Il Trasgressore Dichiara

pensato da Jonlooker il giovedì, 19 novembre 2009,22:50
E’ un periodaccio.
Sapete, quelli in cui va tutto storto, ecco.

Io non amo raccontare le mie sventure, perché questo non è un blog in cui ci si lagna della propria vita.

Ma la multa che ho preso oggi ve la devo assolutamente far vedere.

Non per il fatto che -siccome non mi importa niente della città in cui sto- non leggo gli sgrammaticati quotidiani locali. Sebbene ciò mi sia costato settantotto dannatissimi euro.

Ma per il fatto che la mia risposta alla domanda della vigilessa: «Ha qualcosa da dichiarare?» sia stata messa veramente a verbale.

Dichiaro Tanta Tristezza



Quando prendete una multa, se non avete la ragione dalla vostra parte, dichiarate qualcosa di scemo.
Loro lo mettono diligentemente a verbale e voi, dopo qualche ora (o qualche mese, dipende da quanto calcherete la mano con la battuta) una risata magari ve la fate.

commenti: commenti (19)(popup) | commenti (19)

Il Talento Dei Mocciosi

pensato da Jonlooker il domenica, 08 novembre 2009,21:13
Un momento da sprecare insieme parlando dei Baci Perugina.

Non entro nel merito del cioccolatino, che mi pare di fattura un po’ grossolana, appena passabile ma se me ne mettono davanti un vassoio lo svuoto.

Conoscete già, invece, il mio parere circa i messaggetti squallidissimi, appiccicosi di parole melense che me li fanno sempre andare di traverso.
Quelle frasi da diario delle ragazzine delle medie-primi anni di liceo, tipo “errare è umano, perdonare è divino”, precetti ampiamente derogabili nel caso in cui una compagna di classe avesse mai un cenno di avvicinamento nei confronti del fidanzato della scribacchina romantica.

Il nuovo spot dedicato al cioccolatino a forma di montagna mostra le disavventure di un ragazzo che, invece di dire le cose direttamente, usa modi eleganti e raffinati di comunicare i suoi pensieri.

La prima, fine dimostrazione di talento letterario l’abbiamo quando il malcapitato, con la scritta “MORDIMI” diligentemente scritta col rossetto sul suo petto bianchiccio e glabro, si apposta nella casa  della sua ragazza indossando i boxer più sfigati che abbia mai visto, una camicia da controllore dell’azienda trasporti che c’è qui da me e i calzini altezza polpaccio.

Uno così conciato dovrebbe aver scritto addosso “SPARAMI”.

Ma tranquilli, sarà lei a sparargli, quando si renderà conto che il rossetto usato era il suo preferito.
O non era il suo, chi può mai dirlo.

La fidanzata entra coi genitori e giustamente gli ride in faccia, sicuramente avrebbe riso allo stesso modo se fosse stata sola.

La seconda volta siamo meno gioco di ruolo erotico consigliato da Cioè e più romanzetto adolescenziale sgrammaticato, voilà uno che ha passato i venti che scrive banalità per terra come uno che non ha passato l’esame di terza media. Il servizio di pulizia strade rovina il suo capolavoro prima che la ragazza possa ammirarlo.

Tutto ciò è stata una premessa alla questione centrale dello spot: non sai come comunicare le tue puerili frasi d’amore alla tua bella? Non scrivertelo sulla panza, non imbrattare il suolo pubblico, manda la tua schifezza a uno che scrive come una dodicenne dalle velleità letterarie che sniffa trielina!

E chi può apprezzare una scritta demenziale schiaffata sul cemento?

Moccia. Proprio lui.
Uno che se ti chiedevi «Potranno mai peggiorare le frasi dei baci?» ti veniva in sogno facendo tintinnare i lucchetti di Ponte Milvio come il Fantasma del Natale Passato con progetti per il futuro.

In sostanza:si mandano le frasi a Moccia e lui sceglie “le migliori”. Mi chiedo con orrore cosa sia “migliore” per Moccia.
Pervaso da questo interrogativo, manderò quanto prima al Victor Hugo italiano (nel senso che anche lui scrive di miserabili) le frasi che ritengo moccianamente migliori:



Sei la mia malattia incurabbile

Me fai venì voglia de lavorà part-time pe’ vederte de più

Ho messo ‘na catenazza de lucchetti a Ponte Milvio che crolla er lampione ‘naltra volta.





Lo vedete quanto sono bravo, tre metri sopra Moccia!

commenti: commenti (33)(popup) | commenti (33)

Walker Texas Ranger

pensato da Jonlooker il domenica, 01 novembre 2009,21:00
Se c’è una cosa di cui tutti dovrebbero avere abbastanza, è Walker Texas Ranger.

