Beata Gioventù Senza Pensieri E Senza Rimpianti

pensato da Jonlooker il venerdì, 03 luglio 2009,11:28
Tipo che al momento sono così oberato che non riesco nemmeno a guardare le mail.
Sorry, qualche giorno e dovrei combinare un post su uno spot ("post su uno spot", dimmi te come scrivo, ho inventato lo zio malato del palindromo), nel frattempo i soliti sprazzi di vita vera.

Colgo l’occasione per dire

a quel pazzo/strafatto che due notti fa mi ha fatto perdere due semafori a causa della sua svitata performance dell’uomo splendido che perché camminare sul marciapiede se posso definitivamente annodare i nervi di qualcuno camminandogli incontro come se fossimo tutti a una sfilata e che ha cercato di tirare su rissa perché ho osato sbirluccicare i fari un paio di volte

che son due giorni che mi pento amaramente di non averlo stirato senza pietà.

Non credo che sappia leggere. Magari diteglielo.
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Nicole In India

pensato da Jonlooker il lunedì, 22 giugno 2009,18:22




Dopo aver recentemente visto, in Belgio, manifesti luminosi in cui Nicole Kidman rifulgeva in tutto il suo Photoshop, ho scoperto che la Schweppes da lei sponsorizzata è arrivata anche qui.

Orbene, quello che fanno vedere a noi è questo: l’attrice, vestita color cipria e su sfondo esotico, entra nella location primaria (notare cosa ci si inventa quando non si sa se dire edificio, patio, cortile, bottega delle spezie o cameretta delle perversioni dell’emiro) sfilandosi il vestito e marciando presta in direzione di uno che pensa di aver fatto centro e le si avvicina con interessate intenzioni; tuttavia, nella sconcerto di noi spettatori (ah-ah..), Nicole non ci pensa nemmeno a circuire Sandokan Belle Sopracciglia: mentre lui ci rimane malissimissimo (durante la visione, potrete ammirare distintamente il momento in cui il suo povero cuore si polverizza in curry), lei corre verso il frigo, prende una Schweppes e se la sgargarazza da cima a fondo con stile non esattamente principesco, poi lo guarda con il sarcasmo dei potenti con le formiche e gli dice «ehi, che ti aspettavi?»

[da noi tradotto con «ehi, che vi aspettavate?» ; ciò cambia un po’ il senso rispetto alla traduzione che, viste le circostanze, avrei dato io, ma è ben possibile. Ovviamente, me ne frego dei sottotitoli e rimango della mia idea originaria, cioè che la Kidman si stesse rivolgendo allo zerbino di turno. Ad ogni modo:]

Quanto lui quanto noi potremmo obiettare che una che entra ammiccante spogliandosi e poi ridacchia divertita, perché noi ingenuotti non avevamo capito che voleva solo bere, non merita esattamente un cinque per la simpatia.

Piuttosto strano che la nostra abbia recitato in uno spot così privo di fronzoli e anche un po’ banale, no? Infatti, non a caso, presentando lo spot, ho detto che è quello che fanno vedere a noi.

La versione integrale, per la cui realizzazione dobbiamo incolpare Ridley Scott, è più pomposa, un’insana e sperperata accozzaglia di micro sessioni oppiacee slegate e assolutamente inutili - insomma, tutto fatto su misura per l’adorabile Nicole.

Il delirio si apre con una danza apparentemente insensata: tante donne indiane, riccamente vestite, ballano intorno a un diafano fantasma in un ondeggiamento santificatore, toh, guarda, c’è anche Rubina Ali, chissà perché. Ingaggiata, mi auguro; ditemi che non l’avete comprata, vi prego.

E chi è l’affascinante spirito con il veletto pizzettato da Madonnina? Ma è lei, Nicole Kidman, sempre avvolta affettuosamente al suo cadavere di struzzo.
Tra le due scocca quest’amore tipo bambina che finalmente ha incontrato Barbie e sono la tua zia di porcellana, adesso ti rapisco e ti tengo con me, così posso metterti quei bei vestitini vittoriani, che dopo che Tom se n’è andato non ho nessuno della stessa taglia a cui metterli.

La strana coppia (però sono tanto carine, loro, mannaggia) scende la gradinata e arriva al porticciolo da dove, non sapremo mai perché, s’ha da salpare. Segue momento di amorevoli e reciproche manate in faccia, con quelle carezze all’australiano volto, ah ma zia accidenti se sei fredda - beh è marmo di Carrara, piccina mia.

Al suono di una musica che alla quinta volta ho trovato irritantissima, gagliardamente invelata col centrino della prozia defunta, Nicole viaggia, apparentemente sola, in un’imbarcazione illuminata a lampadine, un peschereccio glam in cui lei si crogiola in tutta la sua beltà, resuscitata dai ventilatori. Nemmeno scesa a terra, già punta ammaliata il suo uomo (attore indiano famoso, Arjun Rampal, bistrattato e ignorato come Rodrigo Santoro nello spot Chanel), che la aspetta girellando tra le torri del castello dei divertimenti del rajah, vestito con l’ottimo gusto di chi sotto la giacca ha una maglietta della salute di Intimissimi.

Dopo l'ormai già noto scherzo “ora ti salto addosso - eh, no, scherzavo, ah ah che ridere!”, Nicole barcolla (no, sul serio, barcolla, perché?!) verso la sua Schweppes, la ingurgita, dopo di che un nano nell’armadio fa il versaccio al posto suo, giacché siamo davanti al fuori sincro più scandaloso della storia - e sì che Enrique Inglesias ne ha fatti di concerti in playback.

Segue il momento imbarazzante in cui scandisce le parole come se prima della danza iniziale avesse aspirato tutto l’incenso del Panjab, ammiriamo ancora l’istante in cui Nicole si piega letteralmente dal ridere per aver umiliato il gramo partner illuso, che non deve sorbirsi solo le sue prese in giro ma anche quelle della bambina, che deve aver seguito la Kidman nascondendosi nel peschereccio e ha assistito a tutto il finto approccio con gustose risate.




