Produttività innanzitutto

scritto da Jonlooker il sabato, aprile 26,09:38

Mi sto perdendo troppe cose.

Per fortuna, grazie alla cortesia di un gentile anonimo e di Pietro, sono venuto a conoscenza del fatto che “le uova del nonno” sono diventate “le uova dei nonni”.

Accantonando la pur suggestiva ipotesi che tutto ciò sia una mossa del nemico per dare fastidio a me, rendendo il nome del mio blog obsoleto per i presenti e criptico per le nuove generazioni, resta quella (ben più probabile) per cui, grazie alle prese in giro di tutta Italia, s’è deciso di spiegare che non è che sia proprio il nonno ad accovacciarsi per fare le uova.

E come spiegarlo a noi imbecilli senza sconvolgere troppo la frase di partenza?
Semplice: da oggi in poi le uova sono “dei nonni”, si capisce subito così no? 

Quindi, per chi ancora fosse stato così gretto da malignare che il nonno altro non fosse che un’Ovaiola Livornese, ribadisco per l’ultima volta come davvero stanno le cose.

Per fare tutti quei biscotti non è verosimile che si ricorra ad un solo povero nonno, lo si intuisce; ed è per questo che si è optato per l’allevamento in batteria.

Più nonni, più uova!

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logica zero

scritto da Jonlooker il giovedì, aprile 17,19:46

Miei carissimi amici,

sono sempre nel pieno della mia tempesta, ma purtroppo non mi hanno ancora cavato gli occhi e ho potuto assistere a questo.

Affinché i pubblicitari non mi dicano che mi perdo l’essenza dell’elemento comunicativo, premetto di aver capito che il punto è che ad assaggiare il prodotto sembra Coca Cola e non la sua versione illusoria, per cui il gusto non si persuaderà nemmeno leggendo l’etichetta, eccetera. Ok, fin qua bravissimi.

Poi sfortunatamente inizia lo spot e si rovina l’atmosfera.

Togliamoci subito l’imbarazzo della location. Dove sono, nello spogliatoio di una palestra? Dall’asciugamano appena aggredito da una marmitta e il pallone da calcio Super Tele sullo sfondo, parrebbe di sì; e già viene da chiedersi quale mente criminale mette due lingue ad allumacarsi in un luogo così fetido, ma la domanda rimane a girare nel cervello, essendo esso instupidito dall’orrore che suscitano le suddette lingue.

Lingue bipedi, con piedi da elefanti e una coda (lingue con la coda, capite?!) che ho visto uguale in non so che serie di X-Files; lingue allevate dai piccioni in piazza Duomo a Milano, che viaggiano in coppia con atteggiamenti da adolescenti bisognosi di affetto e assumono Coca Cola (confortatemi, ditemi che la bottiglietta non è adagiata su un pezzo di sapone di Marsiglia, mentitemi se necessario); non si sa in che modo la assimilino, visto che gli altri pezzi del corpo sono ancora nelle docce. E menomale, perché i tre presenti bastano a confondere le idee.

Il vuoto caotico regna sovrano: le lingue sono due, l’occhio è uno e già questo non torna.

Ma, mentre l’occhio giustamente non può bere (le lingue della Tim Tribù ci sono arrivate da sole pur in assenza di cervello) i suoi amici rosa possono vederlo; ma allora ancor meno si spiega perché non vedano l’etichetta del prodotto. Ah, già… altrimenti questo teatro kafkiano non si consumerebbe.

Segue una rappresentazione allegorica nuova e rassicurante: i giocatori di Hockey, a Princeton grazie allo sport, che vessano il fondatore del Club di Scienze, che peggiora la sua situazione guardandosi le unghiette delle sue zampe di gallina con aria di sufficienza e trattandoli come succedanei delle scimmie, pugnalandoli con un accento inglese confezionato malissimo. Il battibecco è pretestuoso è senza senso: loro lo chiamano «fratello» e insistono su concetti irrilevanti, lui se le merita tutte perché non li lascia scannucciare in pace e fa domande e questioni che non importerebbero a nessuno, tantomeno a quei due cosi orrendi.

Ma tenendo conto del fatto che il tempo che avevo a disposizione per scrivere è scaduto, arriviamo al sodo: lo spot a me fa tanto schifo perché le lingue sembrano peni.