Intanto, perché è uno di quei telefilm che occupa la sua fascia da troppo tempo, le pellicole delle prime serie sono così consumate che sembra di guardare Bonanza, ogni puntata è stata vista almeno due volte anche da chi non lo guarda.
Perché, fateci caso, per l’orario infido, a tutti capita di finirci su da tipo quindici anni.

Il secondo, valevole motivo per averne abbastanza è quella mania che ha preso a tutto il mondo di creare aforismi e freddure sulle sue presunte doti da superuomo, da “Non esiste la teoria dell'evoluzione, ma solo una lista di creature a cui Chuck Norris permette di vivere” a “Chuck Norris salta i fossi per lungo”.
No, veramente, basta. Basta calci rotanti che spostano l’asse terrestre o generano il Big Bang, per pietà.

Prima di affossare nel mio vasto dimenticatoio quanto appena esposto, mi permetto di illustrare, a chi non abbia mai goduto di questo capolavoro del preserale di Rete4, qualche notizia assolutamente inutile sul telefilm in questione.

L’attore che impersona il protagonista è il già citato Chuck Norris. Come tutte le volte in cui uno fa l’attore in una propria produzione, il suo personaggio è esageratamente eroico e/o soverchiamente idolatrato dai coprotagonisti.

E’ la legge di Hasselhof.

Già, David Hasselhof, il Mitch di quell’ottima esposizione di canotti da diporto che era Baywatch, il quale, a un’età in cui una persona con la dignità si ridimensiona, salvava fanciulle pettute con l’ausilio di una controfigura finanche per salire le scalette della vedetta e si esibiva in inframmezzi musicali in cui tutte le donne di Malibu sotto i venticinque gli si spolveravano addosso in costumi fluorescenti che a quei tempi probabilmente andavano; oggi li indossa Borat, per capirci.

Per la legge di Hasselhof, dicevamo, Norris interpreta un uomo coraggioso, bravo, buono, generoso, affascinante, giusto.. se le canta da solo, insomma - e non è un modo di dire. Quella sigla a infrasuoni che ci perseguita dal lontano 1993, in cui lui resta nella stessa posizione mentre alle sue spalle cambiano le stagioni o mentre salva bambini da esplosioni multiple, è cantata proprio da lui.
Impersonerebbe anche la sua fidanzata, se non avesse la barba.
Lui, intendo.

Cordell Walker è un Texas Ranger, che non è il RangerSmithSignore di Yoghi, quella guardia forestale sfigata in balìa di ursidi rivoltosi, bensì un tutore della legge texano, un pistolero munito di stelletta sceriffesca. E’ una specie di Odino americano, per di più assolutamente inespressivo, tanto che si può affermare con certezza che tiri più calci di quanto muova i muscoli facciali. Si intuiscono i sentimenti guardando le espressioni di quelli che stanno intorno a lui.

Inoltre, siccome Chuck Norris dice di essere un Cherokee, anche Walker lo è; così, di quando in quando, va nella riserva, si veste di cuoio a frange pettinato e ha visioni mistiche indotte dal vapore. Di solito, gli episodi con tale premessa si concludono con un anziano pellerossa con le trecce che, pur di non averlo più tra i piedi, decide che è arrivato il momento di ricongiungersi ai suoi antenati e va a morire di sete nel deserto.

Cordell soffre di una rabbia repressa che sfoga nei confronti di ogni malvivente che incontra, a volte sembra che vada apposta a pescarli nelle bettole per far rissa.
Presumibilmente preso da sensi di colpa, fonda periodicamente gruppi di preghiera, palestre di arti marziali in cui si pratica la non violenza (non lui, lui è giustificato, può sempre spaccare qualche cranio) e organizza campeggi per bambini disadattati.

James Trivette è il Ranger afroamericano che affianca il protagonista; a mio parere, esiste perché il Texas ha, grazie a qualche episodio indimenticabile di cretinaggine umana, un po’ la nomea di Stato razzista e in questo modo si è tentato di bilanciare le rappresentanze etniche dei protagonisti, per raggranellare uniformi consensi. Generalmente non formulo mai teorie di bassa lega come questa ma stavolta non mi do altra spiegazione.
Sì, perché se il Texas Ranger medio è indomito, sprezzante del pericolo, ottimo kickboxer e quant’altro, non si spiega come Trivette sia lì, essendo chiaramente più inetto del commissario Winchester. Quando si compone un momento di distensione nel telefilm, nove volte su dieci è perché lui ha detto una vaccata e si mette una melodia scherzosa suonata col fagotto. Chiunque lo incroci lo prende in giro. Una tristezza.