Ridley Scott, La perdono solo perché ha fatto Il Gladiatore.









Nota: A titolo informativo, segnalo che anche il dr. House ha dato il meglio di sé per la Schweppes.



 
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Appunti Sparsi Tra Il Pranzo E La Cena/7

pensato da Jonlooker il mercoledì, 17 giugno 2009,11:59
♦ L’album delle censurette inutili si pregia di un nuovo elemento, lo spot del Cornetto Love Chocolate, in cui un gruppo di ragazzi prende in giro un certo tipo di manifestazioni d’affetto più o meno plateali, che potremmo catalogare sotto “oltremodo sdolcinate”.
Uno di loro dice «Se mi vedete fare una cosa del genere, fermatemi». Se non che, il ragazzo sembra dire chiaramente «beat me» (picchiatemi) non «stop me». Assurdo, se ci pensate: è come dire «adesso fermo un taxi» e tirare fuori il lanciagranate.
Tesi confermata dal fatto che, quando porta un gigante orso di pezza impiccato alla fidanzata o le canta ballate al night o le dona il ricavato delle razzie al giardino della nonna, il malcapitato viene assalito, placcato, schiaffeggiato, preso a pugni e ad allegre pallonate.

Qual è il senso di voler eliminare l’affermazione «picchiatemi», avrebbe incitato alla violenza i ragazzini? Già me li vedo, a buttare Grand Theft Auto nella spazzatura e uscire di casa a picchiare gli amichetti innamorati. E se fosse questo il motivo, è ben inutile se poi si vedono chiaramente ganci destri e manrovesci. Doppiamente inutile, per chi spende duecento euro a portare i propri figli a vedere il wrestling, possa bruciare all’inferno chi l’ha inventato. Anzi no: che possa essere fermato.

Non so che male potesse fare quella frase; so invece che, a causa della sua sostituzione con una che non c’entrava molto, il parlato e le immagini soffrono di carenza di reciproca pertinenza, rovinando uno spot che già di per sé non era il migliore di tutti i tempi.
Prima di consigliarmi di non aver paura di mostrare il mio amore, potrebbero pensare loro a non aver paura a difendere le proprie scelte creative.


♦ Una volta per tutte, Ezio Greggio non fa ridere. Mai. Ancor meno quando si cimenta negli spot Tiscali. L’ultimo fa accapponare la pelle: è tutto un buttare lì, un trionfo di freddure che in confronto La Settimana Enigmistica è il diario segreto di Woody Allen.


♦ Speravo di aver smesso di aver a che fare con la Müller, invece il peggio supera se stesso con un triplo salto mortale e nasce questo spot, in cui un uomo dalla faccia da schiaffi e circondato dal bianco vuole vedere se leccare gocce di yogurt provocherà in lui la stessa sindrome di Stendhal che domina la moglie. Orbene, accade un po’ quello che succede alla Bestia nel finale, solo in versione miserabile. L’uomo si trasforma in donna (e anche piuttosto inquietante, con quelle ciglia prensili), perché a mangiare Müller «scopri sensi che non sapevi di avere» - organi, si dice organi.

Preso da ingestibili sentimenti, l’uomo esce dalla fase critica e comunica le sue visioni alla moglie, che gli solleva il volto con la mano e lo guarda con quell’aria tra “ora sai quello che provo ogni volta che faccio merenda” e “mi sei sempre sembrato un po’ effeminato”.
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Tim – La Trilogia

pensato da Jonlooker il domenica, 14 giugno 2009,10:10
Da quando ha infestato il nostro Paese con i telefonini per tutti, la Tim ha spesso usato la trovata di creare delle storie a puntate che si sviluppano spot dopo spot; idea che sarebbe anche interessante, se non fosse per il contenuto delle storie, sempre insipide, sempre brutte, sempre peggio.

L’ultima telenovela da mezzo soldo è quella di tre sedicenti musicisti che devono raggiungere chissà quale PalaLottomatica per suonare chissà quale ottima musica.
Di seguito, i tre episodi finora propinati di questa inutile saga post-adolescenziale.



Episodio I
Il Tastierista Rinsavito


I tre hanno il bisogno di star fermi in mezzo alle strade sterrate per contemplare la campagna, di modo che possano sbriciolarci addosso i loro pensierini da seconda elementare.
Vi prego, guardate come ce li presentano.

«Come comincia questa storia? Beh [come si schermisce, è l’artista umile], da un sogno, il sogno di farcela insieme».
Per prima cosa, nessuno, ma proprio nessuno, ti ha chiesto come comincia la vostra traversata della provincia per raggiungere un bar per motari.
Ma, visto che insiste, continua a raccontarci lo sviluppo di questa robetta stravista dei ragazzi che vogliono avere successo nello showbiz, quello che negli ultimi anni vogliono farci credere l’unico sogno disponibile, poveri illusi.

Quello che non riesce a tenere la boccaccia chiusa è Alan, il batterista che con trenta gradi all’ombra c’ha lo sciarpone e la felpa con la zip, Alan che guarda i compagni sorridendo raggiante come un papà guarda i suoi figli (ritengo opportuno un test delle urine). Alan che ci tiene a presentarci Luca, il bassista solitario che deve provare nelle radure; non mi stupirei se ululasse, nelle notti di luna piena.
Poi c’è Marco, il nostro Pete Doherty col cappelluccio delle grandi occasioni, che si siede sui sassi a fingere di suonare. E’ il trascinatore, lui, mica uno qualsiasi, così determinato a farcela che si accorge che forse non è il caso di raccogliere margherite e prendere zecche, se li aspettano al locale; per i suoi accordi fasulli, trae ispirazione fissando sbavoso la foto di una tizia nuda che l’ha piantato di recente.

