di Grattachecca e Fichetto che io abbia mai visto. E ditemi perché, a quale scopo si deve disegnare una robaccia del genere a presentare il Natale. Perché non Amy Winehouse, a questo punto (non so, cercavo un personaggio altrettanto antitetico al Natale e che in più intimorisse i bambini).
E che i miei colleghi biondi si rassegnino, non siamo più i meglio, dato che alla fanciulla dai capelli d’oro si palesa il Natale perché qualcuno ha attaccato il distributore di bibite alla presa di corrente. Ah, che fulgido acume.
Nel frattempo, da un’altezza che rende tutto assai inverosimile, dei mentecatti lanciano dal proprio aeroplano pacchi dono pesanti e spigolosi con paracadute ridicoli; doni per il carrozziere, credo, dato che cadranno, con ogni probabilità, sul tetto o sul cofano della mia -già discretamente vergognosa- auto.
Il resto dell’universo vede la parte della Terra dove si trova l’Italia, illuminata dall’annuncio dell’arrivo del Natale, in modo che anche gli extraterrestri vedano bene che uso disinvolto delle risorse energetiche facciamo qui.

In coda, il momento promozione. Ve lo ricordate quando, guardando con trepidazione sotto il tappo, si scopriva se si aveva vinto un peluche gigante a forma di orso polare? Credo che un anno vendessero anche i trenini giocattolo.. Strenne, insomma, meravigliose strenne.
Quest’anno, una bottiglia avvolta nel filo spinato luminoso sputa fuori il nuovo premio natalizio per eccellenza: addobbi della Coca-Cola.
E nel caso ve lo chiedeste, sì. Per questo Santo Natale c’è anche l’autoarticolato.

Così finalmente toglieremo il monopolio delle emissioni ai bambini cattivi e il loro maledetto carbone!
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CSI: Miami

pensato da Jonlooker il domenica, 16 novembre 2008,21:30
Come avevo da tanto tempo preventivato di fare, parlerò di CSI: Miami, il telefilm più seguito al mondo.
Lo sappiamo tutti che è inverosimile e pretenzioso, ma è anche così colorato e sfizioso che l’episodio passa velocemente. Ed è divertentissimo da commentare, non c'è bisogno di dirlo!
Come al solito, ho scelto di parlare di persone e avvenimenti in modo del tutto arbitrario, lo dico in modo che, se c’è (faccio un esempio per assurdo, eh) un’accanita fan della serie che vuole crocifiggermi, potrà farlo agevolmente, poiché tutti i fronti sono disponibili.

I personaggi

Ho scelto quelli che ritenevo più significativi.

Horatio Caine
Immaginate il folletto di San Patrizio, solo alto due metri. E che si veste a metà tra un bodyguard e il titolare di un’impresa di pompe funebri. Ha l’impulso irrefrenabile di adottare ogni delinquente/tossico/disadattato che gli ispiri simpatia, ha un figlio mariuolo e sfortunatissimo che sta in prigione e credo che ciò sia per lui una soddisfazione appagante.
Per guardare l’interlocutore, piega la testa come un allocco, solitamente per poi dire una frase d’effetto come «io non credo negli incidenti, signor Wolfe» senza mai togliersi quegli orridi occhiali da sole.

Calleigh Duquesne
Non lasciatevi ingannare dal fatto che il doppiaggio italiano le appioppi un vocione da centralinista erotica ultracinquantenne: in realtà la sua voce è quella di una cheerleader quindicenne alla terza vodka. Restando in tema, suo padre è alcolizzato: ciò spiega il perché sua figlia abbia un nome del genere -una persona sobria non gliel’avrebbe dato.
Nella prima stagione sfoggiava una capigliatura alla Raperonzolo, pian piano ha ridotto le lunghezze per non inciampare sui propri capelli mentre camminava. Tuttavia, continua a inquinare scene del crimine scuotendo la testa per riavviare la folta criniera. Esperta di balistica, gironzola ogni dove nei laboratori per fare domande inutili o raccontare quanto è brava a collegare il proiettile alla pistola che potrebbe averlo sparato.