Per lo stesso motivo è stato creato il personaggio di Carlos, simpatico messicano dai boccoli d'ebano, che ha anch’egli dato prova d’essere sufficientemente maldestro. Walker lo usa in due occasioni: la prima, quando organizza uno di quei campeggi di cui vi parlavo, spedendolo insieme a bambini disagiati in posti che brulicano di orsi assassini, organizzazioni sovversive di paramilitari dipendenti dalle anfetamine e fuggitivi muniti di armi da taglio - il tutto proiettando inquietanti ombre sulla conoscenza del territorio da parte dei Ranger. Il secondo impiego di Carlos è spalla debole per Trent Malloy. Costui è il figlio che Walker non ha mai avuto, dedito alle arti marziali, essendo queste valevole mezzo di indottrinamento di bambini emarginati.
Immaginatevi decine di preziosi minuti persi a riprendere cinquanta infanti di età tra i sette e i quindici anni, in kimono, che spaccano mattoncini urlando una patetica frase di motivazione.

Uno ad uno.
Più Carlos.

La noia mortale si evita quando, Dio li benedica, arrivano gli amichetti dei bambini più disadattati di loro, che sparano a casaccio e ne feriscono uno.
Di qua la strada è una soltanto:
  1. non si sa chi sia il giovane attentatore
  2. la piccola vittima finisce in coma
  3. succede una cosa miracolosa per cui la vittima si sveglia da coma irreversibile tra cori di angeli gospel mentre Walker è presente (“il quarto segreto di Fatima era Chuck Norris” non l’ha inventata ancora nessuno? No?)
  4. la vittima, ancora con cannula nasale in loco, tossisce e indica il bambino colpevole mormorando: «io ti perdono!». Tutti piangono di commozione.

Alex Cahill è l’assistente del procuratore distrettuale ma potrebbe vivere benissimo girando il mondo esibendosi come “la donna più sfigata della Terra”. Ad ogni santa puntata, l’avvenente giurista viene rapita dal criminale di turno, o perché Walker l’ha arrestato (e il bruto decide di rapirla per abusare di lei), o perché durante l’udienza s’è segato le manette e si serve della poveretta come ostaggio (e, visto che c’è, decide rapirla per abusare di lei) o è completamente scoppiato (e decide di rapirla per abusare di lei).

Mia sorella puntualmente mi ricorda che Alex, al suo matrimonio ha ricevuto una pallottola in pieno petto; quando poi lei e Walker sono riusciti a sposarsi «sono saliti su un aereo e lì hanno avuto problemi perché uno voleva dirottare l’aereo o stupidaggini del genere».

Una volta in cui si trovava chiusa sigillata in una baita in mezzo alla foresta, presumo perché giù a Dallas si aggirasse un malvivente deciso a rapirla per abusare di lei, un enorme Grizzly indemoniato ha sfondato la porta (sì, non ha rotto la finestra, non ha grattato i basamenti, ha buttato giù la porta), immagino per rapirla e abusare di lei. Walker la trova sempre e impedisce alla fauna e alla flora di violare la sua bionda metà, come a dire che certe cose può farle solo lui.

Trovo che questo telefilm sia di un buonismo a volte grottesco e dal messaggio insanamente contraddittorio, ammettendo comunque, senza riserve, che la predica del sii pacifico sembri convincere il pubblico anche se il protagonista prende a calci pure gli idranti.
I personaggi sono tutti creati su modelli di lealtà posticci e poco credibili, a volte l’unico scopo sembra impartire una lezione sui valori pseudo religiosi che uno dovrebbe avere per essere ritenuto degno di nota, malamente mascherata da telefilm d’azione. Ragion per cui, da sempre, Walker Texas Ranger è ben riassumiblie nel calzante titolo alternativo: Settimo Cielo con le pistole.

commenti: commenti (23)(popup) | commenti (23)

Chi, Iddio, Lo Creò?

pensato da Jonlooker il venerdì, 16 ottobre 2009,18:59
Da più parti mi è stato proposto di occuparmi di questa calzedoniaggine qui.
E devo dire che non vedevo l’ora.

Oh, voi menti di pubblicitari, libere di vagare e prolificare senza un braccialetto elettronico che vi dia la scossa se uscite dal seminato del buongusto!
Voi, dicevo, siete un fallimento totale.

Il nuovo parto di queste pericolose entità è una rivisitazione del già abbastanza malconcio inno di Mameli; e sì, perché ci sono quelli che dicono che è antico e arretrato (in effetti un po’), quelli che, per togliersi il pensiero, non lo sanno direttamente e ci sono i calciatori della Nazionale, che cantano fuori tempo o boccheggiano a pesce per l’assoluto disinteresse riguardo al copricapo di un certo Scippo (che senso ha, giustamente: per lo scippo si usa il casco, mica l’elmo.)

Si parla di calze e, come tutti sanno, le donne hanno due tipi di rapporto con le calze: o le fanno, mentre gli uomini vanno a caccia di mammuth - o le indossano. Perciò, il bengala all’interno delle creative menti ha mutato il titolo (tralasciamo il fatto che in realtà sia “Il Canto degli Italiani”, per somma misericordia) da “Fratelli d’Italia” a “Sorelle d’Italia”. Geniacci.