Infine, il mio personaggio preferito, il tastierista: uno che ha detto loro: «Andate avanti, che poi vi raggiungo» e non s’è fatto mai più vedere, tirando pacco con un sms.
Ciò causa nel povero vocalist una fastidiosa sindrome dell’abbandono moderatamente isterica, per cui si lagna di essere mollato da tutti.
Meglio ancora, chiama il pub per lamentarsi anche un po’ con loro, dicendo che il tastierista li ha lasciati in mezzo a una strada, come se avesse succhiato la benzina con la cannuccia per lasciarli a secco.

Risponde una misteriosa bionda, che ci fanno vedere solo di spalle o da inquadrature malandrine, in modo da incollarci alla saga per vedere quanto valga la pena cercare le sue foto in internet.
La ragazza, per curiosa coincidenza, "con le tastiere ci sa fare".

Con rinnovato entusiasmo, i tre rientrano nel trabiccolo e speculano su come sarà, la signorina. Il professionale trascinatore dichiara che l’importante è il talento, lo strafatto in sciarpa non vede l’ora di metterle le mani addosso.
Innovativi più che mai, iniziano a cantare Con Te Partirò, una canzone che non piaceva neanche a Bocelli mentre la cantava [1].

No, bello, eh, che esordio promettente.



Episodio II
Può una ragazza essere bella e talentuosa nello stesso tempo?
Certo che sì! Ma non è questo il caso.



Il successivo, triste episodio si apre con i nostri eroi che arrivano al “pub”. In realtà è un capanno per gli attrezzi gigante o un punto di ristoro per i guardiani dello zoo, non c’è altra spiegazione per cui una casetta di legno stia sopra una collina in campagna in mezzo al nulla.
Alla band non interessano questi dettagli, devono vedere la nuova tastierista; Alan, che non ha mai conosciuto una donna, sta praticamente per avere un infarto e farfuglia profezie per cui sente dalle viscere che quella che si ritrovano davanti è la ragazza che cercano. Vedi te, cretino, ci avete parlato al telefono, l’altra è dietro il banco perciò è la barista, per il resto c’è solo lei là dentro.

Qui inizia ad avvertirsi il potere empio dello squallore: come se all’improvviso fosse partita You Can Leave Yor Hat On di Joe Cocker, la bionda -sempre di spalle- si scioglie i capelli e scuote la chioma dorata, poi, fingendo di non averli visti e di non aver preparato questa scenetta patetica di chi è in cerca di attenzioni, si volta di scatto e dice:
«Siete voi?»
«Sì, siamo noi, sei tu?»
«Sì.»

Ma che cavolo di dialogo è? Io sono io, voi siete voi, noi siamo noi? E se la ragazza stesse aspettando anche il Trio Pagliacci Sadomaso? Siete sempre voi?

Si continua con le presentazioni:

«Ben arrivati, io sono Fiammetta»
«Ah, Fiammetta, ecco perché sento caldo!»

No, deficiente, senti caldo perché è maggio e tu hai la sciarpa di lana e la felpa di vellutino. Mentre tutti gli altri nella stanza alzano gli occhi al cielo e si vergognano, Fiammetta è onoratissima da questa battuta e ridacchia, che amarezza. In tal proposito, fanciulla cara, sei senza dubbio molto carina, ma non sei la più sexy dell’universo, quando sorridi a volte sembri uno squalo tigre e ti atteggi un po’; ti suggerisco di osservare i manifesti pubblicitari che ti ritraggono affissi nelle città, per farti un’idea: ti sembra il caso di fare sempre quello sguardo da porca vogliosa? Magari sei anche una ragazza perbene, ma se continui ad imbarazzare così non ci crede più nessuno.. Scendi dal cubo, su su, da brava, ecco, è tutto finito.

La sera, il pub è stracolmo di gente che assiste cantando e scatenandosi all’irresistibile ritmo di Con Te Partirò, sembra un raduno scout nella baita.
In tutto questo, prima di gasare Fiammetta con le luci della ribalta, nessuno le ha chiesto di provare le tastiere: siccome è bella, è assunta. Ma forse avrebbero dovuto, perché è chiaro che saperci fare con le tastiere non è uguale a saperci fare con i tastieristi, così dobbiamo tutti assistere all’assalto fisico da parte della ragazza (ricurva come una strega sul calderone, che portamento) ai tasti, pestati e graffiati con le unghie. Ho capito subito chi è il suo modello ispiratore, Olive di Little Miss Sunshine (andate al segmento 1:56-2:00, ditemi se non è lei!).
Oh: e canta al microfono con una voce maschile, com’è poliedrica.
La splendida performance termina con un suo sguardo assatanato rivolto ad Alan, che ormai è talmente abbindolato da innalzare telepatici calici al suo inesistente talento musicale.



Episodio III
Come Cambiano I Sogni


In questo appuntamento della saga si riprende la recita dell’asilo, in qualità di sottofondo per i petulanti pensierini di Alan. Tutti hanno in odio Fiammetta –scientificamente corretto- ma per me lui è ancora peggio, perché parla per frasi fatte e luoghi comuni, credendosi sto grande poeta del nuovo millennio. Com’è bello far parte di qualcosa, com’è bella la Tim Tribù (ancora?! Ma hai trent’anni, che te ne fai della Tim Tribù?), avrò Messenger e Facebook sempre con me, bella lì.

Stridula come una gallina col proprio uovo in gola, Fiammetta urla complimenti al trascinatore depresso, ma si rabbuia subito perché, nonostante il rimestio di boccoli, non viene calcolata di striscio; Marco ha visto la sua ex, sì, quella della foto nuda, che ha assistito al suo show e scappa giustamente schifata, sgommando su una Cinquecento.
Ed io che credevo che il binomio morettina indecisa e confusa - strimpellatore sfigatello e innamorato avesse raggiunto l’apoteosi con I Cesaroni.