Erik Delko
Personaggio dal decorso curioso; vi basti sapere che in una puntata gli sparano alla testa e l’ultimo fotogramma prima del buio ce lo regala con gli occhi sbarrati, mentre il lago di sangue si allarga sull’asfalto. Alla puntata successiva si scopre che non è per niente morto, ma il suo cervello è terribilmente compromesso. La puntata dopo il suo cervello gli fa solo inquinare le prove, ordine del giorno (per maggiori dettagli, leggere la voce "Valera"). Dalla puntata ancora dopo in poi tutto torna come prima e nessuno si ricorda che era morto (morto, vi dico! ).
Beh, escludendo quel giorno che ha risolto un caso grazie ai consigli del collega defunto.

Ryan Wolfe
Una specie di figliol prodigo, che viene pure licenziato e indagato perché gioca d’azzardo e finge di non conoscere i sospettati a cui realtà deve dei soldi, o qualcosa di simile (o tutto quanto appena detto più qualcosa di simile).
In realtà non è che faccia niente degno di nota, tant’è che pare sfottimento quando Horatio Caine lo chiama «signor Wolfe» sebbene l’abbia preso a cuore quei cinque minuti necessari a farlo rientrare nella squadra.

Natalia Boa Vista
Un fenomeno: si veste inguainata di tessuti fiorati pronti a rompersi, provati dal suo fisico giunonico. Per questo, quando si deve abbassare verso il pavimento a raccogliere prove, sembra che abbia il colpo della strega. Come Calleigh, spazzola vetrini e fialette con i suoi capelli fluenti e nessuno le dice niente. Ha l’autorizzazione a portare armi senza saper sparare, cosa, questa, miracolosa quasi quanto il fatto che Delko sia risorto. Alla sesta stagione si rende conto che è il caso di prendere lezioni (meglio tardi che mai, bella mia) e si disintegra una spalla con il rinculo.

Alex Woods
L’anatomopatologa, un personaggio fantastico. Immaginatevi una carneficina, con fontane di sangue, interiora che sbocciano sull’asfalto, facciamo un bel cadavere che zampilla da ogni arteria che conti. Lei arriva in bilico su tacchi vertiginosi, vestita con un tailleur Dior color ala di arcangelo e occhialoni da sole dello stesso stilista, con la sua valigetta che è in realtà un beauty metallico di Sephora. Si inginocchia, prende la testa mozzata che sta in una pozza di sangue poco lontano da dove sta il legittimo proprietario e le sussurra «E’ stata proprio una brutta giornata, non è vero tesoro?» Si rialza senza essersi minimamente sporcata e se ne va.
Ritornata all’obitorio, converserà con il morto per tutta la durata dell’autopsia, esclusi i momenti in cui Calleigh verrà a reclamare bossoli o a fare domande cretine.

Valera
Nel CSI di Las Vegas c’è un addetto per ogni cosa: uno ai file audio, uno all’analisi pezzi di carta, una per il veleno di serpente (sul serio, io me la ricordo, era una giapponesina tatuata), uno messo apposta per irritare Grissom; a Miami no, fa tutto Valera, che ricordo aver raggiunto un considerevole numero di reclami, azioni disciplinari e quant’altro perché bypassa le regole o si dimentica di compiere azioni fondamentali. Eppure è ancora là a mandare all’aria i casi.


La trama

Si costruisce generalmente sul seguente canovaccio:

C’è della gente (= Top Models e Bagnini di Riace) che, su modello Satiri e Baccanti, balla alla festa di un discografico e della sua moglie diciottenne in vestaglia leopardata. Musica cubana rappeggiante, flûte pieni e vuoti, tutti quelli che vogliono coprirsi stanno in costume da bagno. A un certo punto, passa un’auto nera, diciamo un’Escalade, da cui un braccio malandrino scarica un paio di caricatori di un’arma automatica. Tutti scappano urlando, ovviamente. Resta a terra solo la vittima, una ragazza in bikini che è stata colpita al petto e, nonostante l’abbondante silicone, è morta all’istante. Arriva zompettando la squadra di cui sopra, in formazione variabile; Horatio piega la testa di lato, il poliziotto accanto a lui dice una cosa come «Povera ragazza, così bella» e Horatio risponde con uscite tipo: «la morte non si cura della bellezza».