C’è quella che si sveglia struscicando sul letto i piedi dalle unghie smaltate di grigio Padania e si mette i calzettoni di lana della Befana, sempre del colore più allegro a disposizione.
L’azione di questa ragazza è aprire una finestra e sorridere, perché -attenzione, potreste non cogliere appieno la squisitissima finezza- lei è Italia.. E «s’è desta».
Immagino che, a rimanere fedeli al testo, Italia farà una telefonata quanto prima.

Ma proseguiamo, è troppo divertente - «dell’ Aaelmo di Scipio [un po’ di dizione no eh] s’è cinta la testa»! E che facciamo, la mettiamo a fare l’ingegnere capo di un progetto importantissimo? Col cavolo: casco, leggings vergognosi e via, Babi sulla motorella di Step, andiamo dalla cumpa.
Che tragedia.
Il fatto che «L’Aquila d'Austria le penne ha perdute» non vuol dire che si debba incollarle alle donne italiane per trasformarle in galline di mocciana fattura.

Poi, in un tripudio di collant, c’è la bambina Vittoria che «porge la chioma». Questa è esilarante: nell’inno, la vittoria porge la chioma a Roma per farsela tagliare, poiché tale è l’umiliazione per gli schiavi, perciò questo momento coiffeur sul patio è una boiata stratosferica.
Difatti si incartano paurosamente, non sanno più come continuare: «“che schiava di Roma  Iddio la creò”.. Che c’entra, che è, chevvoddì?! Mettiamoci una neonata gioconda davanti al panorama romano, anche perché le baby prostitute [le schiave vere di oggi: articolo 600bis del codice penale, beceri] di sicuro c’hanno le calze smagliate, non va bene.»

In un momento di smarrimento totale, si sono tutti arresi e s’è incollata una pietosa fine:

«A Italia, Vittoria, Laura [spero che non abbiano fatto un parallelismo con il Lauro. Lo spero per loro], Francesca e a tutte le altre».

Eh beh, no, indignazione: non ce la si sbriga così, mancano elementi fondamentali.

Perché nessuno abbraccia Coorte?
Se siamo pronti alla Morte, perché non avete dato un paio di calzettoni o di autoreggenti anche a lei?

E, visto che s’è fatta ora di offrire da bere, arriva ‘sto sangue polacco o no? [1]

Di tutto ciò, resta soltanto la faccia tosta delle battute finali e la consueta consapevolezza che, se Calzedonia e gli altri continueranno con spot così penosi, il futuro è tutt’altro che rosa.




[1] ovviamente ho solo ripreso un verso dell’inno, niente contro gli amici polacchi, anzi: la vostra lingua mi piace e mi affascina molto, anche se la parlo malissimo. Ma ascolto WWO e Pięć Dwa DÄ™biec, se può contare

ps. Trovate
qui il testo integrale dell’inno.

pps. Avrei piacere ad aprire un tag che raccolga le pubblicità sui manifesti, sapete, quelle stupide, squallide, eccetera. Il tema è “E' questo il meglio che potete fare?”. Se trovate una pubblicità che, in qualunque modo, abbia attinenza, mandatemi (via mail) un link o speditemi una foto fatta da voi; non importa che sia eccelsa, basta che si leggano eventuali scritte.. non infima, insomma : se andrà bene, la pubblicherò molto volentieri.


commenti: commenti (36)(popup) | commenti (36)

E Quand’è, Esattamente, Che Minor Cessat?

pensato da Jonlooker il domenica, 04 ottobre 2009,21:00
Quest’oggi mi soffermerei sul nuovo spot della Tim (non sono io particolarmente accanito verso il brand, sono i suoi pubblicitari ad essere particolarmente inetti. Per sicurezza ho creato una tag).
 
Il motivo è presto detto: sembra la solita, innocua cretinata che fa sbellicare i decerebrati e gli amanti di Christian De Sica (in questa frase ho l’impressione di essermi ripetuto), invece contiene quel paio di elementi che me lo rendono boicottabile e odioso.

Per prima cosa, sono discretamente sconvolto dal fatto che si possa ideare una pubblicità in cui Belen Rodriguez impersoni una professoressa di latino. Non so se mi spiego, è come dire «Luca Giurato insegna dizione e grammatica», è l’allontanamento definitivo della credibilità dalla giurisdizione Tim.
Se insegnassi latino mi sentirei offeso e anche un po’ depresso.

La scenetta è originalissima: il genitore maiale, viscido e sessualmente represso di liceale va a colloquio con la professoressa di latino del figlio.

Il meglio del copione arriva subito, giacché la prima frase che sentiamo è: «Col professore di latino ce parlano le madri». Capiamo subito lo spessore della persona, tralasciando con pietà la qualità del suo italiano. Eh sì, infatti, parlare con gli insegnanti è una roba da donne, che c’entra lui a disbrigare faccende da gineceo? Un esempio di classe e uguaglianza.