Fiammetta ci tiene a sapere chi sia, questa Valentina che le ruba la scena. Alan le risponde che per saperlo deve entrare nella band, all’insegna del: “Provarci sempre e comunque”.


Caro Alan, visto che erano parole tue: te lo ricordi, vero, che questo è il sogno di farcela insieme, non quello di fartela tu?








[1] Questa è di Houston, che ringrazio.
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Memento Et Oblivio

pensato da Jonlooker il mercoledì, 10 giugno 2009,11:30
Il mio blog non ha grandi regole.

Di sicuro ho piacere che non si usino espressioni volgari, ma cerco di non impormi.
L’unica mia richiesta, disattesa dai più è, da sempre, “se mi citate altrove avvertite” (frase che ben presto verrà affiancata da “tutti i diritti riservati”, considerati gli eventi).

Cerco di reperire ciò che, in barba a questa richiesta, viene scritto su di me, con gli strumenti soliti dei blogger ma: primo, è una grande perdita di tempo; secondo, spesso vengo citato o i mie post sono copincollati in forum in cui non posso entrare perché non iscritto, in blog privati e così via. Quando basterebbe non dico uno screenshot di presa visione (utopia) ma una semplice mail e sarebbe tutto risolto.
Ciò soprattutto quando si tratta di critiche, semplicemente perché vorrei leggerle.
Non intervengo praticamente mai a ringraziare o a “difendermi”, tendo a lasciar stare; tuttavia mi dispiace, perché quella di essere avvertito è in fondo l’unica cosa che ho chiesto finora.

Stavolta intervengo, perché una ragazza, non conoscendo il contenuto del mio blog, mi ha chiesto perché dentro di me ci fosse un gran razzismo latente. Deduzione da lei fatta dopo aver letto questo.

Una persona fa una domanda veramente da pelle d’oca, lo vedete da voi. Ignora deliberatamente tutti gli atleti sponsorizzati e messi negli spot dalla stessa casa, la Ferrero (di cui amo massacrare gli orrendi spot ma che ritengo azienda serissima, tiè, le faccio anche pubblicità), per concentrarsi sulla vaccata intergalattica che due protagoniste sono di colore (non “nere”, impariamo ad esprimerci con quel minimo di appropriatezza di linguaggio) e vestite di bianco per fare contrasto (agghiacciante farne una questione di razza).
Vorrei fare sclerare del tutto questa persona con le due parole magiche: Andrew Howe.
Oh, il ragazzo nero che viene regolarmente sorpassato al distributore dalla ragazza bianca (caucasica, questo vocabolo bizzarro che usano i paramedici a E.R.), non è razzista?

Chiuderei qui perché mi sembra chiaro che siamo davanti a qualcuno che distingue a tal punto tra le persone in base al colore (tragedie, tragedie, l’ignoranza provoca solo tragedie) da vedere razzismo in una bambina carinissima che mangia una stupida merendina.
Sicuramente senza cattiveria, ci mancherebbe altro.
Ma non è qui la questione.

Quello che non mi è piaciuto per niente (e che ha generato l’equivoco con chi mi ha scritto, ovviamente subito risolto) è stato l’intervento di tale Coniglio Frank (...)



" No no aspetta, ragionamenti di questo tipo li faccio anch'io.

Ma il re incontrastato in questo campo è quello del blog che ti linko tra le fonti.
Fonti:
http://www.leuovadelnonno.splinder.com/
"




Mi rendo conto che, con leggerezza grossolana, l’utente mi elegge -nientemeno- re incontrastato delle elucubrazioni inutili su semplici spot. Posto che il mio intento è generalmente volto a riflessioni più serie, a volte ho forzato giocosamente la mano e mi sono ben divertito, quindi ci sta e non c’è problema.

Solo che, all’occhio di chi non conosce il blog, esso potrebbe essere presentato come contenitore di riflessioni della risma della domanda di cui sopra.

Giacché, per l’ennesima volta, non sono stato interpellato, preciso che mi dissocio completamente da quanto è contenuto in quella pagina di Yahoo Answers.
Per me e per le persone nere che sono state e sono famiglia per me, esigo che il mio ambito non sia messo in correlazione a simili riflessioni (o a denominazioni poco consone, va da sè). Ed esigo di essere abbattuto senza pietà, se mai dovessi fare “ragionamenti di questo tipo”.

Lungi da me pretendere una sorta di “controllo” su quello che gli altri scrivano di me (non ne avrei minimamente diritto, mi sembra chiaro), all'utente che mi ha segnalato dico che, se mi avesse chiesto di citarmi all’interno della sua risposta, nel modo in cui poi è stato fatto, avrei risposto:

«Perdonami, ma assolutamente no, non ritengo opportuno che mi si citi a rafforzare un pensiero solo tuo che, nel caso di specie, non condivido assolutamente. Sono certo che non era quello che intendevi dire ma, per come il periodo è inserito nel contesto, l’equivoco può nascere».

E l’avrei fatto privatamente, senza annoiare tutti voi, tra l’altro.


Se qualcuno avesse accesso a questo servizio, mi farebbe un favore se ponesse in quella pagina il link di questo post o, a discrezione, copiarne il contenuto, ovviamente segnalando che è una mia espressa richiesta e non l’opinione di chi la inserisce.

Colgo l’occasione per dire, a quelli che hanno scritto in un forum che faccio pena a scrivere i titoli, che hanno dannatamente ragione.
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Next

pensato da Jonlooker il sabato, 06 giugno 2009,09:18
Mtv offre (ai ragazzini, tre hurrà per la tv!) dei programmi culturalmente equivalenti a un foglio bianco accartocciato e inzuppato nel vino, tutti assai meritevoli di sberleffo; a mio avviso, Next è quanto di più pessimo esista in quell’ambito.