E se non siete d'accordo con me e sospettate che sia uscito di senno, vuol dire che non avete visto ancora il dito.

 

Grazie a tutti quelli che mi hanno scritto e a quelli che hanno pensato a me. Non sono riuscito a rispondere a tutti, il pc ultimamente è un amato straniero per me. Ma sto lottando e per ora sono in piedi.

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Stand by for a while

scritto da Jonlooker il venerdì, marzo 28,16:40

Ah, ragazzi, non è il momento di recensioni dissacranti, questo per me è un momento difficile in cui devo mettere a posto dei pezzi della mia vita e la mia testa è tutta impegnata lì.
Avrete già capito che non mi riferisco alla laurea, che procede benissimo per fortuna.
Terrò in ordine il blog, ogni tanto scriverò, questo è certo, ma molto molto meno.
L’ho sempre detto che la vita vera viene prima di tutto e adesso a maggior ragione, ma un po’ mi spiace.
Passate a dare un’occhiata ogni tanto, mi farà piacere.
Grazie davvero

 

j.

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and so this is christmas

scritto da Jonlooker il lunedì, marzo 24,09:51
Rafael Nadal è considerato uno dei migliori tennisti al mondo da chi se ne intende, cioè non da me che non ne capisco niente e uso la visione del tennis per conciliare il sonno.

Pertanto, questo ragazzo è probabilmente avvezzo a confrontarsi con avversari temibili e molto preparati; ecco perché esordire con «L’avversario più duro (parole scelte con cura, n.d.j.)? La forfora tenace» oltre a generare il solito disgusto, suona come un’affermazione un tantino esagerata. Cos’è, il primo distributore umano a scopo industriale di neve per bocce di vetro con la neve? In che condizioni è la sua vita sociale se la forfora è il suo avversario più duro?

Il dirigibile delle ovvietà continua a sorvolare i nostri cieli con la frase «Va via… Però torna»: eh sì, tra l’altro non ci sono più le mezze stagioni e con l’euro è raddoppiato il prezzo di ogni cosa, mi sembra che per oggi abbiamo detto tutto in materia di frasi inutili. Ah, quasi dimenticavo: mettete sempre la maglietta della salute.

Nel frattempo, Rafael Nadal combatte con grinta un avversario che non si vede, presumo lo sparapalle (la macchina eh, non la voce fuori campo) e si toglie la fascetta con un’espressione che non sono capace di decifrare: è umiliato dalla forfora, è stufo di stare lì, in realtà avrebbe voluto praticare il pattinaggio sul ghiaccio… Non c’è un senso per quella faccia da adolescente riottoso.

 
Prima o poi, però, si dovrà abbandonare questa bella immagine di sport per parlare del prodotto e l’aggancio è «E’ ora di dare il colpo decisivo»; il colpo decisivo è il ritorno del dirigibile di cui sopra che sgancia l’arma letale: si sta parlando de «l'attivo antiforfora più efficace al mondo», (perché non dell’universo), solo che io voglio i dati, gli studi, gli istogrammi a barre, le interviste ai campioni di consumatori; e invece no, a caratteri microscopici c’è scritto “nel mercato della grande distribuzione”; ma con questo parametro è facile che Axe sia il miglior deodorante del mondo e la Simmenthal (molto amata dal mio gatto, quindi state alla larga) la miglior carne del mondo e il Mac Donald’s il ristorante migliore del mondo e così via, si capisce subito che ciò non accadrà mai, piuttosto sgranocchio pietre calcaree.

Questo mentre siamo frastornati dall’animazione esplicativa, che dà sul serio il voltastomaco: una goccia di liquido arancio si tuffa in un campo coltivato a sebo, con i capelli dritti e fluttuanti (ma quanti cartoni animati, in cui la pulce abitava nel pelo del cane, avevano la stessa identica animazione? Il cane era sempre più pulito della testa di Nadal, però.) e pezzi di eternit schizzano verso il cielo. Realistico e tuttavia piacevole a vedersi, tra l’altro, un minuscolo agglomerato di seicento parole, che ci spiega in due millesimi di secondo in cosa consistano gli studi sull’efficacia. La scritta è anche bianca e con tutta quella forfora non è semplice prenderne visione.