Ovviamente, nessuno del Moige si è chiesto quanta considerazione si abbia del ruolo “donna in famiglia” con questa frase deficiente, perciò passiamo avanti, perché arriva sua Marchesa dell’Infinito Nulla, una che, non sapendo fare in definitiva un bel niente ma essendo assai di bell'aspetto e assai disponibile, è giustamente ospite, madrina e acclamata apparizione in ogni programma televisivo italiano che non sia un documentario storico. Beata meritocrazia.

Contro ogni dato fattuale, questo spot dovrebbe essere comico. Perciò, l’imbarazzo che aleggia quando De Sica dice «sono il pater di Carlo» e altre idiozie stratosferiche, andrebbe sostituito da risate grasse e frasi tipo «Anvedi sto De Sica, me fa morì», qualcosa del genere.

Si prosegue con squallidume da molestatore, inclusa richiesta del numero di telefono e una proposta indecente circa a un misterioso “latinizzare”, che presumo essere un’attività c.d. orizzontale. Belen la professoressa Rodriguez non lo caccia con una legittima spruzzata di spray anti-aggressione, ma si limita a scuotere la testa sorridendo, (immagino perché incapace di fare altro) a sottintendere che questa volta non ci sarà nessun do ut des.

Ora, tutto ciò non rende il personaggio simpatico e caciarone, illustra solo un uomo di una certa età che si rende ridicolo dando fastidio a una ragazza.
Il fatto che sia messo per fare ridere non eleva particolarmente la scena. Anzi.

Tristezza dilagante anche per l’ultimo scambio di battute, dato che prima si spendono elogi riguardo a un figlio «molto bravo in latino» (e qui ci si chiede allora che cavolo ci sia andato a parlare, il padre, se era molto bravo) poi però è una schiappa nella perifrastica. Ammettendo che la signorina abbia idea di cosa sia (ah ah ah ah ah! Ah! Mi sbellico.), non precisando se “attiva” o ”passiva” lascia intendere che il ragazzo faccia schifo in entrambe, come dire che uno è proprio bravo a giocare a tennis... solo che quella dannata pallina non la si riesce mai a beccare.
D’altronde non è che il latino sia conosciuto bene nemmeno da Belen che, nel successivo, indesiderato episodio pronuncia “Deus Ex Machina”, con l’espressione ma senti questa parola simpatica, chissà che cos’è; e ne ha ben donde, perché l’espressione deus ex machina non potrebbe essere inserita in questo spot in nessun modo, salvo che venga Piero Angela con una scure a mozzare la testa a entrambi e allora sì che tutto riprenderebbe la sua legittimità cosmica e noi avremmo un servizio per il pagamento di quel latrocinio chiamato canone.




[Avrei tanto voluto chiudere con “ignorantia neminem excusat” ma, da come va la televisione italiana oggi, temo che sarebbe meglio dire “praemio afficit”.]




commenti: commenti (66)(popup) | commenti (66)

Guess Who’s Back!

pensato da Jonlooker il giovedì, 24 settembre 2009,16:04
Conoscete Tony Kaye? E’ il regista di un film a mio parere molto significativo, American History X, che vi consiglio di guardare (lontani almeno otto miglia dai bambini).
Essendo un estimatore di questo suo interessante lavoro, quasi non ho creduto al fatto che il signor Kaye abbia diretto questo.
Perciò ci metteremo d’accordo sul fatto che si sia presentato a dirigere troncio di birra e peyote.

Lo spot della Liu Jo ha una caratteristica che esprimerò con i vocaboli più appropriati che ho trovato: fa schifo. Orrendamente schifo, è pietoso, brutto, di cattivo gusto, insensato.

Le protagoniste sono due modelle che si intrattengono sul ciglio della strada nella notte a Los Angeles.

Ciò che si può dire a livello estetico è che girano con una parrucca bionda riccia che sta loro malissimo e le fa sembrare dei manici di scopa vestiti da clown psicopatici. Indossano questi jeans che sono anonimi, bruttini (e, ho indagato, non proprio regalati, per quello che in sostanza sono) scoloriti ma che dovrebbero avere il magico dono di alzare delle brutte natiche e trasformarle in uno splendido posteriore.
Lo vedete da voi, sono dei noiosissimi jeans indossati da modelle, c’è da sentirsi presi in giro.
Immagino che vadano a ruba.