Una persona, chiaramente ingaggiata dalla produzione, finge di voler trovare l’amore tra un esiguo manipolo di anatre che viaggiano su un bus a tema.

Vale la pena notare che, negli Stati Uniti (immagino anche in qualche nazione europea), il gioco si declina sia nella versione eterosessuale che in quella omosessuale, in Italia viene trasmessa solo la prima.
No, dico, non vi sembra discriminatorio e crudele? Perché solo gli etero devono sempre fare la brutta figura e sono dipinti come degli svuotati e dei maniaci?

Ad ogni modo, ponendo che sia un uomo a cercare una donna, questo attende fuori dall’automezzo che scenda la prima, momento dal quale scatta il cronometro: da quell’istante, in nome dell’amore, la fanciulla riceverà un dollaro per ogni minuto trascorso con il ragazzo. Anche a me sembra un servizio di escort, ma andiamo avanti. Alla fine di questo romantico incontro, egli potrà proporle di scegliere tra il malloppo finora accumulato e un secondo appuntamento con lui, oppure può cacciarla a calci e insulti con un «Neeext!», poco nobile ma assai pratico.

Il gioco è fatto per essere apprezzato da chi ha al massimo una terna di neuroni a ballare nel cranio, perciò in sostanza è tutto qui, ma la linearità di quest’orrore è smossa dal contorno, dai momenti tipici, come quello in cui i/le pretendenti scendono dal bus: si mette un fermo immagine e compare una sovrimpressione con tre caratteristiche che descrivono il soggetto, del tipo:

“si mangia le unghie dei piedi durante il sonno”;
“quando andava alle elementari ha mandato in coma la nonna picchiandola col cestino del pranzo”;
 “ E' stato in riformatorio a Denver per detenzione illegale di arma da fuoco”;
 “sua mamma lo chiama El Diablo perché ama ripetere frasi al contrario appeso al soffitto”;
“una volta si è ubriacata così tanto che ha fatto pipì addosso a un reverendo”.

Personaggi dalle doti straordinarie, questi scendono dal bus esclamando una frase, un motto, qualcosa di triste, che ve lo dico a fare:
“sono Sqwanesha (dominano i nomi semplici, vi avverto), ho diciotto anni e non potrà resistere a questo corpo da cheerleader appena maggiorenne!”
“Mi chiamo Kashawn, ho ventidue anni e le farò perdere la testa con il mio rap irriverente”.

L’appuntamento si snoda come un’autostrada della falsità e varia a seconda delle turbe psichiche del protagonista. Il ragazzo ha un’auto? La ragazza dovrà indossare un costumino da porno-autolavaggio, se laverà bene il mezzo (ho cercato di farla senza doppi sensi, temo sia impossibile) forse sarà scelta. Stesso meccanismo per percorsi da Giochi Senza Frontiere For Dummies, proposti con scuse imbecilli tipo: «la mia ragazza deve avere abbastanza coraggio da attraversare un prato tenendo un uovo in equilibrio sul naso».

Inutile dire che la ragazza fa tutto con grandi sorrisi, pensando intensamente al denaro; si scatenerà, in compenso, una volta che lui esprima grande tatto con frasi come «Non voglio che i miei amici mi vedano con una foca lardosa come te, next!», lo ricoprirà di insulti e, una volta tornata sul bus, sarà accolta dalle altre ragazze con un urlo che sfonda il muro del suono. [1]

Loro -falsissime, considerato che nel frattempo hanno parlato male di lei per una o due ore- la abbracciano e le chiedono con esagerato interesse com’è andata. Lei, altrettanto falsa, risponde: «Mi ha scartato perché la mia personalità è troppo esplosiva e non riesce a gestirmi». Segue applauso con starnazzi immotivati.

Se la ragazza torna coi soldi, standing ovation e insulti da scaricatore nei confronti del ragazzo.

Se la ragazza non torna, perché ha scelto un secondo appuntamento, avrà piacevoli sorprese quando guarderà la registrazione, scoprendo che le sue nuove amiche del bus le hanno dato in un quarto d’ora della mistificatrice, della squallida e della prostituta.
E non con queste parole.




[1] Per meglio comprendere il genere, suggerisco di guardare How I Met Your Mother, Stagione 4, episodio 8 “Woooo!” – rigorosamente in originale (si trova facilmente con i sottotitoli, se non conoscete l’inglese): altrimenti è tempo sprecato della propria vita.

 
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Al Peggio Non C’è Mai Fine

pensato da Jonlooker il sabato, 30 maggio 2009,10:57
Mi cadono le braccia.
Veramente, mi mancano le parole.
La melodia è quella che verrebbe fuori se Manu Chao avesse l’hobby della salumeria.
E già di per sé rende difficili delle visioni consecutive.

Ma no, non bastava.
Serviva l’elenco puntato


a) sono bello (vorrei ricordare a tutti che stiamo parlando di animali dell’aia tagliati a fette)
b) sono snello (guarda, se dicevi anche qualche vaccata sull’apparato urinario ti scambiavo per la Chiabotto)
c) voglio fare carosello (come quando Cicciolina si mise a fare politica.. Uguale uguale)
 
ma (Dio che suspance, non posso immaginare quanto bello sarà il seguito, con queste premesse)

a)  pochi grassi (non necessariamente un bene, se sei una fetta di maiale)
b)  poco sale
c) per la linea niente male! (qui vi do ragione, a chi sarebbe importato delle coronarie)
d) fai la spesa col cervello (ma non dimenticarlo all’iper se poi devi andare ad ideare uno spot, dico così per dire)
e) metti Snello nel carrello
e qui ragazzi arriva il bello (Noo! Vuoi dire che può andare meglio di così?!)
Rovagnati lancia Snello (bravissimi, ritengo tuttavia che non fosse assolutamente necessario sfrangiarci le gonadi con questo musical del centro di recupero)
sani, buoni, appena nati (come sopra)
dall'intuito Rovagnati (uellalà, intuito, c’abbiamo il detective Conan)
ne van matte anche le zie (non avevate una rima per "calorie", l’ho capito. Ora come ora non posso aiutarvi, perché dopo tre visioni di questa roba mi viene in mente solo “agonie”)
tanti saluti calorie! (e salutate anche la decenza che se ne va, che poi si offende)

Ma no, non bastava.