Ora però bisogna mostrare come l’uso di questo shampoo al selenio (per formula transitiva, non escluderei affatto l’efficacia del purè, come antiforfora) abbia migliorato la vita sociale del campione, che si suppone sia l’unica di cui ci importi qualcosa; un branco di marmocchi cerca l’autografo e lui acconsente felice, con i capelli impazziti sulla faccia; vestito come ragazzino delle medie, ci regala la sua frase «Io pretendo il meglio, proprio come te» con la tecnica del doppiatore che finge di non parlare bene la lingua per renderci il tennista più simpatico (da provare su Raikkonen, magari funziona). Ma perché? Tanto non sta parlando in italiano, perché dobbiamo sentirlo biascicare come le star di Hollywood, che fanno le comparsate milionarie nei nostri tristissimi programmi solo per dire «Piace Italia, bela ragoaaazza»?

«Voi valete».

Spero abbastanza da capire quando ci prendono in giro, signor Nadal.

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Diciamo pure bravissima

scritto da Jonlooker il giovedì, marzo 20,16:53

Cultori di piccoli splendori, benvenuti; questo post è per voi e per i pochi che ancora non hanno avuto l’immenso piacere di godere della purezza di regia, della profondità dei personaggi di Fernovus Saratoga, spot ingiustamente sfornito di Oscar e di Nobel per la pace.

Vi prego di ammirare la scelta della musica; Ennio Morricone scompare di fronte a quest’opera sobria ed elegante, che ricorda molto quei film carichi di buoni sentimenti che sbocciavano sotto la generale ed evocativa dicitura “Penthouse”.

La location è chiaramente la villa di Lele Mora e a ben vedere anche gli ospiti sono piuttosto tipici di quel galantuomo. La scena è criptica e affascinante, sofisticatamente simbolica: una signora elegantemente vestita e una cameriera specializzata in addii al celibato spennellano un gazebo, o almeno questa è la conclusione a rigor di logica, perché se dovessimo fidarci dei nostri occhi, le due solerti restauratrici stanno ripassando di verde una gigantesca gabbia per esseri umani. Ma questa è la scelta del regista, il senso di straniamento, il contrasto tra la prigione che si intravede e l’aria di libertà su tutti i fronti delle signorine.
L’aspirante Rania di Giordania e la sorella di Jenna Jameson si divertono tantissimo insieme, spennellano su e giù ridacchiando, senza alcun dubbio per il grande sollievo di non dover carteggiare o stendere l’antiruggine. Mentre tuffano il pennello nel colore la voce fuori campo ci sussurra che «non cola»: il combinato di queste suggestioni, l’una visiva l’altra di varia natura che non sto a specificare ma basta un po’ di fantasia di quelle squallide, è uno dei momenti più squisiti dello spot, la massima tensione che si avverte e che avrà già fatto capire che la vernice forse non è l’argomento principale.

Arriva l’uomo della situazione, quello che nella realtà sarebbe stato col tutone bianco e il cappellino fatto col giornale a scartavetrare quella gabbia per scimmie, ma che qui si presenta rilassato e incuriosito, indossando la versione blu della vestaglia che Rocco Siffredi indossa quando parla di snack. Momento di riflessione del protagonista, rivelato dal gesto chiave della mano che si tocca il mento: «Cosa state facendo?» sottinteso: «mentre io sono due ore che vi aspetto di là come un cretino»; la donna che per scelte di regia assolutamente rivoluzionarie riveste il ruolo di moglie porcona, lo guarda come dire «povero sciocco rospo, se tu non avessi betoniere di soldi sarei già altrove con uno stripper di nome Santiago» ma la sua soave voce, allenata con anni e anni di 144 e 166, produce queste sagge parole «Sto verniciando: e Giovanna mi aiuta». Giovanna, nel frattempo, risplende come icona mistica nel suo sorriso innocente, una bambina che aiuta la mamma nelle faccende ed è tutta inorgoglita per la menzione.

Ma forse (è un colossal assai impegnativo, le interpretazioni sono molteplici) la frase della vernice e di Giovanna che aiuta ha un grado eccessivo di difficoltà per il protagonista, che ha bisogno di qualche secondo per pensare. Poi capisce quella che abbiamo già intuito essere la chiave di volta del film: in fondo in fondo, non si sta parlando di vernice.