 La parte che riguarda l’intelletto delle due ragazze fa rimpiangere l’estetica. I due geni sculettano, si indicano a vicenda il sedere e ridono; lo stesso risultato si otteneva musicando il video di sorveglianza dello zoo nella gabbia dei macachi, (e con “musicando” non intendo distruggere il grande Nat King Cole, intendo musichetta da segreteria telefonica, Britney Spears, indifferente) senza mortificare nuovamente il genere femminile. Possibile che non si riesca a far fare alle donne niente di meglio che le ammattite facilotte?
Almeno non sono vestite da porno-felino a rotolarsi su una pedana per far da corredo in lattice a un gioco di carte che una volta era per famiglie - ma non c’è lo stesso da stare tanto allegri.

Se lo spot consistesse solo in queste pacche scemine, già sarebbe sufficientemente pietoso.
E invece ci becchiamo un aumento del ritmo delle medesime, urletti con inquadrature a tutta bocca per vagheggiare climax da fascia protetta e poi di nuovo a ridere, forti della loro intelligenza di celenterati.

Il claim è inspiegabile: “curves are back”. Immagino stiano parlando del rifacimento della strada a fianco, perché le modelle in questione sicuramente saranno molto belle (lo immagino, è che il buio e quelle parrucche me le fanno sembrare It), ma di curve neanche l’ombra.

La parte che riguarda il motivo per cui, nel cuore della notte, due ragazze in parrucca siano sul ciglio della strada mentre passano le auto non necessita di essere spiegata.

E l’unico messaggio che comunica questo desolante spot è che non sono le curve ad essere tornate, sono le opinioni sterotipate e la sottostima riguardo alle donne a non essere mai andate via.
commenti: commenti (25)(popup) | commenti (25)

Orsù, Bimbi, Tutti Qua: C’è Il Circo Giù In Città!

pensato da Jonlooker il lunedì, 14 settembre 2009,08:33
La telenovela della desolazione prosegue sublimando in assoluta scempiaggine, segno che i pubblicitari ingaggiati hanno definitivamente intrapreso la via dell’alcol.
Nasce così l’ultimo episodio, che noi tutti nell’universo conosciuto speriamo essere l’ultimo, ma mi sa tanto di no.

Sul canale di YouTube che è costretto ad ospitare la “band” lo spot viene descritto così:

«La nuova canzone finita, un'ospite a sorpresa e un finale romantico inaspettato.»

Essendo queste stentatissime frasi le linee guida fornite direttamente dagli stolti interessati, mi ci aggrapperò come un marinaio nella tempesta all’albero maestro, sperando di non annegare nel nero oceano della loro mediocrità.



Episodio VIII


Capitolo I
La nuova canzone finita

Ovvero «Paris Hilton in confronto è Aretha Franklin»

Alan, che senso ha che ve lo dica, parla. Ci dice che i sogni che inseguiamo a volte si avverano.
Io dico che, mentre scappavano da loro, i sogni non correvano abbastanza forte.

 Il pezzo che Marco, nell’episodio VII, desiderava comporre con tutte le sue lombricose forze è finalmente pronto, non si sa come.
Viene dapprima da chiedersi a chi l’abbiano rubato, dubbio che svanisce quando si sente la canzone: non l’hanno rubata a nessuno, si vede che è robaccia loro, un po’ la totalità della loro cultura - un rimestio di filastrocche da gioco interattivo Chicco e una sigla dei Pokémon.


Capitolo II
Un’ospite a sorpresa

Ovvero «Oh che grazioso, hanno portato un mulo! Ah, no.. è Valentina.»

Mentre i miracolati incidono il loro pezzo, avviene il repentino e inatteso peggioramento (inatteso perché, fino a quel momento, chi l’avrebbe mai detto che si sarebbe potuti cadere più in basso?). 
Vale a dire che una ragazza, con un bracciale che sembra il mazzo di chiavi arrugginite del giardiniere, è entrata indisturbata e ha messo le sue manacce sulla strumentazione e, con recitazione che se me lo domandavate io vi prestavo la mia gatta che è più dotata, dice «Ok, fermi un attimo». 
Ora, dopo aver a stento capito che non appartiene al genere Equus, apprendiamo che si tratta (ricordatevelo, non di un pony, ma:) di Valentina, proprio quella che aveva piantato senza un motivo palese (ma sicuramente logico, visto lo scaricato) quel triste elemento di Marco.
Entra come Wanda Osiris ed esclama artefatta: «manca ancora qualcosa (smorfia da redini, senza nitrito però)... Ricominciamo?»

Non smarritevi, la situazione è chiara: la carriera di Valentina come cantante è un fallimento schifoso, lei è sul lastrico e, invece di darsi all’ippica (ok, ok, questa era l’ultima battuta sui cavalli, promesso) ha deciso di attaccarsi come una sanguisuga alla band di quel poveretto che le muore dietro, così si autoinvita spudorata nella registrazione e inizia a cantare e -ma pensa te!- sa già le parole. Se andate a ritroso e fate la rassegna dei giocattoli/pupazzi parlanti che avevate all’asilo, scoprirete che, al 90%, fino ai cinque anni la sapevate anche voi.