Ci volevano i personaggi simpatici, la vostra idea di simpatico.
Come il tizio che balla con frenesia ilare, sì, quello con le lenzuola color LSD alle spalle, quello che comunica solitudine e disagio mentale; o quelle persone che fanno la stessa cosa in gruppo, o la mia preferita: la giovane in calore che si dimena davanti alla telecamera nel pensare a un prosciuttino ipocalorico. Non la giudico, magari è la fame che la riduce così. E come non commuoversi pensando a quello che gli amici del ragazzino in felpa arancio gli faranno, quando lo riconosceranno?
Vorrei poter parlare bene della signora in menopausa che dà di matto, di quelli con gli ombrelli sotto il sole o della segretaria che si allena per il secondo lavoro al night ma la verità è che ne parlerei male.

Qualcuno potrebbe ribattere che, pur essendo questo spot non esattamente una meraviglia, una riflessione dal titolo ”Al peggio non c’è mai fine” verta troppo al catastrofico.
Risponderei che il titolo è sorto scoprendo che il rete questo spot è amato da tutti. Chi non lo ama è un cretino. Per dire.
Ne converrete con me, dunque: al peggio non c’è mai fine!
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C'è Più Intelligence In Vanish

pensato da Jonlooker il lunedì, 25 maggio 2009,10:11
Ho preso visione del nuovo spot Vanish, l’ennesima violazione di proprietà privata da parte di un’indesiderata personaccia che arriva lì col preciso intento di dirti quanto siano lerce le tue abitudini. Di solito c’è l’uomo, quello che guarda sotto le calze dei tuoi figli e ti rimprovera bonariamente perché, voglio dire, un pavimento che si rispetti si deve poter leccare.

In questo caso, trattandosi di lavaggio di panni, l’uomo esperto di corrosione sanitari che ci sta fare? L’incombenza di smacchiare è roba da lavanderine, da comari al pozzo della contrada, da donne insomma, perciò vestiamo una morettona di rosa e mandiamola a disturbare una casalinga indomita dominatrice di se stessa. In proposito, forse ricorderete la mia azzardata affermazione sulla protagonista del Nesquik, che definii “la madre automa più inquietante dell’anno”. Orbene, per dovere di correttezza, devo ammettere che la signora che incontreremo oggi potrebbe rubarle lo scettro, in quanto la sua autorità di genitore dev’essere in castigo a piangere al posto del figlio.
Ma veniamo al fatto vero e proprio.

Due tra i bambini più scemotti del circondario interagiscono in un modo che, sul serio, a me non sarebbe venuto in mente - non che ciò sia garanzia di chissà che, ad ogni modo: uno dei due porge all’altro una pizza orribile con uno sguardo che vi prego di ammirare, tra l’assatanato e lo strafatto.
Quanto all’altro, si vede subito che è quello che si deve sporcare perché, mentre suo fratello/amico indossa un’anonima t-shirt gialla, lui è vestito come il modellino di apertura di una sfilata per bambini casual, camicia finto-boscaiolo e pantaloni color ghiaccio. Dimostrando doti intellettive pari nemmeno a quelle di una papera, esclama (sarebbe meglio dire esala l’ultimo respiro, vista l’enfasi recitativa) «anch’io so fare questa cosa che fanno sempre in pizzeria», facendo ovviamente cadere il tutto sui suoi intonsi pantaloni. Ciò che mi lascia un tantino perplesso, invece, è la sua convinzione che i pizzaioli usino le loro acrobazie quando la pizza esce bollente dal forno. Ma abbiamo già visto che non siamo davanti a un futuro statista - o forse sì, dipende da che parte la si guardi.

Il danno è fatto, è il momento di un «O-ops» assai sobrio, ma non è quello a colpire. L’avete visto il fratello? Lui gode pregustando la feroce punizione che aspetta l’altro, ha agito come Lord Henry Wotton con Dorian Grey (su su, non storcete il naso, l’acconciatura è la stessa), non potrei dormire stanotte, ripensando a quel sorriso sadico e a quegli occhietti socchiusi da procione.

A quel punto, fossi stato io, mia madre mi avrebbe distrutto la vita per l’anno a venire. Mi avrebbe promesso il collegio fingendo di preparare le carte per il direttore, mi avrebbe tolto cartoni e National Geographic, perché allora si importava e senza l'aiuto dei miei non avrei potuto comprarlo da solo, conosco i suoi metodi.

Questa no.
Questa cretina senza spina dorsale non ha nemmeno percepito che suo figli ha compiuto un atto imbecille che non dovrebbe ripetere, non vede maleducazione e mancanza di rispetto per tutto quel cibo sprecato. La sua unica preoccupazione si rivela con la frase: «Oh, e adesso come faccio a far sparire queste macchie grasse di pizza?»; ne deriva che la signora è talmente assorbita dal suo ruolo di burattina senza voce in capitolo, che deve solo lavare e stirare, da avere il terrore che qualcosa sfugga al suo controllo di casalinga efficiente, da trascurare qualsiasi altro aspetto che non sia l’apparenza.
Mi chiedo quante donne si rendano conto di come le si dipinga, temo meno di quelle che durante lo spot prendono appunti.
All’improvviso, con un coup de theatre schifosissimo, sbuca dal nulla la ragazza di rosa vestita, esclamando: «Una sfida perfetta per il nuovo Vanish Intelligence Plus! Simuliamo un lavaggio in lavatrice!».