Dimenticatevi scemenze da romanzetto Harmony come «Francamente me ne infischio» di Via col Vento, la nuova frase cult per le future generazioni è l’espressione di gioia fraterna tra creature che si vogliono bene, lo spontaneo «Brava Giovanna… Brava!» davanti al quale la destinataria si morde le dita lusingata (devo dire che il regista poteva essere più fine ancora: che so, panna spray). Lo sguardo complice e amorevole della padrona di casa rinforza la comunione nell’elegante trio, mentre l’ultimo colpo di pennello si occupa della serratura, la metafora delle metafore.

E resta la sensazione di inferiorità in noi poveri mortali, che ignoriamo i meccanismi della settima arte tanto da chiederci sempre, eternamente «Ma brava di che?!???»

Però vedete, il magico gioco di prestigio dell’alta regia ci ha dimostrato la vittoria della lettura in termini di straniamento e domande esistenziali, per il fatto che mentre noi ci chiediamo cose ovvie, della vernice non è fregato niente a nessuno!

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Restyling Criminale

scritto da Jonlooker il martedì, marzo 18,07:23
Stefano Gabbana, l’uomo che non tollera appunti in materia di cotolette servite nei suoi ristoranti, ha l’occhio di quello che si appresta ad affrontare una grande missione. Vestito come un parrucchiere in franchising, guarda schifato qualcosa al centro della scena.
Cosa sarà mai? Un critico gastronomico? Un paio di jeans senza la scritta D&G imperante sul didietro? Un paio di scarpe di Pittarello?

No, molto peggio: una Lancia Ardea del ’39, una roba vecchia, old fashion, buuu!

Forse non tutti lo sanno, ma marchingegni del genere sono oggetto di oscure sette, composte da personaggi che conservano gelosamente ferrivecchi, adoperandosi in raduni a scadenze più o meno regolari al fine di celebrare questo tipo di insulti all'evoluzione dello stile.

Per fortuna che è arrivato il signor Gabbana a mettere a posto le cose, a liberare il mondo da queste rognose amatissime auto d’epoca e a dare un tocco di sano pessimo gusto. Finalmente possiamo mettere a frutto le lezioni di Pilates, spacchiamola tutta!

Gabbana fa con l’auto quello che è solito fare con le stoffe: le dà una forma  accartocciata e raccapricciante. Nel farlo, lancia (ah ah, che umorismo sottile) ovunque capiti e con forza fisica quantomeno sospetta le morenti lamiere, andando a colpire due mostruosità lunghe e piene d’acqua che ospitano altrettanti fiori di plastica annegati, verde shocking (perché il verde è tornato di moda, eh, mica per altro), che continuano ad essere ripresi di tanto in tanto mentre giacciono intrappolati in cocci sanguinanti acqua, mentre tutto il resto della scena ha i colori tipici della luce spenta.

Il giustiziere dal fondotinta illuminante s’asciuga il sudore e si gode la sua meraviglia: una Ypsilon inutilmente bicolore -dipinta con i secchi di vernice rimasti ancora dalle Seicento Brush-, la cui gemella sfreccia solitaria in un tripudio di schitarrate rabbiose.

Il lavoro è compiuto, il Giustiziere della Notte Bianca si allontana dal suo capolavoro camminando a gambero, da bravo soldato nell'esercito del Generale Trash, perché giustamente non si fida e ha paura che lo aggredisca, poi scappa a gambe levate, scampando appena in tempo a un lugubre candelabro che  John Richmond aveva allentato dal soffitto poco prima del suo arrivo; già così è tentato omicidio, non parliamo quindi del reato più grave, cioè quello di produrre occhiali da sole a scapito della decenza, punito, come ricorda l'esempio emblematico di Roberto Cavalli, dai sei ai dodici anni come stilista preferito di Valeria Marini.

Il risultato di quest'opera è un campo di battaglia che reca il ricordo di terrificanti attimi passati e la prospettiva di simili accadimenti futuri:schegge, frammenti, rifiuti non riciclabili un po’ dappertutto, nero perpetuo inficiato a sprazzi da colori bruttissimi, senso di caos cosmico.

In buona sostanza, una qualsiasi collezione D&G primavera-estate, momento assai temuto, in cui qualche condottiero senza senno decide che i tempi sono maturi affinché un verde del genere torni di moda.