(Sigla con urlo disumano iniziale.)


La morta è a colloquio con Alex, arriva Calleigh dicendo che vuole il proiettile. Ovviamente Alex “stava giusto per estrarlo” e tira fuori una protesi al seno da cinque chili e col bisturi estrae il proiettile, lo mette in un Frigoverre e glielo porge, aggiungendo: «Ma c’è di più: il secondo proiettile è stato deviato e ha colpito la rotula». «La rotula? Intendi quella cosa tonda sul ginocchio?» Segue spiegazione che in confronto Esplorando Il Corpo Umano è la versione colta di New Scientist.

[Inframmezzo di musica lounge in cui tutti spennellano corrimani e fanno calchi di impronte, trovano preservativi negli angoli più remoti (di cui cercheranno riscontro nel database mondiale dei preservativi trovando una corrispondenza dopo otto secondi netti), champagne, una stanza segreta per il sadomaso e una museruola nella lavastoviglie.]

Intanto, in una sala interrogatori di gran lunga più luminosa del mio soggiorno, si prende una rosa di sospettati: un cubano sfregiato che fa parte di una banda, un riccone con gli anelli d’oro e la camicia fantasia, una modella che arrotonda facendo la prostituta per un membro del Congresso. Sono accumunati dal fatto che sono i primi tre con l’Escalade nera nella lista stampata da Natalia. Il cubano non sarà lui (questo per dirci che siamo stati cattivi a pensare male del primo ispanico sul tavolo), restano gli altri due, che possono averlo fatto insieme o separatamente, senz’altro per un motivo cretino (tipo «non mi ha restituito la mazza da golf che gli avevo prestato l’anno scorso», «quel costume al negozio l’avevo visto prima io», eccetera eccetera).

Horatio guarda il colpevole con la testa di lato, gli dice una frase sulla fugacità della vita e lo sbatte in galera. Se invece il colpevole è la ragazza, le dice «posso aiutarti a cambiare vita», le allunga il suo biglietto da visita, le assegna un vitalizio e le dà il suo cognome.
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Difendere I Colori

pensato da Jonlooker il venerdì, 14 novembre 2008,12:12
Benché i loro nomi e lo sfondo orribilmente giallo portino a pensare il contrario, i Luca e Paolo di cui parliamo oggi non arrivano da Camera Cafè, bensì dalle più recondite reminiscenze sui detersivi; ero convinto di averlo rimosso, ma il ricordo era lì, pronto da versare, riveduto e corretto, ahimè, da tutti gli anni che sono passati.

Nonostante la giovane età, i due hanno già il gravoso compito di difendere la maglia azzurra,  non sapendo di indossare una maglia fasulla, dato che è di un blu notte (ma notte notte) che non ricordo tipico della squadra azzurra, che non a caso non si chiama “blu”.

Ora che ho terminato questa acuta e brillante analisi psicocromatica, vi prego di soffermarvi sui due soggetti.