Una mamma che si rispetti avrebbe risposto più o meno così:
«Prima di tutto, mi dica lei com’è entrata in casa mia e per quanto tempo è stata nascosta sotto il lavello come una contorsionista ad aspettare che si macchiasse qualcosa. No, confessi, il ragazzino in maglia gialla lavora per lei. E simuliamo un bel niente, prenda la sua piscina olimpionica e se la porti via prima che io la prenda per la sua bella chioma fluente e la affoghi senza pietà, capita giusto bene perché devo dare a mio figlio una lezione esemplare.»

Inutile dire che questa non è una mamma come si deve, così si improvvisa una presentazione prodotto in stile Houdini,  in cui si lavano dei pantaloni venuti dal nulla ma dalla vasca escono, asciutti, quelli che indossava il bambino, che però li ha ancora addosso. Signora, la richiami quando uno dei suoi figli farà il compleanno, questa è magia per feste importanti.

Eviterò di dire la mia opinione circa neologismi del calibro di “pizzesco” (no, non è un praeteritio, eviterò davvero), passerei piuttosto alla scena finale, quella del «mamma, ma ora che si mangia?», al quale la madre risponde con una santa carezza da monachella misericordiosa, anziché sollevarlo per un orecchio e sibilare: «non indovini che si mangia? La pizza che hai fatto cadere a terra, vi mangiate tu e quella serpe di tuo fratello».
Tanto, che problema c'è, di sicuro il pavimento è pulito.


OT: Ok, mi sembra arrivato il momento di avere un template più consono. Siccome la mia conoscenza in materia è minore uguale a zero, mi chiedevo se qualcuno di voi fosse in grado di farmene uno, senza particolare fretta. Se siete capaci e proiettati verso la santità, mandatemi pure una mail. Grazie!

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Chiuso Sarebbe Ancora Meglio

pensato da Jonlooker il domenica, 17 maggio 2009,10:10
Su gentile richiesta di chi me ne aveva parlato malissimo, giacché mi impongo di non occuparmi mai di ciò che non conosco, ho guardato una certa quantità di puntate -no, non di edizioni: puntate- di Studio Aperto.
Se vi va, oggi ci spenderei qualche parola.

Come presentarlo a chi non lo avesse mai visto? Possiamo dire che:
 
in un mondo di utopie, casette di panpepato e unicorni, non dovrebbe esistere;
in un mondo di ottima qualità, sarebbe una rubrica di cronaca locale, dopo il Tg della provincia di Milano;
in questo triste e ingiusto mondo è un telegiornale vero e proprio.

Gli argomenti sono sempre gli stessi, potete ammirare le percentuali nel grafico a torta.








36% Milano e i suoi satelliti.

Include: movida (ragazzi buttati sui marciapiedi che dicono che quelli che abitano accanto ai locali sono dei cretini a lamentarsi per il rumore), fiere campionarie, fattorie in Brianza (tre minuti di servizio a guardare mucche che ruminano).

Ora, vorrei precisare ai miei lettori milanesi, supponendo ne abbia, che non ho niente contro Milano. Anzi, ogni tanto capita che mi organizzi, prenda il mio sporco trenino per ore e mi faccia un giretto in giornata, mangi al Panino Giusto e torni a casa felice. Detto questo: chissenefrega di cosa fate agli aperitivi, se preferite le pizzette o i vol-au-vent, se la notte all’Hollywood vi siete divertiti o se Adriano aveva prenotato tutti i tavoli? A voi importerebbe minimamente di quello che faccio io, se mi sono piaciuti i regali di Natale o se li scambierò su un sito internet? Beh, cavolo, scommetto di no.

 25% Situazione Meteo Nell’Asse Milano-Torino

““”Giornaliste””” con l’ombrello, intrecciate in inutili collegamenti, mentre dicono che piove o non piove più. Se nevica, le riprese si fanno da dentro l’auto coi tergi vetri in funzione, siamo matti a uscire con ‘sto gelo?!
Il meteo in zone considerate equatoriali, come Roma e Napoli, ha senso solo se fa molto, molto caldo (intervista al brontosauro: «era dal Mesozoico che non faceva un caldo così»; domande ai vecchietti in strada: «ma Lei ha caldo?»)  o molto, molto freddo (interviste ai barboni, se non rispondono sono inutili e si passa avanti).

22% Donnette Di Spettacolo

Un’ex velina cerca il salto di qualità nel backstage del suo prossimo calendario, Kate Moss fa la lap dance in bianco e nero, Michelle Hunziker e il servizio fotografico di dieci anni fa in cui finge di leccare liquirizie e bastoncini di zucchero giganti.
L’elogio del “lato B”, con sondaggio estivo su quella propagazione maligna di Studio Aperto che è TgCom: chi ha il sedere più arrapante? I bambini si divertono tanto.

6%  Amici Animali
Cani abbandonati o randagi, cani che salvano i padroni, gatti buffi.
Si segnalano periodi in cui i cani smettono di essere i migliori amici dell’uomo e diventano killer assatanati di sangue di neonato.

3%  Quest’anno Vanno I Pantacollant.

Intervista a  Elena Santarelli, che dice quanto vadano quest’anno i pantacollant («bello schifo» non lo dice mai nessuno, come mai?)