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Malinconicamente parlando

scritto da Jonlooker il venerdì, marzo 14,07:34
Coppole, accenti che nella realtà non esistono, marranzanu dove capita, granita come se fosse l’unico alimento in quei luoghi, rocce come ci fossero solo rocce, donne sempre vestite di nero, se sono giovani in pizzo, vedove perenni, limoni.

L’immagine che dà la televisione della Sicilia mi fa schifo.

Ecco perché plaudo a una ventata di freschezza, donata da Gran Soleil.
Ah, finalmente qualcosa di nuovo.

Attacchiamo coi bambini che salgono su per le rocce, che ricordiamo essere l’elemento geologico principe della Sicilia, verso il solito pasteggio luculliano in cortile, tufo dappertutto, pellicola sul seppia per dare quella bella immagine sempre attuale di anni cinquanta che è l’unica che conoscono.
 Il vecchio è in completo bianco, sta a tavola col cappello quindi dev’essere il capo, tant’è che col gesto della mano fa attaccare la banda, per la gioia dei commensali, fotomodelli misti tra centroeuropei e sudamericane, ogni tanto qualche macchietta presa da qualche telefilm perché insomma, siamo pur sempre in Sicilia, se non c’è l’omino panciuto ed irritante con i baffetti lo spettatore mi si stranisce.

Brava, la band, eh, sul serio. Marranzanu, chitarrina, coro di donne coi capelli tirati rigorosamente in secondo piano e vestite da sguattere-bambine dell’orfanotrofio in colonia. Il cantante, poi, ottimo elemento, sembra Beppe Fiorello con l’inedia; tracotanza che cola dal palco, braccia aperte tra il rapper fallito e caruso di quartiere, canzone che assicura alle casalinghe a casa che si è mangiata la pasta col pesto e che ora c’è bisogno del Gran Soleil, con relative istruzioni.

Il capofamiglia va servito per primo, mi raccomando, se no sarà molto deluso e ammazzerà tutti a colpi di mitra per dare l’esempio.
La macchietta imbrillantinata parla con il parroco, che c’è sempre la benedizione della Chiesa.
L’unica commensale dai tratti mediterranei rutta, si presume anche abbastanza forte perché il gran cantante riesce a sentirla con tutto quel casino e si profonde in inchini, lei gli fa la faccia come dire <<Eh beh? Qua si fa così>>.

Ma tanto l’importante è che il Gran Soleil lo mangino la modella meravigliosa e il suo fidanzato bavarese del catalogo Postalmarket, che non sono siciliani quindi forse il prodotto non è avvelenato e a mangiarlo non viene l’accento finto-catanese e si rimane belli. Lei ride, ride: quanto sono buffi questi meridionali, incredibile.

Chi concepisce spot del genere ha cervello e cultura pari a quelli che quando conoscono un siciliano gli dicono <<ma vaaaa? Sei siciliano? Non sembraaaaa!>>.
 E’ vero, non è mica facile distinguerli senza la lupara in mano, così non vale.

Ah, tra parentesi, questa limonata sputata in un blister FA SCHIFO.
E mi sa che nemmeno agli déi piacerebbe granché.


ps: è d’obbligo citare regulus21,che a scrivere in proposito c’ha pensato ben prima di me.
ps2: probabilmente nelle prossime settimane mi sentirete di meno; vorrei poter parlare di Carlà Brunì alla mia laurea e invece dovrò parlare di altra gente che ha detto cose, sarà meglio che mi documenti.
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Appunti sparsi tra il pranzo e la cena/6