Noi, esperti rivoltatori di spot, sappiamo dal primo fotogramma chi è il vincente, lo sgamato. Potrà mai essere Paolo, il moretto bassino, morbidoso e palliduccio? Ma certo che no, visto che alla nostra destra impera Luca, il nordico Sigfrido in erba, con i capelli biondo spiga di grano volumizzati in barba alle leggi della fisica, che ha già imparato che le Lampados sono la via per un aspetto sano tutto l’anno. Ma andiamo avanti ugualmente per scoprire dove vanno a parare.
Essendo giocatori di calcio professionisti, i due compagni di squadra si riempiono di fango ed erba fino a ridursi come porcari. E’ il principio delle divergenze insanabili: la mamma di Paolo è costretta a lavare la maglia in acqua calda; quella di Luca, sotterraneamente intesa come più brava e furba (ad ogni modo, è sicuramente bionda) lava la maglia in acqua fredda con Ariel Bucato A Mano. La conseguenza sul piano fattuale è che i due vincono un mondiale dopo l’altro, ma i frequenti lavaggi rendono la maglia di Paolo più chiara e sbiadita (a nessuno importa che sia più simile a quella universalmente nota come maglia ufficiale), mentre quella di Luca rimane blu sciacquo di petroliera. Il risultato è che la coppa del mondo resta in mano all’esultante Luca, sempre più calato nelle sembianze del bambino della vecchia confezione Orzoro, mentre Paolo ha il morale sotto il livello del mare e non riesce a godersi la vittoria; d’altronde provate voi, a otto anni, a reggere lo spaventevole raffronto colore delle divise.
Son cose che tutti i bambini del mondo temono, avete presente? «Ti prego, mamma, lasciami una lucina accesa, che ho paura che venga un lavaggio in acqua calda a portarsi via i colori».
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Che Il Sapore Si Ribelli

pensato da Jonlooker il martedì, 11 novembre 2008,21:41
Non mi stancherò mai di esprimere la mia ammirazione per la Müller, brand perennemente carico di buone idee, raffinate specialmente. Stavolta, il buongusto che contraddistingue i suoi spot  si concentra sull’incolpevole ciliegia, che diventa, suo malgrado, oggetto dell’ennesimo spot porno-soft ai fermenti lattici.
Una donna seduta a terra, appoggiata ad una colonna di micro piastrelle (ottimo effetto toilette, davvero) prende una cucchiaiata di quello che dev’essere l’unico pasto della giornata, dato che entra in uno stato di estasi che dà da pensare. Nella sua pupilla assuefatta scorrono immagini di lei che trottola (ovviamente nuda, che ve lo dico a fare) davanti a una ciliegia gigante, seguita da unghie che affondano nella carne, sguardi vacui, ciliegie che rotolano negli incavi, capelli scompigliati..mancava solo lo stand della Durex.
Il corpo della donna, in posizione raccolta, si dipinge a guisa di un’enorme bocca (gran bell’effetto, tra l’altro, ma a che scopi) che divora ciliegie, perché «per un piacere così la bocca non basta», della serie che più allusivo di così si muore, tanto da insinuare il dubbio che la Müller si affidi agli stessi pubblicitari della Saratoga.

Ad ogni modo, in attesa di spot girati direttamente in un albergo a ore, suggerisco timidamente ai fantasiosi responsabili degli spot di guardare questo. So che è difficile da credere, ma lo stesso prodotto si vende anche altrove, nonostante non si ricorra a donne nude. E, se riuscirete ad andare fino in fondo con la visione nonostante la presenza di vestiti, deprimenti anziani e noiosi marmocchi, noterete che non è poi così male. Nessuno di loro circuisce il sapore e, detto con franchezza, sembrano tutti tanto più felici di quella che sarà pure in estasi, nei suoi rapporti promiscui con la frutta, ma che è il più delle volte ridicola, ad ogni modo asettica, comunque sempre sola.
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Modus Vivendi

pensato da Jonlooker il domenica, 09 novembre 2008,21:58
Grazie a YouTube, foriero di link, ho il piacere di parlare dei due nuovi spot della Renault Twingo, apprezzati da alcuni e ritenuti detestabili da molti altri.