8%  Cotto E Mangiato

Rubrica di chiusura, sedicente di cucina, in cui Benedetta Parodi prepara piatti dello stesso grado di elaborazione del pane e Nutella. Dopo aver detto «benvenuti nella mia cucina» (che suona un po’ come «lasciate ogni speranza voi che entrate») e «oggi prepariamo i cracker all’aceto balsamico, tra l’altro io ci aggiungo sempre un paio di acciughe perché mi piacciono tanto», ringrazia chi le ha fornito la ricetta di turno: «questa ricetta me l’ha data un pakistano che vende elicotteri telecomandati in piazza San Babila». Poi prepara il tutto, costantemente intralciata da cameramen; credo che lo scopo sia dare dinamismo e senso di immediatezza alla scena - invece è una porcheria, che ve lo dico a fare.
Alla fine dice: « cotto… .e mangiato!», lo spazio lasciato dai puntini sospensivi è la trasposizione ortografica del momento in cui la Parodi jr ficca il dito in quello che ha preparato e se lo succhia. Non credo che, se aggiungessi qualcosa, la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente.

Stravolgimenti Imprevedibili Non Incasellabili
Se il tempo non ha niente di straordinario e in via Torino non ha aperto un nuovo Calzedonia, si rispolvera con professionalità la cronaca nera: che twin set sceglierà di indossare la bella ed enigmatica Amanda Knox alla prossima udienza?  Ma quanti porno si guardava ogni settimana Alberto Stasi?



Alla luce di questi dati assai precisi, si può avere la sfacciataggine di dire che Studio Aperto è un telegiornale? No di certo, piuttosto è la rubrica di se stesso.
Circa la professionalità dei giornalisti, mi sentirei scorretto se non premettessi che il livello in Italia è imbarazzante: quello che una volta era il giornalismo ora non esiste più; il vocabolo ha mutato senso, per indicare oggi il mestiere di una persona, il più delle volte schifosamente ignorante, che non ha idea di come si scriva (ci si faccia un giro sui siti di certi quotidiani, salvo rarissimi casi sintassi e contenuti sono banditi dal regno - sembra di leggere i pensierini di un’adolescente al cellulare con l’amichetta) ma non aveva di meglio da fare o non era capace, a fare di meglio.
Avvilisce rendersi conto di come il saper scrivere bene non valga più assolutamente nulla, di come i lettori siano avidi di gossip e storiacce inutili di persone infime, con buona pace di chi in passato ha scritto grandi cose.

Esaurita questa noiosa ed evitabile digressione, di cui mi scuso, c’è da dire che il fatto che siamo messi assai male non autorizza l’intervistatrice rasta (sulla cui capigliatura a nido di vespe sorvolerei, trattenendo a stento le lacrime) a fumare mentre regge il microfono, così, per educazione, se non altro.
Né autorizza Silvia Vada a dire: «è stata colpita al volto tre volte, con un ferro da stiro come questo», tirando fuori a sorpresa da dietro la schiena un ferro da stiro col cavo elettrico serpeggiante.
Non autorizza nessuno di loro a importunare gente sotto shock dopo un terremoto, allo scopo di chiedere come faranno mai, ora che hanno perso tutto.
Né autorizza chiunque di noi a guardarlo.

Ma questo non è un mondo nemmeno lontanamente accettabile, così accade che Studio Aperto abbia i suoi ascolti perché parla di ciò che importa al nostro Paese oggi.

Continuo ostinatamente a sperare che un piccolo pezzo di utopia arrivi un giorno a portarsi via tutto questo; nel frattempo, mi privo di questo ed ogni altro telegiornale e, vi dirò, si mangia anche meglio.


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Almeno La Mia E’ Una Storia Vera

pensato da Jonlooker il mercoledì, 13 maggio 2009,23:42
Il Lidl negli spot

Quasi quasi ve lo risparmierei. Anzi, con tutto il cuore, non dovete guardarlo per forza.
Intanto perché la canzoncina da menestrello del terzo millennio con melodia oratifacciopiangere respinge il coraggioso, ma poi non vale la visione: dai, quanto verosimile è la scena del gruppetto di adolescenti che rimorchiano al discount? Per non parlare degli ottantenni che, alla ricerca delle primizie di Madre Natura, si sfiorano le mani nell’agguantare il frutto proibito nello stesso tempo.. un brivido, sul serio, potrebbe essere tranquillamente una jam session tra Lilli e il Vagabondo e un horror coreano.

Non merita di più lo scapestrato padre che tiene nel carrello un'intera covata di figli, a cui dà confezioni di biscotti a nastro mentre loro si divertono tra gli scatoloni di cartone con un’euforia cretina che pare contagi un po’ tutti.
L’esagerato arriva quando uno dei marmocchi in questione si materializza davanti a un dipendente del Lidl, che si riconosce per la divisa blu da capitano di Star Trek e per la gioia con cui sistema le confezioni inginocchiato come un penitente, lo guarda e tanto basta: il buon commesso capisce la sua richiesta da un'occhiata e gli consegna un pacco di merendine, che il ragazzino abbraccia.
Non so, davvero, come si sia concretata questa idea bislacca di un bambino che cerca affetto in un pacco di croissant.
Poi scappa, forse a baciare un mocio.

E non arrivate alla fine, non serve, c’è un altro bambino/a (io non ho capito il genere e non mi sono sforzato; in ogni caso, se fosse un maschio, che gli taglino i capelli, a ‘sto piccolo Lord) che fa campanaccia con la testa sillabando Li-dl. Inguardabile. E non divisibile in sillabe, secondo me.


Il Lidl vicino casa mia

Mentre due signore enormi si lamentano perché le mutande in offerta sono tutte piccole, scacciandosi dalla faccia gli insetti che arrivano dalle cassette di frutta poco lontano,  la dipendente del discount, che si riconosce dalla divisa blu di cui sopra (ma guarnita da orridi inserti gialli) e dall’accidia con cui muove ogni singolo passo, barcolla tra i cartoni spostandoli con i piedi. Un altro dipendente la incrocia e le chiede: «Allora, come va oggi?». Lei si porta le mani alla testa, la scuote ed esclama a voce tonante: «Mah, non tanto bene, sai? Dev’essere perché quando torno dal bar la sera sono sempre ubriaca».
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