scritto da Jonlooker il giovedì, marzo 13,08:33
  • Nei commenti, Franca mi chiedeva un'opinione sulla nuova pubblicità della Tim. Non so se parliamo della stessa cosa, ma penso si tratti del nuovo spot istituzionale con le masse di esseri umani che si piegano a conchiglia come un cellulare, anche in condizioni di tempo proibitive (diciamo che ho visto gente sguazzare nel fango a mo' di maiali). La musica, filastroccaccia demoniaca sull'alfabeto e i numeri ripetuta ossessivamente, farebbe uscire di senno un morto. Il claim leccapiedi recita pressappoco così: <<Dove gli altri vedono solo telefonini, noi vediamo molto di più>>. Io vedevo dei deficienti, pensa un po'.
  • Non si può dire che la ragazza dell'Opel Agila  non abbia spirito di inventiva. Quella che tutti siano incantati per quei rifiuti che ha usato per coprirsi, la capisco un po' meno. Ma "Flex in The City"... Come un porno di serie B (mi devono venire in mente quelli di serie A, ma questo è un altro discorso). Mi arrivano email di spam con proposizioni più delicate.
  • Questo l'ho trovato in rete, non l'ho mai visto in tv. Due cose mi vengono subito in mente: primo, a sentire lo spot c'è spazio per i sentimenti; bisogna vedere quali, perché la visione mi ha lasciato la sensazione sottile sottile che il padre volesse denigrare in modo subdolo il fidanzato dell'ex moglie. Secondo, mi sento tristissimo.
  • Fiesta Ferrero. Stiamo facendo una gara, tu sei il mio secondo solo perché sei il marito di mia sorella, tieni la cartina al contrario e hai il coraggio di dirmi che siccome a pranzo hai mangiato solo un panino mi stavi ammazzando? Secondo lo spot, un avvenimento simile implica pacche sulle spalle e simpatiche battute tra una Fiesta e l'altra. Spero di tutto cuore che alla prossima svolta ci sia una pattuglia con l'etilometro, che la storia del valore alterato per colpa della Fiesta comincia ad essere inflazionata e se ci va bene per un po' li tolgono di torno. Manco a dirlo, nessun rancore per il secondo pilota più incapace della storia. Io, per inciso, l'avrei fatto sbranare da un branco di orsi.
  • Ieri, via mail, Ma55imo mi illustrava il suo punto di vista circa una nota serie di spot: (...)sarà che anche io son portato come te a pensar male... ma un ottantenne che vive nel suo cascinale di campagna in mezzo al nulla con sessanta bambini (tra cui una odiosissima nipote) facendoli travestire, indossare piume e giocare oltre a posare attorno all'ottuagenario mi farebbe un po' preoccupare... la prima analogia che mi viene in mente è il parco divertimenti di Michael Jackson..(...)
    Posto che sono perfettamente d'accordo, (visti i tempi che corrono però; León di Besson è del '94 ed è un bellissimo film a parer mio, ma se fosse proposto oggi chissà che significati torbidi ci troverebbero) a questo punto, caro Ma55imo, vedo il tuo pollaiolo e rilancio di un vecchio che cucina insieme ai bambini pur non avendo mai bollito un uovo.
    Chi ne sa di poker ci dica chi vince tra un full di Francesco Amadori e uno di Giovanni Rana.
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La vedova nera

scritto da Jonlooker il mercoledì, marzo 12,07:21
Ma quanto ci mancava l’elfo del circolo polare artico?
A me tantissimo; a quanto ho visto anche a voi, anzi, grazie a quelli che mi hanno segnalato lo spot perché l'avevo completamente persa, la scena di una dominatrix per l’estremo saluto.

Ovviamente sto parlando della Lancia Musa Ecolection secondo Carlà Brunì, che ha scelto di prendersi una pausa dal canto e dai concerti per dedicarsi ad eventi più allegri e meno deprimenti: i funerali.

Stavolta senza chitarra (ma sempre senza borsa, come se fosse uscita di casa di corsa per una fuga di gas) siede sempre sul sedile posteriore della Musa, -composta mai, eh?- e controlla se la ceretta dopo una settimana tiene. L’auto è guidata da un autista del Ritz, dalla vitalità di un ospite fisso di Madame Tussauds e i guantini da gara, neanche stesse partecipando alla Lisbona-Dakar. Lei guarda fuori con aria sognante e appagata, d'altronde Cécilia l’ha sistemata la volta prima con l’ausilio di Satana e delle sue lingue di fuoco.

Attraversato un viale alberato, Carlà giunge nel luogo dove, apparentemente, sta per svolgersi una convention di amanti del fetish, tra i quali si riconosce facilmente Willy Wonka; scendendo dall’auto con in mano una rosa morente, la specializzanda in torture canore dimostra di non essere da meno e sfoggia una mise da Cappuccetto Rosso delle Tenebre e una frusta a nove code distribuita sulla schiena; rigorosamente senza scarpe (voi capite, le fughe di gas sono cose serie) raggiunge il gruppo dei Suiciders in quello che si scopre essere il luogo della sepoltura, purtroppo non della sua discografia, bensì di una limousine bianca: insomma, siamo alla fiera del buon gusto.