Capitolo III
Un finale romantico inaspettato

Ovvero «Inaspettato è che non vi abbiano ancora inseguito tirandovi le pietre»

La band, che ormai vanta la presenza di cani e porci (o piuttosto ..no dai, avevo promesso: niente cavalli) grazie al metodo di assunzione “questa è la danza del serpente”, esce come un’orda di barbari infuriati urlando «Abbiamo il nostro pezzooo!» con un’isteria che imbarazza e spaventa.

Fiammetta corre ad avvinghiarsi ad Alan vaneggiando qualcosa su una presunta bellezza della loro canzoncina.
Lui, con una battuta ardita à la Happy Days riesce a baciarla con trasporto (diciamo così), mentre lei finge disperata attrazione fatale, ripetendo tra sé e sé «Coraggio, Fiammetta, finisce subito, poi vai a sciacquarti a casa con l’Amuchina»

Ci piace ricordarli così, nell’ultimo fermo immagine dello spot, ognuno con le sue tipiche pose.
Luca che salta nell’angolo, inutile e magro come se non gli dessero nemmeno i tozzi di pane; Marco che fa sempre facce ridicole in cerca di attenzioni, Alan che salta garrulo come un moccioso delle medie che ha vinto il torneo di Magic e Fiammetta che mostra le mutande.






Ringrazio la sempre attenta e presente Aladel per il link, smack*!

commenti: commenti (39)(popup) | commenti (39)

Mi Arrendo

pensato da Jonlooker il mercoledì, 09 settembre 2009,09:37
Siccome ogni tanto devo cerebralmente prendere una pausa dall’orrore televisivo che sono costretto a sorbirmi per scrivere qui e, non da ultimo, ho in serbo per lunedì il pezzo sul Trio Pagliacci, oggi posterò uno spot che non è mai stato trasmesso in Italia, per la semplice ragione che è servito a promuovere il lotto dello Stato di Washington.

Come tutte le volte in cui si deve chiedere un prestito o giocare d’azzardo, si fa leva sulla subdola richiesta, allo spettatore, di riflettere su quale vita potrebbe cambiare grazie a tutti quegli ipotetici soldi.

Ebbene, per rendere l’idea, hanno pensato di prendere degli uccelli che di natura non possono volare e di far fare loro un giro in deltaplano.
Non che li abbiano scaraventati giù dal crepaccio ghignando: «Teh, vola!», chiaramente, ma hanno imbragato a turno il pinguino, la gallina e lo struzzo e li hanno portati a vedere il mondo dalla prospettiva di un volatile.

Il risultato è la mia assoluta incapacità di sedare la lite tra i portavoce del mio Io:

La parte razionale analizza la situazione di fatto: è criminale prendere degli spauriti pennuti e portarli all’infarto per spingere degli esseri umani a giocare al lotto.

La parte sentimentale, quella che viene fuori giusto ogni tanto sapete -e comunque sempre per colpa di un animale, al massimo è successo una volta ancora con Roberto Giacobbo- vede lo spot in questi termini: non smetterò mai di trovarlo adorabile.
E mi si dica che sono stressati e che la gallina non farà mai più uova per lo shock ma io voglio credere che fossero felici.
Cioè, ma l’avete visto quanto è bello il pinguino tutto fiero e contento con l’imbrago e mentre fa flap flap con le alucce?!
commenti: commenti (30)(popup) | commenti (30)

L'Oro Di Kinder

pensato da Jonlooker il domenica, 06 settembre 2009,15:26
Ho colto la vostra insofferenza alla saccarina rovesciata generosamente dalla Ferrero in questi ultimi tempi, forse perché è un po’ anche la mia.
Chi di voi invece si ritrovi con la glicemia a livelli accettabili, certamente non ha ancora visto l’ultimo spot istituzionale Kinder-Ferrero e rimediamo subito, ché mal comune è mezzo gaudio.

Cotanto insopportabile tedio dura un minuto.
Un’eternità, veramente, sarà uno dei più lunghi e tormentati minuti della vostra vita.

L’espediente è il solito, banale, stravisto sfoggio di bambini che sono tanto belli (i rospi non mangiano Ferrero, vanno al Lidl) e che lasciano intravedere un futuro brillante come speranza per questo grigio mondo di oggi. Con quella voce narrante da uomo saggio e fascinoso abbracciato a una colonna sonora da libro Cuore con la pianola che viene da piantarsi i chiodi negli occhi, per alleviare il dolore.

Quanto ai bambini, presto detto.

Marco è l’esploratore di sogni, con abbigliamento da profanatore di tombe dei primi del Novecento, le lentiggini applicate con matita da trucco e due occhi scuri da scoiattolo infreddolito, che si emoziona in mansarda a guardare le planimetrie della casa prima del rifacimento dell'impianto idraulico.