Il primo spot ha come protagonista un ragazzetto che guida la sua auto nuova di zecca intrisa di coetanei. Si notino le cinture di sicurezza rosse per i due seduti davanti (sembra che viaggino con le borse a tracolla) mentre le sgallettate dietro si muovono liberamente allo stato brado, probabilmente grazie ad una considerazione del tipo: «Cioè.. la cintura non serve che la metti... tanto c’ho i vetri oscurati».
L’allegra compagnia si ferma, apparentemente per un semaforo rosso, proprio di fronte all’entrata di una discoteca, davanti alla quale si è formata una fila di Drag Queens che neanche al carnevale di Rio. Tra di esse, il giovane conducente riconosce il padre, che fa uno sguardo vergognatissimo e cerca di non farsi notare; quel mezzo secondo canonico per farci credere che il ragazzetto scoppierà a piangere o gli dirà una frase modello standard (di solito «da oggi per me sei morto», «tu non sei mio padre» e via discorrendo) e arriva la svolta inaspettata, ovvero la richiesta, gioiosa e amichevole, di essere messi in lista per il club.

Mi si dia del sentimentale, ma ci ho trovato del lirico.
Un padre che vorrebbe sotterrarsi perché il figlio tanto amato scopre la natura più intima del genitore, finora a fatica celata.
Quell’attimo di sospensione narrativa in cui si presume il disprezzo del ragazzo e nel contempo si saggiano il timore, la vergogna, la fragilità del padre.
E il sollievo sorridente della sdrammatizzazione, una piccola lezione per tutti quelli che si aspettavano grandi tragedie dalle circostanze.
Il claim “vivi il tuo tempo” funge da giusto sipario per uno spot che può essere letto sia semplicemente come un guizzo deficiente del pubblicitario, sia come delicato abbozzo di una vita ideale in cui un’anima di lustrini non ferisce per il modo in cui è, ma viene anzi accettata ed amata.
Punti di vista, insomma.

Orbene, a mio parere, i pubblicitari potevano fermarsi qui. E invece no.

Il secondo spot ha un soggetto che un occhio poco attento potrebbe accumunare al precedente, ma che assume significati meno positivamente definibili.
Una ragazza e sua madre, nella loro Twingo e fasciate dalle loro belle cinture di sicurezza rosse, si fermano a un semaforo. Istintivamente, si girano entrambe a curiosare il lato destro della strada, dove spicca l’ingresso di un night, il cui manifesto fotografico annuncia lo show imminente di una certa Lola, vestita solo di guanti bianchi e piuma di struzzo, che altri non è se non la ragazza nell’auto. Solito panico, che si rivela però ingiustificato: le frasi modello standard (nel caso di specie «da oggi per me sei morta» o «tu non sei mia figlia») sono saltate a piè pari, anzi sostituite con un orgoglioso: «ma come, hai trovato lavoro e non mi hai detto niente?».

Per quanto ne so io, un lavoro in cui ci si spoglia a pagamento non è proprio la favola che una madre sogna per la propria figlia. E, sempre a mio avviso, s’intende, la situazione non è comparabile a quella del primo soggetto: lì si parlava di identità non accettata, qui di un mestieraccio, possiamo dirlo senza essere presi per bacchettoni? E in questo caso, cosa sta a significare “vivi il tuo tempo”? E’ un consiglio, tipo “così fan tutte”? La signora, stavolta sì in perfetta linea coi tempi, quasi si stupisce che la figlia abbia trovato lavoro, non importa quale sia. Ma siccome hanno una bella Twingo nuova e un aspetto molto curato, Lola non sembra spinta dalla necessità quanto da una scelta deliberata. E’ qui che “vivi il tuo tempo” prende un senso diverso, di un buttarsi via, di una sovraesposizione che non giova alla dignità, lo penso senza moralismi.

La differenza tra i due spot, che sembrava insignificante, si rivela in realtà colossale.
Il padre Drag Queen, sotto i vestiti sgargianti, ha da offrire se stesso in quanto genitore.
Stoffa e cerone sono come muri da abbattere per chi voglia mostrarsi con sincerità (e con molti rischi) ai propri cari.

Lola, sotto le piume di struzzo, ha da offrire solo il corpo.
Quella poca stoffa che avrà da togliere sarà un mezzo rapido per un facile guadagno.
E nessuno, nemmeno la madre, è interessato a conoscere altro di lei.

Due modi profondamente diversi di vivere il proprio tempo. Forse troppo, per essere accumunati.
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