Cappuccetto Fosco lancia il suo fiore morto con il consueto schifo e l’atteggiamento di chi sta facendo un favore a tutti solo essendosi presentata; o la rosa che cade sull’auto bianca è un fiore diverso da quello marcio che s’è portata appresso, oppure Carla Bruni è Poison Ivy.

La cerimonia dura lo stesso tempo necessario allo sfoggio dell’intera estensione vocale della Brunì, cioè un nanosecondo. Lo chauffeur si riprende all’improvviso e se ne va senza di lei, o almeno così pare, dal momento che  tocca a noi sorbirci uno dei suoi sorrisi sinceri da sotto il cappuccetto.

Se al prossimo raduno di feticisti si potesse usare il tema, che so, faccio un esempio: del bavaglio, magari ci scappa l’occasione per non sentirla cantare.

Oppure, se siete d’accordo, facciamo una colletta, di modo da convincere a mezzo pecunia l’autista di cera a lasciarla lì, invece di ripassarla a prendere, la prossima volta.
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Breve storia di un fallimento

scritto da Jonlooker il martedì, marzo 11,07:04
Quando con i film ci hai provato, copione dopo copione, scegliendo dal mazzo completamente a caso, ma tutti si ricordano di te per essere stato insieme a Jennifer “vengo dal Bronx, c’è scritto anche sul mio ciondolo in platino” Lopez,
quando in ogni film la gente non si ricorda che personaggio facevi perché “quello biondo mi piaceva di più”,
è il momento di darsi alla vendita all’ingrosso di ortofrutta oppure, se proprio si è privi di senno, si gira uno spot per Axe , il deodorante da discotecaro che lascia dietro di sé una scia di pessimismo e di selvaggina. Ben Affleck, che non è avvezzo a un lavoro vero, ha scelto la seconda opzione, facendo leva sul sempreverde principio di vita: “Tanto, peggio di così…”

Ben si discosta dallo stereotipo del ragazzo americano vittima delle mode compensative del momento e scende dal suo Suv nero, alla salute di Al Gore. Va al supermercato e prende in mano una confezione; proprio mentre si sforza di ricordarsi come si fa a leggere in stampatello minuscolo, ecco che arriva una ragazza, una via di mezzo tra una cameriera di Hooters e Giovanna della Saratoga, che gli sorride. E qui arriva il primo momento Axe, il momento di ogni spot della serie che deve provare a tutti quanta strage di donne si può fare con uno spray da due soldi. Sì perché Ben ha il contadonne, il contasorrisi, il contaQUALCOSA, un oggetto che porta in tasca e ad ogni donna che non gli sputa in un occhio aggiunge un’unità. Fosse il classico “quante me ne sono portate a letto”, sarebbe sì squallido al cento per cento, ma almeno ci sarebbero dei parametri scientifici su cui basarsi. Qui si va sul vago inverosimile: la ragazza della lavanderia gli consegna una giacca e subito mano al clicker, una assatanata fa sconcerie con un ramo secco (e questa tacca gliela passerei), ma la ragazza che gli guarda i piedi (diciamo i piedi) non è che si stia strappando i capelli, ma lui clicca come se fosse il suo mestiere. Le ragazze che sorridono sui manifesti si contano? Di seguito sembra che Ben sia l’unico uomo del mondo, perché tutte le donne di un club (con delle pareti che vi raccomando) lo guardano lussuriose, anche quelle a cento metri di distanza, così da avvalorare la tesi che l’Axe potrebbe essere validamente usato come traccia olfattiva per i cani, qualora ci si trovasse sepolti da una valanga sotto cinque metri di neve.
Secondo momento Axe: “vantiamoci con il primo venuto delle nostre prodezze”, Ben non vedeva l’ora e s’imbatte nel classico ragazzo che consegna le pizze o sta alla cassa del discount.

103 la cifra che raccattano i suoi denti rifatti. 
2372 per il commesso dell’Eurospin, che vince sfacciatamente e ha pure la cortesia di non farglielo pesare.

Nemmeno in questo la gente si ricorderà di te, Benji quarto di bue.
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