Anna è una di quelle che parla coi vegetali e da grande si incatenerà da qualche parte contro il riscaldamento globale; va in giro con l’alberetto sotto il braccio come Mathilda in Leòn, poi lo pianta, è sempre sola e svanita.

Andrea «non vede il cielo lontano» semplicemente perché vive in un attico da cui si domina il mondo circostante e probabilmente suo padre gli lascerà in eredità la Ryanair.

I tre esprimono fanciullezza da tutti i pori mentre si atteggiano come top model consumate sull’auto d’epoca, mentre la patetica voce fuori campo si trascina sulle note dell’ennesimo pezzo tragico-nostalgico al pianoforte, per dirci cose che, tra l’altro, sono piuttosto cretine.

Loro di Kinder conoscono uno ad uno i nostri bambini, infatti ci spiegano che c’è il bambino viziato che se non gli piace tanto la colazione ti tira un calcio negli stinchi e si rifiuta di mangiare (lo scambiamo con un bimbo a caso del Darfur, sì?), c’è quella che a otto anno dice «Ma che cavolo mi dai, mamma, io bevo solo Karkadè, guarda che me ne vado di nuovo a digiunare sulla quercia»; e c’è quello che ha proprio quel bisogno dal profondo di andare a scuola con qualcosa di nutriente in tasca, perché in fondo è un po’ la preoccupazione tipica degli infanti in età prescolare.

A parer mio, l'elemento migliore dello spot è l’arroganza esagerata mascherata d’amore con cui ci informano che solo loro di Kinder possono nutrire i nostri bambini, perché si prendono cura di loro visto che li conoscono (vi sembrerà caotico ma è lo spot che non fa altro che ripeterlo a nastro: vi ho già detto che solo loro conoscono i nostri figli?). 

E mentre dicono questa baggianata così lusinghiera nei confronti delle mamme, un finto controllore di qualità o simili passa a tirare su i fazzolettini sotto i quali sono adagiate le merendine.
E qui avete toppato alla grande, perché magari conoscete pure i nostri figli (e bisogna vedere come mai così bene: li inseguite travestiti da cespuglio, li spiate mentre giocano in soffitta? Perché se ci pensate è una cosa un po’ malata), ma non conoscete mezza norma d’igiene, perché questo se ne sta a sollevare Kleenex come una damina di porcellana francese del Settecento, senza guanti, senza mascherina e fissa i Kinder Brioss come uno stupido, il tutto dopo aver maneggiato un giocattolo che Andrea ha messo a contatto con i luoghi più lerci di Manhattan.

Ora, senza alcun intento polemico.
Ma un panino di cotto. …Perché no?!
commenti: commenti (33)(popup) | commenti (33)

Pronti Per Un Altro Giro?

pensato da Jonlooker il mercoledì, 02 settembre 2009,20:11
Sebbene il grande quesito dell’umanità sull’Omino Bianco sia sempre stato l’arcinoto interrogativo sul perché diavolo si chiami "bianco" se è più nero di Batman, tale primato è stato recentemente ridotto in polvere dalla seguente domanda: come mai la capace e furbissima mamma dell’Omino Bianco 100 Più (se qualcuno trova un link sarà il benvenuto!), che prima compra due coni stravanatti con mezzo chilo di gelato a ciascuno dei figli e poi li adagia senza rimorsi sui sedili delle montagne russe, non è stata visitata da un medico bravo o almeno almeno linciata dal resto degli avventori di Gardaland?

Inutile dirlo, lo spot non ha senso.
Lasciamo stare il fatto che si macchieranno, eh. Quello se lo meritano.
Ciò che in primis non si capisce è che giostraio alcolizzato li abbia lasciati salire in quelle condizioni, seguito dalla ancor più cupa considerazione che solo una madre particolarmente sadica si premurerebbe di nutrire i figli appena prima di metterli su una montagna russa, il generatore di antiperistalsi per definizione (insieme alle canzoni di Gigi D’Alessio, naturalmente).
Il gelato è l’ultima cosa di cui si preoccuperanno quelli seduti dietro.

La signora  è eco-insostenibile (il fatto che le macchie si lavino via è sufficiente, poco importa quanti litri di acqua e detersivo serviranno) e ciò deriva direttamente dalla sua inquietante misofobia, oltre a quella ridicola mania che ha di portarsi in giro una confezione di additivo che le dia consigli su quali materiali possono allordare i figli (cosa che, per mia esperienza personale con gli smacchiatori, equivale più o meno ad affidarsi al libro delle risposte).

Bel sistema, comunque, comodo:

«Mamma, possiamo giocare a rincorrerci con la motosega a catena accesa?»
«Mmm, ‘spetta che guardo: cioccolato, fragola, rossetto, dov’è il sangue..sangue.. sì, il sangue c’è, divertitevi, ma non allontanatevi!»

commenti: commenti (42)(popup) | commenti (42)